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Quando il buonsenso si fa propaganda e più in generale arma politica, il destino collettivo di una società organizzata (lo stato nazione direbbero i nostalgici autarchici di ogni dove) vede virare il proprio timone verso un baratro di cui è impossibile scorgere il fondo. Buonsenso (parola così scontata da non avere significato reale) è tutto e il suo contrario o meglio è il niente che alchimisti contemporanei da strapazzo hanno fatto assurgere al ruolo di tutto (e del suo contrario). A tal proposito, dando il via alla ridda del nulla che nega se stesso, il più elementare buonsenso vorrebbe che quando si parla ufficialmente di un argomento, soprattutto se si rivestono incarichi pubblici di un certo spessore, si avesse almeno la consapevolezza minima dell’argomento stesso.

Il governo che vorrebbe scrivere la storia a colpi di sprezzo e demagogia, ovvero il governo del buonsenso, invece, per bocca dei suoi più alti rappresentanti, dimostra non solo di possedere un pressapochismo conoscitivo da premio Oscar, ma di mettere tutta la propria confusione al servizio del più forte. Non fossero vittime inconsapevoli del più elementare closed mind, intendendo per closed mind l’impossibilità di un singolo o di un gruppo di andare oltre i propri “saperi” valoriali e conoscitivi anche di fronte all’evidenza di un’oggettività che si palesa sovrana negando di fatto quegli stessi saperi, si autodefinirebbero con il loro scientismo digitale, analfabeti funzionali.

Di Maio è forse, o meglio senza forse, il capo politico di questo non certo invidiabile movimento che demonizzando l’altro auto glorifica sé. Renzi a tal proposito si è dimostrato un pivellino consapevole nonostante gli sforzi profusi nel tempo. Il giovane ministro che non ha mai lavorato o quasi (la fortuna è proprio cieca così come la sfiga ci vede benissimo) crede di aver scoperto (analfabetismo storico) il reddito di cittadinanza e così si sente autorizzato a declinarlo a suo piacimento come farebbe ogni rispettabile proprietario di brevetto.

Ovviamente ogni volta che Di Maio pronuncia insieme le parole reddito e cittadinanza tanto il reddito quanto la cittadinanza sconsolati e impotenti iniziano a sanguinare copiosi in una emorragia senza fine. Come spiegare al giovane menestrello reazionario e inconsapevole che oggi non può esistere reddito senza cittadinanza, così come non può esistere cittadinanza senza reddito e che il tutto è tenuto insieme da una parolina magica come incondizionalità? Come spiegare al giovane seguace di Beppe Grillo e Alcide De Gasperi che sconfiggere la povertà materiale è un atto di liberazione (la libertà di poter scegliere) e non di costrizione sistemica (la non libertà di consumare secondo morale precostituita)? Come ricordare al giovane Masaniello (che si vorrebbe monarca sul trono e sobillatore nelle piazze) che l’esigenza di un reddito sganciato da ogni tipo di prestazione lavorativa è esigenza nata e sviluppata molto prima dell’irripetibile giorno che gli diede natalità? Come …….?

Non c’è un come e tanto meno un perché; c’è solo la tragicomica evidenza (alla faccia del closed mind) che il reddito di cittadinanza declinato da Di Maio da mezzo di libertà si fa strumento di controllo in un rovesciamento (u)morale di bisogni e desideri, un rovesciamento semantico che trasforma (svilendolo) un incontrollabile desiderio di libertà in un compatibile (morale direbbe il ragazzo divenuto ministro) esercizio di consumo plastico e di controllo sociale. La rivoluzione del reddito sganciato dal lavoro (si figuri, ministro, i più consapevoli studiosi della materia non lo vedono come ammortizzatore sociale universale ma come fonte primaria di retribuzione per un lavoro sociale e non riconosciuto) che dovrebbe far uscire dalla povertà e la rivoluzione di una cittadinanza (questa sì universale) che dovrebbe restituire dignità umana, ridotti a mera reazione ad angolo giro in cui l’ordine e la disciplina, che un buonsenso senza tempo chiama da sempre morale, dettano tempi e ritmi con carsica autorevolezza.

Per chiudere (la tristezza ha ormai avvolto anche la spensieratezza accogliente di un divano da trincea come il mio), non resta che constatare come l’analfabetismo funzionale da cavallo di battaglia del movimento dei movimenti si sta pian piano trasformando in un boomerang che beffardo e testardo torna da un lanciatore tanto inconsapevole quanto funzionale. La storia siamo noi! Questo il grido di dignità che un divano irriducibile alla morale vigente lancia, un grido che la sinistra tutta non può lasciare inascoltato visto che in tempi non sospetti ci sedemmo sul divano del torto proprio perché gli altri posti erano tutti occupati.

Immagine di copertina tratta da pixabay.
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Simone Gobbi Sabini
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