Parlare di tenere aperti negozi e ipermercati nei festivi rimanda a come vediamo il modello di sviluppo delle nostre società, a che tipo di legami sociali caratterizzano le nostre vite e a quali valori condivisi contano, sono più diffusi, hanno più influenza. Un tema niente affatto secondario.

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Non è un tema secondario

Tenere aperti ipermercati e negozi la domenica è un tema realmente importante? Come si dice, i problemi degli italiani sono altri. La disoccupazione, l’arrivare a fine mese, la casa, la salute. Eppure, a giudicare dal tono con cui si parla dei negozi aperti nei festivi e di come le relative notizie sono affrontate dai media, sembrerebbe proprio che sia un argomento rilevante. Ed è così, effettivamente. Il fatto di poter fare spesa e shopping nei giorni festivi tira in ballo le vite di chi ci lavora, in primis. E le esigenze di chi ne è proprietario (i grandi gruppi della distribuzione organizzata, la GDO). Ci sono proposte e atti normativi che scaturiscono da come i partiti e “la politica” vedono la questione. Cioè di come si pongono nei confronti delle liberalizzazioni (e quindi del libero mercato). Tutti motivi che bastano perché l’argomento sia di un certo interesse.

Il modello di sviluppo, addirittura

Ma c’è di più. Può sembrare un salto logico troppo lungo, ma parlare di tenere aperti i centri commerciali di domenica rimanda addirittura a come vediamo il modello di sviluppo delle nostre società. Quelle nelle quali viviamo tutti i giorni, festivi compresi. A che tipo di legami sociali caratterizzano le nostre vite. A quali valori condivisi contano, sono più diffusi, hanno più influenza. Chiara Saraceno si è chiesta perché nessuno si preoccupa del fatto che molti altri sono i lavoratori impegnati nei festivi. Ad esempio, quelli dei trasporti o della sanità, settori senz’altro fondamentali. La risposta, secondo lei, è che “il discorso dei centri commerciali è legato a doppio filo a quello del consumismo“. Quindi, al modello di sviluppo di quella che una volta si chiamava società dei consumi. Ecco, parlare delle aperture domenicali rimanda, nientemeno, al tipo di mondo in cui viviamo (modello di sviluppo, relazioni sociali, valori condivisi). E non è un’esagerazione.

Aperti di domenica? Dipende dal contesto

Liberalizzare le aperture dei negozi, come misura in sé, presa in maniera isolata, non è un male. Tutto dipende dal contesto più generale in cui si inseriscono politiche di questo tipo. Dal modello di sviluppo, dicevamo, soprattutto di quello locale. E quindi da come sono fatte le politiche urbane e urbanistiche. Dai sistemi di trasporto locale, dalle iniziative culturali organizzate dai vari comuni. Ed anche dall’offerta di socialità delle diverse città, da quanti cinema ci sono, da quante partite e partitelle di calcio e basket impegnano ragazzi e ragazzini la domenica.

Tenere aperto un centro commerciale può avere conseguenze molto diverse. Un conto è se gli autobus non funzionano, i quartieri non sono tenuti bene, i musei sono chiusi e lo sport è un’attività sconosciuta. Allora, gli ipermercati costituiscono un’opzione molto invitante per passare la domenica, se non altro per assenza di alternative. Un conto, invece, è se il trasporto locale va anche il 25 aprile, vie e piazze sono realmente attrattive per chi ci abita e per chi ci passa, l’offerta culturale è ricca ed esistono parecchie squadre e squadrette. Beh, allora il centro commerciale è solo una delle opzioni possibili, e forse neanche la più invitante.

…E dipende dai lavoratori

Ecco allora perché è importante il livello territoriale per la gestione delle aperture di negozi e centri commerciali. Perché è qui che si inseriscono le vite di chi può scegliere dove andare ed è qui che le esigenze di ognuno si esprimono quotidianamente. Spazio a Comuni e città, allora, per la regolazione degli orari. Ma c’è un “ma”, un “ma” gigantesco. I lavoratori, soprattutto della GDO. La loro, di socialità, non è importante? La loro possibilità di scegliere cosa fare il 2 giugno non conta? Le aperture domenicali non possono non tenerne conto, non possono non tenere conto del (banale?) rispetto dei diritti dei lavoratori.

No al ricatto

E non basta garantire solo alcune categorie (che possono rifiutarsi di lavorare nei festivi), cioè i genitori con figli piccoli o chi assiste persone malate. Perché, sempre riprendendo Chiara Saraceno, il lavoro di cura è qualcosa di più ampio. Non può essere ristretto al solo “bisogno” emergente, quello più evidente. “Ci sono gestioni familiari che si reggono proprio sulla divisione di turni e compiti dei genitori. In alcuni casi il lavoro domenicale viene incontro alle esigenze di queste famiglie aiutando a conciliarle, sia se si tratta di dipendenti dei centri commerciali, sia se si tratta di consumatori. In questa società sono in tanti a non avere il classico orario d’ufficio dalle 8 alle 17”. Ma la cosa più importante “è che il lavoratore abbia il potere di decidere“. Qui sta il nodo di tutto: il lavoratore deve poter non essere ricattato e costretto ad accettare turni nei quali in realtà non vorrebbe o non potrebbe lavorare.

E qui torniamo alla questione del modello di sviluppo. Che poi alla fine rimanda a due cose molto da sociologi: le relazioni sociali, i legami tra gli individui, tutto ciò che si chiama “capitale sociale”, da un lato; i valori condivisi, gli schemi di comportamento, i punti di riferimento collettivi, dall’altro.

Legami sociali e valori condivisi

Quando si pensa alle aperture domenicali, bisogna tenere presenti questi due aspetti. Il primo, quello dei legami sociali. Passare la domenica in un centro commerciale non è come passarla in giro per il centro con gli amici o a mangiare la lasagna a pranzo. Non è né meglio, né peggio, in sé. È solo diverso. E soprattutto, a lungo andare, porta conseguenze assai rilevanti in come ci relazioniamo gli uni agli altri. A forza di andare nei centri commerciali di domenica, i centri (i quartieri in generale) si spopolano e le lasagne non si cucinano più. Il secondo, quello dei valori condivisi. Potrà sembrare banale, ma ciò in cui crediamo a livello collettivo determina poi le scelte politiche ed economiche. E quindi i tipi di vita che conduciamo. Possiamo non tenere conto della ricattabilità di chi deve stare alla cassa di un supermercato il 26 dicembre. O del fornaio che deve fare il pane la domenica per un ipermercato. Ma è un atteggiamento figlio dello sgretolamento del valore sociale del lavoro e del messaggio collettivo che si deve dire grazie a chi dà un salario in cambio di tempo e impegno.

Cittadini = consumatori + lavoratori

Messa così, forse può apparire più chiaro che il tema delle aperture domenicali non è affatto secondario. È connesso al modello di sviluppo e di consumo, ai legami sociali e a cosa pensiamo collettivamente. A quali sono le priorità e i punti di riferimento. Tenere aperti gli ipermercati nei festivi è ottimo per chi non può fare la spesa negli altri giorni, e i diritti dei consumatori vanno tutelati. Ma serve tutelare anche i diritti dei lavoratori e pensare un po’ più in là della prossima domenica, in prospettiva. Questo tema ci invita a pensare, come abbiamo detto, a tutto il modello di sviluppo di un territorio. Un territorio in cui vivono cittadini: sia consumatori, sia lavoratori.

Foto di copertina tratta da wikipedia.
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Ugo Carlone
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