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Ma non è che il problema è dei maschi? Sentite Michele Serra, l’eccessivamente contestato re dei radical chic nostrani, come descrive una foto degli attivisti argentini di Pro Vida che manifestano contro la legalizzazione dell’aborto in quel paese: “maschi di razza bianca tra i venti e i quaranta – l’età della guerra – quasi tutti con i capelli cortissimi, giubbotti di pelle, felpe nere e occhiali neri, l’atteggiamento muscolare/marziale di chi presidia un territorio per allontanare un pericolo, respingere un nemico”, cioè un corteo di donne. Troppo lontana, l’Argentina? Non proprio, perché “per capire dove siamo, e di quale gruppo umano si tratta, ci vuole la didascalia. Perché potrebbero benissimo essere, al primo sguardo, manifestanti polacchi o ungheresi o austriaci in supporto ai loro governi nazionalisti, o ultras di una delle tante curve di destra”. Caratterizzati da “un’antropologia piuttosto uniforme: etnicamente monocolore e maschile quasi in purezza, con sparutissime femmine a fare da supporter – mai, comunque, da leader”. E con connotati ideologici omogenei, che si tratti di sostenitori di Trump, Putin, Orban o Salvini: “il mito del Popolo come entità innocente corrotta dalle élite borghesi, la Nazione come fonte di purezza contaminata dal cosmopolitismo, la religione cristiana intesa come omaggio alle tradizioni, non certo come impegno solidaristico, una sempre meno malcelata omofobia, un diffuso antisemitismo, un vigoroso, quasi festoso antifemminismo, come se qualcuno avesse finalmente levato il coperchio al pentolone ribollente della frustrazione maschile”.

La rivincita del maschio

Eccolo uno dei nodi, la frustrazione maschile. Che è “una delle componenti fondamentali della grande revanche della destra politica (comunque la si voglia chiamare) in tutto l’Occidente”. Un “neo maschilismo di destra” provocato, secondo Serra, da qualcosa di assai profondo e sostanziale, cioè “l’autodeterminazione delle donne in sé“, che ha portato come cadeaul’insicurezza del maschio e la sua disperata voglia di rivincita“, uno dei fattori trainanti delle nuove destre mondiali. Se così è, ancora secondo Serra, andrebbe ridimensionata, almeno in parte, l’influenza della crisi economica e della paura dello straniero sulla montante aggressività. Di questi due ultimi aspetti si parla moltissimo; meno se ne fa del “del brusco processo di respingimento, sia esso cosciente o istintivo, che le donne subiscono all’interno degli assetti del nuovo potere” e del fatto che il nuovo agone mediatico sembri “costruito a misura di maschio, a partire dalla vocazione all’insulto, alla sopraffazione, alla prova di forza che soppianta ogni dialettica e ogni riflessione. Di più ‘maschile’, nel novero dei paesaggi sociali e dei passaggi storici, rimane solamente la guerra“. Certo, la presenza femminile nei partiti populisti di destra un pochino c’è: Marine Le Pen e Alice Weidel, ad esempio; ma il tipico esemplare del leader di queste nuove formazioni è indubbiamente maschio.

È una questione molto, molto complessa, su cui è facilissimo scivolare su bucce di banana e altrettanto scontato dire che si cammina su un filo, pur ragionando: parliamo di nientemeno che il processo di emancipazione femminile. Per semplificare, diamolo per scontato, questo processo: che c’è stato, è stato potente, ha disincrostato meccanismi sociali interamente patriarcali e maschi, senza tuttavia completarsi – ancora – del tutto. Perché sono arcinoti i dati sulla disoccupazione, sulle retribuzioni, sulla qualità del lavoro e della conciliazione tra questo e la vita personale, sull’uso del tempo in famiglia, sul lavoro cosiddetto domestico, passando per mille altri fenomeni fino ad arrivare alle violenze e ai femminicidi. Tutti ambiti in cui le donne sono puntualmente penalizzate, seppure con differenze molto grandi da paese a paese. Il processo c’è stato, ma non ha visto il finale. Anzi, ancora tanta strada c’è da fare. A parere di molti maschi, però, la strada percorsa è stata addirittura troppa.

Maschio-bianco-incazzato

Il sociologo statunitense Michael Kimmel ha passato ore e ore ad intervistare uomini bianchi adulti, padri separati, persone (maschie) che hanno fatto delle stragi o che hanno usato violenza con le donne o fondamentalisti religiosi, scrivendoci un libro il cui titolo, tradotto (stranamente, il testo non ha avuto ancora un’edizione italiana), è Uomo bianco arrabbiato. La mascolinità alla fine di un’era. Già, perché di questo parliamo: di come i maschi stanno prendendo la fine di un’era, quella che è terminata al culmine del processo di emancipazione femminile. Che non è finito, ma che ha avuto i suoi effetti, tanto da far terminare, con l’aiuto di altri fattori, il dominio del maschio, o meglio il suo dominio totale. La tesi di Kimmel è abbastanza semplice, anche se comporta conseguenze molto complicate: all’origine della rabbia, almeno negli Usa (ma ci sembra un discorso assai generalizzabile) c’è “la paura che i propri diritti di nascita siano lesi. Ci sono uomini bianchi in America che nonostante godano di molti privilegi, hanno la sensazione che ciò che spetterebbe a loro venga dato ad altri che non lo meritano. Sono pieni di rabbia contro tutto ciò che è ‘politicamente corretto’, e dicono che Trump capisce questo loro risentimento e curerà le loro ferite”. Un risentimento paradossale, perché, per gli uomini bianchi, “la differenza rispetto al passato è che prima avevano il 90% dei privilegi e adesso l’80%”. I suprematisti bianchi “vogliono ripristinare un passato che mitizzano, in cui i neri e le donne erano totalmente subordinati, anche se quel treno ha lasciato la stazione e le donne non lasceranno mai il lavoro, né i neri torneranno nelle piantagioni”. Ma i suprematisti bianchi sono solo “il canarino nella miniera di carbone. Sono i più estremisti, i ‘veri credenti’. Ma questo fenomeno riguarda molti luoghi diversi, include uomini bianchi nelle periferie, cristiani evangelici che lamentano che il mondo sia troppo laico, il 53% delle donne bianche che ha votato per Trump. […] C’è un profondo bacino di risentimento”. Alla base di ansie e rabbia, più in generale, per Kimmel troviamo i grandi mutamenti socio-economici degli ultimi anni, che hanno provocato una specie di sisma. La mobilità sociale è andata verso il basso e l’uguaglianza razziale è aumentata (forse perché è peggiorata la condizione dei bianchi?). In questo quadro, c’è un “tenace aggrapparsi a un’ideologia anacronistica della mascolinità“, per uomini che si sentono traditi e disorientati.

Brava gente con valori sani

Com’è possibile tutto questo? Come agisce la mente umana (almeno quella maschile)? Sentite come lo spiega bene il sito 2000battute: “lavorare sodo, giocarsi le proprie carte, stare alle regole e ottenere in cambio quanto occorre per una vita senza angosce per sé e la propria famiglia. Sessant’anni dopo, siamo ancora annegati nell’immaginario degli anni cinquanta. L’uomo lavora e guadagna i soldi per la bella casetta indipendente, la mogliettina casalinga che accudisce figli educati e rispettosi e accoglie il marito di ritorno alla sera. A qualcuno potrà sembrare incredibile che ancora si discuta di immagini stereotipate del genere, ritenendole archeologia, ma si sbaglia di grosso e pecca di ingenuità”. È il desiderio di una “vita senza grandi scosse, onesta nell’accezione più tradizionale, con la garanzia di avere sempre quello che si ritiene giusto lavorando in modo ripetitivo”, tuttora uno dei “collanti sociali più forti dell’identità nazionale e fondamento dei valori civili, sotto attacco da decenni di cambiamenti economici e di retorica del diventa imprenditore di te stesso“. Siamo sempre lì, il problema è la visione patriarcale della famiglia vista come perno di una società tradizionale e conservatrice, un “ideale rassicurante di tutte le società occidentali, non solo americane” e degli “uomini, bianchi, di livello economico medio e medio-basso”. Il “ventre molle” che ha prodotto i fascismi e, oggi, i populismi, che è (e qui mani sul volante) “l’incarnazione della ‘brava gente’, quella ‘alla buona’, ‘tutta di un pezzo’, con i ‘valori sani’ e via di questo passo“. Destra? Troppo facile: “siamo a un livello sottostante la tradizionale distinzione tra destra e sinistra politica, un livello più ancestrale, quel livello che giustifica i passaggi repentini tra sinistra e destra politica di intere fasce di popolazione o aree geografiche che, agli occhi ideologizzati e prevenuti di alcuni commentatori, appaiono sorprendenti e illogici”.

È come se si fosse formata una specie di “nuova classe”, scrive Guido Caldiron, “a metà strada tra l’appartenenza sociale e lo stato d’animo collettivo”, frutto di sentimenti di frustrazione e malessere, e ancorata a tutto un sistema di valori ben radicati. Jennifer Guerra, riportando il fenomeno al contesto del Belpaese, sostiene che l’italiano arrabbiato non è affatto una novità e che le elezioni del 4 marzo non hanno fatto altro che confermarlo. E il livore della “gente” è senz’altro l’appiglio elettorale preferito di Salvini, un “passe-partout per accedere a strati anche molti diversi della nostra società”. È vero che, dopo la crisi economica del 2008, “per la prima volta i maschi bianchi si sono sentiti vulnerabili, perché è stato loro tolto il potere economico su cui hanno sempre potuto contare”, ma la conseguenza che ne è derivata (oggetto da psicologia sociale) è figlia del passato: “i nati negli anni sessanta e settanta si sono formati nel riflusso, quando l’oggettificazione della donna era naturalmente accettata e la promessa di ricchezza era data per scontata. Il benessere di quell’Italia felice (e non a caso il ‘si stava meglio quando si stava peggio’ è una costante nei post delle persone furiose) ha formato una generazione di lavoratori ultrapagati nonostante le scarse competenze e l’istruzione insufficiente. Quando è cominciata la crisi è scoppiata la bolla e la rabbia è esplosa”. Ed è esplosa, continua Guerra, non contro il capitalismo che ha schiacciato questa generazione, ma contro le minoranze, gli immigrati, i rom, forse anche gli omosessuali e comunque i diversi e i classici capri espiatori.

Italia intollerante, già da parecchio

Il terreno era ed è ben fertile. Come dimostrano diversi studi, l’Italia è il paese occidentale più “intollerante”. Davide Mancino, su Il Sole 24 Ore, riporta dati del 2017 dell’istituto Pew Research americano, che ha messo in luce come gli italiani siano “di gran lunga il popolo meno tollerante in Europa occidentale” e i soggetti con più atteggiamenti nazionalisti, anti-immigrati e anti-minoranze. Un quarto degli italiani non accetterebbe un ebreo come membro della propria famiglia e il 43% non lo farebbe nel caso di un musulmano, per dire. Come mai? L’emergere di sentimenti del genere viene solitamente associato all’aumento dell’immigrazione, all’emergenza rifugiati e alle conseguenze della crisi economica. In realtà, l’opinione negativa verso stranieri e minoranze era ben presente, in Italia, già prima dell’emergere o l’esplodere di questi fenomeni, e, soprattutto, è sempre stata più alta rispetto agli altri paesi, come ben documenta Mancino. Eravamo contro gli stranieri e i rom in misura maggiore rispetto agli altri paesi europei fin da tempi antecedenti alla crisi; il “problema” immigrazione era più sentito da noi anche quando la presenza degli stranieri era molto bassa (basta ricordare gli anni novanta e l’arrivo degli albanesi); e l’Italia, com’è arcinoto, non è tra i primi paesi per presenza di immigrati né per quella dei rifugiati, né, tantomeno, nel Belpaese ci sono più irregolari che altrove. L’ipotesi più plausibile è che l’intolleranza non derivi da qualcosa causato “dall’esterno”, ma costituisca proprio “un tratto ‘strutturale’, o quanto meno presente già da parecchio nella cultura italiana”.

Dirlo non è proprio scoprire l’acqua calda. Questo “qualcosa presente già da parecchio nella cultura italiana” ha anche a che fare con il maschilismo e la mentalità, i valori, i pensieri ad esso connessi. Cari uomini, un problema c’è. Che interroga noi, ma interroga anche loro, le donne. Il fronte (tanto per cambiare) dovrebbe essere più culturale che politico e (di nuovo tanto per cambiare) dovrebbe essere il più comune possibile. Il compimento, anzi la ripresa del processo di emancipazione femminile è un bene per tutti, non solo per chi non è maschio. Ficchiamocelo bene in testa. Possibile che serva ancora ribadirlo?

 

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Foto di copertina tratta da pixabay.
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Ugo Carlone
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