"Un viaggio che non promettiamo breve" ripercorre minuziosamente venticinque anni di lotta No Tav in Val di Susa. Ed è un libro che smonta pezzo dopo pezzo la retorica delle grandi opere, oltre a essere un omaggio a un movimento articolato e composito che è un esempio per longevità e forza

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Fabrizio Marcucci

In “L’armata dei sonnambuli” la controrivoluzione veniva descritta come una rivoluzione opposta, molto più della semplice restaurazione del come era prima. Parafrasando quel concetto, “Un viaggio che non promettiamo breve” (Einaudi Stile Libero) potrebbe essere definito una contro grande opera. Il volume che Wu Ming 1 ha pubblicato da solista, cioè senza i compagni della band con cui ha composto romanzi cruciali, da “Q” a “Manituana”, non è insomma semplicemente un libro contro le grandi opere, bensì è una grande opera a sua volta che capovolge la logica delle grandi opere. Se quelle sono caratterizzate dal comando, la cifra del lavoro di Wu Ming 1 è la partecipazione; se nelle grandi opere il territorio è variabile dipendente dagli affari, qui la terra pulsa vita, giorno e notte; se chi commissiona e realizza grandi opere è avulso dal vissuto sedimentato nelle zone in cui si trova a lavorare, Wu Ming 1 descrive la Val di Susa in uno spazio-tempo che ne svela l’articolata ricchezza di storie di insubordinazione che hanno fatto da lievito per la lotta No Tav, che dura da 25 anni. E poi “Un viaggio che non promettiamo breve” è una grande opera perché è un riuscitissimo oggetto narrativo non identificato, vale a dire uno di quegli scritti in cui si mescolano stili e registri, dal reportage al fantasy, dall’autobiografico alla saggistica; un modo di raccontare che Wu Ming 1 studia da anni e che è diventato il cuore della collana Quinto Tipo, che l’autore cura per le edizioni Alegre.

Scegliersi la parte

Wu Ming 1 sceglie la sua parte. Quella delle migliaia di persone che hanno deciso di battersi contro la linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, un’infrastruttura che cambierebbe la geografia delle valli a ovest di Torino e per la cui realizzazione sarebbe necessario scavare decine di chilometri di tunnel nella pancia di montagne che custodiscono anche sostanze pericolose per la salute. L’autore ricorre ai saperi, agli studi, alle analisi fatte dal movimento per spogliare, pezzo a pezzo, slogan per slogan, la mistica dei fautori della grande opera e mostrarla nuda, infine. Con acribia Wu Ming 1 spulcia progetti, divulga cifre e prende per mano il lettore conducendolo lungo quella direttrice Lisbona-Kiev di cui la vulgata alimentata dai pro-Tav sostiene che la Torino-Lione sia un segmento senza il quale crollerebbe l’intera impalcatura dell’infrastruttura europea. Peccato che la Lisbona-Kiev, semplicemente, non esiste. Peccato che, pressoché ovunque sia stato realizzato, il Tav (il, al maschile, come lo coniuga il movimento) si sia risolto in un fallimento (e anche in questo caso gli esempi e le cifre non mancano). Perché allora, da venticinque anni i poteri politici, economici, finanziari con grande dispendio di energie spingono per il Tav? La tesi dell’autore è che neanche ai suoi fautori, in fondo, interessa davvero la realizzazione del Tav. L’importante è aver avviato il processo, e che di anno in anno vengano profusi soldi pubblici di cui beneficiano le imprese che a vario titolo sono coinvolte nel progetto. E se ciò produce debito pubblico, pazienza. Anzi, sul debito pubblico, poi, va a speculare pure la grande finanza. Doppietta.

Una logica cieca e implacabile

Una logica implacabile, insomma, quella del Tav, che è racchiusa involontariamente in una delle requisitorie pronunciata da un pm in uno dei tantissimi processi cui sono stati e sono tuttora sottoposti attivisti No Tav, citata da Wu Ming 1: “Ci può piacere o non piacere che venga costruita questa linea ferroviaria […] quello di cui dobbiamo tener conto è che quest’opera ormai è stata decisa e deliberata dallo Stato. Tant’è che noi contestiamo un reato che è contro la personalità dello Stato proprio perché attraverso quelle condotte si attaccano gli interessi fondamentali dello Stato”. L’opera s’ha da fare, insomma. A prescindere. Anche se intere popolazioni che vivono in quei luoghi che cambierebbero volto e natura con la sua realizzazione ne rilevano l’assurdità e la perniciosità. Anche se l’opera, come testimoniano le cifre messe nero su bianco, è inutile, e il rapporto costi-benefici sballato. Se a questo si aggiunge che la requisitoria in cui si parlava di “reato contro la personalità dello Stato” è stata pronunciata in un processo messo in piedi perché era stato danneggiato un mezzo meccanico, la vicenda assume sfumature paradossali.

La longevità e la forza dei No Tav

Il dispiego di mezzi messi in campo dai pro Tav è direttamente proporzionale all’implacabile miopia della logica che sorregge l’opera. E per converso rivela la forza del movimento No Tav, lo eleva a paradigma nazionale per la tenacia, la competenza, la creatività e l’insopprimibilità mostrate in un quarto di secolo di lotte. Il libro di Wu Ming 1 non è semplicemente un’opera di parte; è il libro su una parte in grado di insegnare a moltissimi come si lotta, come si sta insieme. Già, perché il movimento No Tav descritto minuziosamente in “Un viaggio che non promettiamo breve”, lotta non solo contro un’opera giudicata insensata, ma anche contro una serie di sovrastrutture messe in piedi per annientarlo in una storia che ha visto anche morti e feriti gravi, tutti da una parte. La grande stampa e l’assetto di potere torinese e nazionale sono pro Tav. E ciò ha fatto sì che maturasse un clima mediante il quale si è prodotta negli anni una crescente militarizzazione della Valle di Susa, in cui nei cantieri per il Tav sono al lavoro più forze dell’ordine che operai. Non solo. Wu Ming 1 descrive come alla lotta non violenta dei No Tav siano state appiccicate etichette del tutto fuorvianti, che solo a stare lì con loro, con il collettivo Spinta dal Bass, con il Nucleo Pintoni Attivi; solo a partecipare ai pranzi del mercoledì a un passo dalle recinzioni del cantiere-fortezza; solo a leggere i documenti e la controinformazione prodotti dal movimento, come ha fatto l’autore del libro, ti rendi conto essere caricaturali e “fuori misura”, per usare una definizione dello stesso Wu Ming 1.

Le radici del movimento

In Valle di Susa c’è un popolo che dice la sua, da lustri, nonostante si sia tentato e si tenti in ogni modo di zittirlo. Come mai? Una parte del merito va sicuramente ascritta all’assurdità dell’opera, che ha dato luogo alla creazione di un fronte composito che riesce a stare insieme sui contenuti e sul buon senso. Wu Ming 1 racconta, dando voce ai mille protagonisti, come nel movimento No Tav trovi giovani dei centri sociali e vignaioli settantenni, anarchici e cattolici di base, barbieri e docenti, intellettuali e operai. Non era scontato che questo popolo così articolato tenesse botta per tutto questo tempo, riuscendo a sfuggire ogni volta alla morsa, spostando il campo con creatività, ricorrendo a tecniche di sfinimento delle forze dell’ordine, ai fuochi d’artificio in piena notte, a letture lunghissime di documenti affinché agli uomini in divisa dall’altra parte della barricata venisse un dubbio su ciò che stavano e stanno facendo. Tutto questo è stato possibile perché la lotta No Tav è cresciuta su un humus ricco: dai cattolici del dissenso ai ferrovieri renitenti durante la guerra, in questi comuni ai piedi delle Alpi sono stati messi a dimora nel corso dei decenni dei semi resistenti. Un altro dei viaggi in cui Wu Ming 1 conduce il lettore in questa contro grande opera è quello lungo il novecento, per toccare con mano come la lotta No Tav non è un frutto casuale o un’impuntatura di valligiani che se ne fregano del progresso perché non vogliono che i loro interessi vengano toccati (un’altra delle caricature con la quale si è tentato di screditare il movimento). La lotta No Tav è il frutto più autentico di questa valle allenata al dissenso e alla conoscenza. Un dissenso motivato, circoscritto, in cui il locale si lega al globale. Animato da un popolo che è un esempio di consapevolezza e creatività. Che sa stare insieme e anche nei momenti più duri non cede alle lusinghe tossiche del potere. Un potere cui Wu Ming 1, con una trovata geniale, attribuisce i contorni di una entità oltre l’umano, tale è la sua implacabile miopia.

È una contro grande opera, “Un viaggio che non promettiamo breve”, in cui si tengono insieme storia e geografia, economia e letteratura, documenti d’archivio e storia orale. Una contro grande opera dedicata a un movimento grande altrettanto, e plurale. Un esempio. Che meritava un libro così.

In copertina, foto tratta dal profilo Flickr di Luca Perino e pubblicata con licenza Creative Commons
Fabrizio Marcucci
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