Da quattro anni la cooperativa Babele recupera e distribuisce pasti. In un mondo in cui finisce in discarica un terzo del cibo prodotto e due miliardi di persone faticano a nutrirsi si tratta di un gesto che rischia di diventare rivoluzionario

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Il furgone-frigo si mette in moto più o meno intorno alle una. Il giro è sempre quello: la prima mensa scolastica, la seconda, e poi l’ultima, quella aziendale. In ognuno di questi tre posti Margherita e i suoi entrano nelle cucine a fine turno e selezionano il cibo in eccesso. Quello non distribuito, quello rimasto integro nei contenitori. Tutto ciò che è riutilizzabile viene impacchettato in appositi contenitori a loro volta riposti nel furgone. E poi via, il ritorno al quartier generale. Dove si procede allo sporzionamento e alla distribuzione. Nel frattempo si sono fatte le tre del pomeriggio, e la gente comincia ad arrivare. Una media di venti-trenta persone al giorno. Dalle famiglie monoparentali fino a nuclei di sette persone. Ad ognuno viene distribuito un primo, un secondo e la frutta. Di venerdì c’è anche il dolce. Tutto in contenitori rigorosamente sigillati, tutto fatto con le attrezzature e gli accorgimenti necessari a non contaminare gli alimenti, a non alterare le temperature e quindi la qualità delle pietanze. Una volta a settimana invece, viene distribuita la spesa. Un paniere che comprende una serie di beni a lunga scadenza in quantità proporzionale ai componenti del nucleo familiare: pasta, legumi, salsa di pomodoro, biscotti, carne. Le tre mense sono le realtà che nel comune di Corciano – una amministrazione i cui confini ormai non si distinguono più da quelli del confinante comune di Perugia – aderiscono in questa fase al progetto “Dispensa solidale”. Da loro arrivano i cibi cotti. La spesa settimanale è invece garantita da alcuni supermercati del posto. L’obiettivo è recuperare le eccedenze e distribuirle in maniera opportuna a chi ha difficoltà di accesso ai beni.

Non è (solo) beneficenza

Sembrerebbe una delle tante meritorie attività di beneficenza. Non è così. O almeno, non è solo così. Intanto perché ci sono persone regolarmente al lavoro, qui: due a Corciano e altrettante a Narni, comune in provincia di Terni, e nell’Unione dei comuni Terre d’Acqua, in provincia di Bologna, che sono le tre amministrazioni che hanno stipulato convenzioni con la cooperativa Babele, nel cui seno è nata la “Dispensa solidale”, prima progetto e corso di formazione per operatori, oggi servizio. A Corciano, il comune “decano”, l’attività è cominciata nell’aprile del 2014. Fino all’agosto scorso, in poco più di quattro anni, erano state recuperate e distribuite quasi 40 tonnellate di cibo altrimenti destinate ad andare al macero e servite complessivamente oltre 2.300 persone a cui i servizi sociali del Comune avevano proposto la cosa. “All’inizio abbiamo scontato un minimo di diffidenza, poi siamo partiti senza problemi”, dice Margherita. E oggi è attiva anche una sperimentazione nel vicino comune di Magione, anello di congiunzione tra il territorio di Perugia e il lago Trasimeno, che con tutta probabilità si trasformerà in servizio di qui a poco.

Lo spreco oltre lo spreco

Sembrerebbe beneficenza, si diceva. Ma metterla in questi termini sarebbe riduttivo. Perché il furgone a bordo del quale salgono tutti i giorni Margherita e i suoi non fa solo il giro delle tre mense che attualmente stanno aderendo al progetto “Dispensa solidale”. Il suo percorso è molto più lungo. Va indietro nello spazio e nel tempo. Se ci sali sopra, chiudi gli occhi e ti lasci andare all’immaginazione potresti trovarti in uno dei tir che tappezzano le strade per distribuire prodotti e dai cui tubi di scappamento fuoriescono gas e polveri che poi ci tocca respirare. Oppure ti potrebbe capitare di guardare a perdita d’occhio immerso in uno di quegli appezzamenti di terreno comprati per quattro soldi dalle multinazionali di prodotti alimentari per metterlo a monocultura. Non è difficile: ci sono 60 milioni di ettari di terra utilizzati così nel mondo, soprattutto in Africa. Dove si soddisfano le esigenze di produzione ma si alterano interi ecosistemi. Stiamo sul filo dell’immaginazione, ma questo non è un fenomeno immaginato, è realtà. Così reale che gli è stato dato anche un nome: landgrabbing. Oppure potresti ritrovarti a guardare una falda acquifera essiccata a furia di aspirarla per annaffiare campi coltivati, o sul ciglio di una discarica, con davanti agli occhi una quantità sterminata di roba che non distingui. O, ancora, potresti stare guardando la ciminiera di una centrale elettrica che produce energia per lavorazioni alimentari che finiranno in quella discarica. È immaginazione, ma non fantascienza. Secondo quello che calcola la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, un terzo del cibo prodotto ogni anno nel mondo finisce in discarica: 1,3 miliardi di tonnellate. È assai probabile quindi che se quella che stavi guardando prima era una discarica, dentro a quella massa che non riuscivi a distinguere c’era cibo. Tanto cibo. Che ora che sta lì e non è solo uno spreco in sé. In quella discarica ci sono l’acqua, la terra, l’energia, e i gas di scarico consumati per coltivare, produrre e trasportare quel cibo che nessuno ha consumato. Uno studio dell’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale del ministero dell’Ambiente) stima che lo spreco di cibo da solo rappresenti il 21 per cento dell’impronta ecologica lasciata dall’umanità sulla Terra. Lo spreco quindi, non è solo una questione “morale”, ma ambientale, di sopravvivenza della nostra specie su questo pianeta. Se poi si aggiunge che nel mondo, a fronte di due miliardi di persone con difficoltà di accesso al cibo, il 45 per cento degli italiani (e la percentuale degli altri paesi “sviluppati” non si discosta) è sovrappeso, si capisce come lo spreco di cibo sia una delle priorità da affrontare per guardare al futuro.

Lo zampino di Kant

Non è solo beneficenza, insomma, l’attività portata avanti dalla cooperativa Babele con il servizio di “Dispensa solidale”. È piuttosto l’indicazione di una strada, il tentativo di raddrizzare una stortura. “Lo spreco è un’inefficienza di sistema”, mi dice Margherita, che da quando ha partecipato al corso di formazione per tecnico della selezione e distribuzione degli scarti alimentari ha riconvertito la sua vita professionale alla questione del recupero e della distribuzione di cibo in eccesso. “Siamo sicuri?”, obietto. E le faccio notare che gli scaffali pieni dei supermercati fanno parte del gioco dell’abbondanza, che sono funzionali a trasmetterci un’idea di ricchezza. Lei ci pensa su un attimo, e poi se ne esce con un accenno alla filosofia del limite di Kant: “Sì, è come se ci dicessero: ne puoi prendere quanto vuoi, trascurando però il fatto di quanto consumi per produrre”. Dallo spreco di cibo a Kant, che poi è un modo per riflettere su di noi. Ecco perché il furgone di Babele porta lontano. Ha portato lontano anche Margherita, che il corso per tecnico degli scarti alimentari lo ha fatto con una laurea di filosofia in tasca. Come ci sei arrivata? “Guarda, la professione che svolgo è strettamente collegata ai miei studi. Mi sono laureata in Etica ambientale e quello che faccio mi consente di mettere in pratica la teoria che ho appreso sui libri”.

Una lunga strada

Intorno allo spreco alimentare ci gira un pianeta, insomma; un sistema economico che squilibrato è dire poco; ci si possono tirare in ballo studi di filosofia. Il furgone su cui viaggiano Margherita e i suoi è una metafora: ci dice di come si possono riportare le merci a livello di merci, nonostante chi le produce attribuisca loro un potere taumaturgico, le elevi a strumenti di realizzazione personale, ce le faccia percepire come infinite dissipando aria, acqua ed energia allo scopo di farci sentire un po’ infiniti anche noi, che siamo invece il simbolo della finitudine. È un gioco sottile, pervasivo quanto impercettibile. Produce grandi profitti da un lato e mangia risorse naturali dall’altro; e obesità al nord e fame al sud.

Qualcosa cambia

È talmente squilibrata la bilancia, che si sta tentando di correre ai ripari in più modi. Intanto partendo dalle fonti degli sprechi. Cominciano a farsi avanti indicazioni sul modo di produrre e acquistare per dissipare meno risorse. L’Ispra stima che l’agricoltura di piccola scala produce il 70 per cento del totale ma occupa solo il 25 per cento dei terreni agricoli. E già questo significa meno spreco. A ciò, l’istituto del ministero dell’Ambiente aggiunge che “le filiere corte-biologiche-locali consentono di ridurre gli sprechi pre-consumo al 5 per cento rispetto al 40 per cento dei sistemi agro-industriali”, e che “chi si rifornisce solo in reti alimentari alternative spreca fino a un decimo rispetto a chi usa solo canali convenzionali; i sistemi di agricoltura supportata da comunità riducono gli sprechi al 7 per cento contro il 55 per cento dei sistemi di grande distribuzione”. A questi, che sono studi, corrisponde una pratica che negli ultimi anni si sta sempre più ampliando: quella dei mercati a chilometro zero in cui i produttori sono messi in condizione di vendere direttamente – senza intermediari e senza grande distribuzione di mezzo – i frutti delle loro fatiche nei campi. Ne è un esempio Campagna amica, l’iniziativa di Coldiretti che prevede mercati settimanali con prodotti locali in moltissimi centri di tutta Italia. Poi ci sono sempre più iniziative per fare in modo che il cibo prodotto non finisca in discarica. “Dispensa solidale” è un esempio. Nella stessa Umbria il Cesvol (Centro servizi per il volontariato) si è reso protagonista della realizzazione di un marchio, “Zero waste”, che mira a diffondere una cultura del consumo sostenibile e consapevole e punta al recupero delle eccedenze alimentari. A livello nazionale operano con la stessa filosofia il last minute market e numerose altre realtà locali, a partire dall’eccellenza rappresentata dalla rete di cooperative Cauto, nel Bresciano. E poi si cominciano a muovere anche i legislatori. La Francia ha una legge che impone ai supermercati di donare le eccedenze. Un provvedimento analogo è stato approvato in Italia nel 2016, la legge Gadda. Ma c’è ancora da fare. Perché la grande distribuzione non è attrezzata allo stoccaggio delle eccedenze, né incentivata, poiché la legge Gadda che non prevede sanzioni. “Preferiscono buttare tutto – ti dice chi ha avuto a che fare con direttori di superfici commerciali – perché il recupero sottrae risorse al processo di lavorazione”. E non ci si possono permettere risorse non destinate al profitto. Meglio sprecare, questo è “il sistema”. Per questo occorre stare “sulla soglia del supermercato”, ama ripetere Margherita, memore della lezione che le hanno dato quelli di Cauto. Lì, di persona. A vagliare quello che va buttato e quello che invece può essere recuperato, messo in sicurezza e infine caricato su un furgone per un nuovo viaggio.

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Fabrizio Marcucci
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