Se ci vuoi sostenere, contattaci, grazie!

Cassa automatica della Coop. L’uomo accanto a me mi chiama, sullo schermo c’è scritto qualcosa che non capisce. È anziano, porta gli occhiali, ha capelli radi ma scuri che gli scendono sulla nuca. Lo aiuto, leggendo insieme a lui un messaggio in effetti poco chiaro, gli dico di aspettare prima di inserire il bancomat, lui si scusa e comincia a parlare. “Quando arriverà a 85 anni me lo verrà a dire. Due operazioni al cuore, un ictus, la prostata”. Ha un forte accento del Sud, probabilmente calabrese, una giacca scura, occhi liquidi. Eppure è in gran forma, gli faccio notare. Lui non mi fa caso, e ricomincia a parlare. “Non solo. Il 16 luglio del 1943, alle 10.30 del mattino, eravamo in quattro. In campagna. Poi sono arrivate le bombe, le mitraglie degli americani. Sono rimasto solo io”. L’uomo parla. Si forma la fila, io riesco a imbustare la mia poca spesa, la cassa non riconosce il suo bancomat, arriva una cassiera in soccorso. Lui si scusa anche con lei, si scusa con me perché mi fa perdere tempo, poi ricomincia a parlare. “Mia madre si affacciò alla finestra, e la mitragliarono. Quarantasette morti. Sfollati, vicino a Vibo Valentia”. Se la prende con gli americani e gli inglesi, che fabbricano le armi e a qualcuno le devono pur vendere. Se la prende col papa, che impedì a Guglielmo Marconi di consegnare a Mussolini l’arma segreta che avrebbe potuto far vincere la guerra all’Italia. Il ‘raggio della morte’, fantomatico. “Se glielo avesse permesso mia madre non sarebbe morta così”. L’uomo parla, si scusa, ci scostiamo, parla. “Lei è perugino?”, mi chiede a un certo punto. Dico di sì, e lui ricomincia. “I perugini non parlano. Noi calabresi parliamo sempre. Ma non c’è niente di male. È una questione di terra. Ognuno è fatto a modo suo”. Quindi si scusa di nuovo, mi ringrazia, mi stringe la mano con una stretta forte, di quelle che piacciono a me. Un metro più in là, al tornello d’uscita, il lettore non riconosce il codice a barre del mio scontrino. Perché è passato troppo tempo da quando ho pagato, penso io, e aspetto l’assistenza, che però non arriva. Arriva l’uomo, invece, il calabrese. “Vediamo se col mio funziona”. Accosta il suo scontrino, e – sì – funziona. Usciamo insieme, ci salutiamo ancora una volta, e prendiamo strade diverse. Io servivo a lui, lui serviva a me. È così che di solito vanno le cose.

Ma quel che mi preme è un’altra questione. È la forza delle parole, e del racconto. È l’empatia che si crea quando un uomo racconta se stesso a un altro uomo. Anche se il racconto è il frutto della solitudine o della malinconia o del rimpianto, o della necessità di provare a liberarsi di un dolore immenso, lontano eppure inemendabile. Anzi, soprattutto per questo.

Ecco, io sono certo che per allentare un po’ di tensione, per smorzare gli animi della troppa gente che ogni giorno di più si convince che l’unica maniera per cavarsela e farsi una ragione di quanto certe volte sia difficile e duro campare è prendersela con gli altri, con gli altri sconosciuti, con gli ultimi venuti, è dar retta a Salvini o alla Meloni o ai piccoli gerarchi locali e prendersela coi negri, bisognerebbe far sedere questa gente a un tavolo insieme agli altri, agli sconosciuti, agli ultimi venuti, insieme ai negri, e chiederle di raccontargli la propria storia. Di ascoltare la loro, ma prima di tutto raccontare la propria. I dolori dell’infanzia e quelli della vecchiaia, le fatiche e le paure, le gioie, le soddisfazioni, le illusioni. Avremmo una tavolata di persone che si intendono, che sanno dirsi qualcosa, che sanno riconoscere l’umanità che risiede negli uni e negli altri. Raccontarsi significa mettersi a nudo, rinunciare agli scudi, alla gelosia di sé, ci rende più fragili, più vulnerabili, più disposti a essere considerati uomini, né più né meno, proprio come dovremmo considerare né più né meno uomini quelli che ci siedono accanto o davanti, e ci ascoltano, e parlano, e ci raccontano di sé.

Quando mi chiedono come fare per fermare quest’onda nera e violenta io rispondo così. Eccola, un’idea su come fare. Non diciamogli di stare a sentire la nostra versione dei fatti. Facciamoli parlare. Facciamoli raccontare.

 

Foto di copertina tratta da pixabay.
print
Giovanni Dozzini
Scrivi un commento

Lascia un commento