Può la presentazione di un romanzo diventare un evento? Sì, se il romanzo pone le domande giuste, e se si tenta di dargli risposte. E la realtà è davvero quella che pensiamo di vedere? Siamo sicuri?

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Scrivere la recensione di un libro che non si è letto è una contraddizione irreversibile. Però si può scrivere della presentazione di quel libro. E siccome quella di E Baboucar guidava la fila, quarto romanzo di Giovanni Dozzini, edito da minimum fax, freschissimo di stampa, è stata per tutta una serie di ragioni un piccolo evento, vale la pena raccontare ciò che è successo a chi non c’era.

Intanto, il libro. O meglio ciò che Giovanni e il suo compare di presentazione – un altro scrittore, Matteo Nucci – hanno detto del libro. Formalmente, E Baboucar guidava la fila narra di un piccolo gruppo di ragazzi africani richiedenti asilo. Ma lo fa per parlare di noi. No, non dei soliti italiani attratti e vittime allo stesso tempo della propaganda xenofoba; non di chi tutto sommato preferirebbe che affogassero in mare e non sa o se ne frega delle angherie cui sono sottoposti in Africa; non di chi li sfrutta una volta approdati qua; non dei razzisti conclamati che li braccano qua e là per l’Italia. E Baboucar guidava la fila parla di noi. Proprio noi. Noi che vogliamo porte aperte per chi fugge da fame e guerre o semplicemente insegue una vita migliore di quella che gli/le è concesso di fare nel posto in cui è nato/a. Noi che inorridiamo a ogni dichiarazione che sposta di giorno in giorno un po’ più in là il limite della decenza e del pudore. Parla di noi “buonisti”, come ci chiama chi non lo sa ma se fosse per lui staremmo ancora a Caino e Abele. Dice Matteo Nucci che si è trovato proficuamente disorientato a leggere il libro perché nello scorrerlo si è scoperto a dare per scontato che il gruppo di ragazzi protagonisti non potesse fare le cose normalissime a cui aspira: prendere il treno per andare al mare, per dirne una. Cioè: noi che diciamo di voler accogliere, siamo pronti ad allargare le braccia sì, ma solo a dei pezzenti che rimangano al loro posto, per dirla con Giovanni. Nel momento in cui queste facce, braccia, gambe e teste assumono un che di umano, con le aspirazioni, i pregi e i difetti e le altezze e le cadute di ogni essere umano, le escludiamo dalla griglia del possibile. È un processo che ha un che di pavloviano. Ma anche noi amputiamo umanità, abbiamo fatto nostro il concetto che uno straccione come è chi viene qua vestito di stracci dopo mesi di campi di concentramento e violenze e soprusi di ogni tipo sia uno straccione. Debba rimanere straccione. Condannato a stare sotto, in qualche modo. Anche sotto a noi, che accogliamo.

È difficile fare i conti con una parte di te che non vorresti vedere, ma la letteratura serve anche a questo, dice Nucci, e non si riesce a non essere d’accordo. Per questo lo stesso Nucci definisce quello di Dozzini un libro politico. Politico non nel senso del dichiaramentificio asfittico e propagandistico a cui siamo abituati. Politico in senso alto. Di convivenza tra umani. Perché se tu che pensi di guardare avanti vedi qualcuno come uno comunque destinato a stare sotto, seppure meritevole di assistenza, beh, allora non stai guardando avanti nel modo più opportuno. Così, quando l’autore dice legittimamente che ha il sospetto che il suo romanzo lo leggeranno persone che non ne usciranno granché colpite perché queste cose già le sanno, e che gli piacerebbe invece arrivare di là, per capirci a quelli che ci definiscono “buonisti”, per toccarli nel vivo, Nucci stona e ribatte – con più di qualche ragione – che questo romanzo farà bene anche a noi. Noi che ci siamo fatti colonizzare l’immaginario senza accorgercene e diamo per scontato – nella parte più profonda di noi stessi, una parte che non riusciamo né vogliamo vedere – che i pezzenti debbano rimanere tali. Perché è così, spiegazione apodittica che abolisce la ragione e spedisce nel nulla i nostri buoni propositi, che nega la nostra stessa esistenza nella polis perché perpetua il sopra e il sotto, quello che vorremmo abolire, tanto per gli italiani quanto per gli stranieri. E questo è il primo ingrediente che ha contribuito a rendere quello si è consumato in una delle sale dello splendido complesso di San Pietro a Perugia – che ha fatto da cornice a Umbrialibri, la rassegna durante la quale E Baboucar guidava la fila ha fatto la sua prima uscita – un piccolo evento. Ma c’è di più.

Il romanzo di Dozzini si sporca le mani andandole a ficcare in un groviglio che dolcemente fa scivolare nell’oggi, in quel clima di continuo slittamento di decenza e pudore verso l’indecente e l’impudico. Così la presentazione si fa quasi assemblea. E risuona lo spaesamento, rimbalzano l’eco del “che fare?” e il senso di frustrazione nel vedersi impotenti a fare muro contro lo tsunami permanente che abbatte la separazione tra il decente e l’indecente. Già, che fare? E qui l’evento diventa resistenza inconsapevole. Per questo vale la pena scriverne. Per acquisire consapevolezza. E la consapevolezza è rivoluzionaria. Risuonano tentativi di risposte a quelle domande: «Ribattere colpo su colpo», «raccontare le storie dei migranti, fare in modo che le raccontino loro stessi». Tutto ok. Ma è lì, in quella sala piena che sta la resistenza di fatto. Che c’è. Qui e ora. È quella sala piena, insicura e interrogante una delle più fedeli rappresentazioni di una realtà che viene raccontata e che viviamo noi stessi come inorridente, ma che non lo è, o almeno non lo è del tutto. È questo l’evento da raccontare: una sala affollata di persone che ascoltano con interesse cose non facili da digerire perché mettono in discussione se stesse e dialogano; un romanzo che invita a uno sguardo obliquo e fruttuoso; il sapersi mettere in discussione alla radice; l’essere stati capaci, perché la nave Mare Jonio è di tutti noi, di salpare le acque per disobbedire all’indecenza.

È che la realtà non è il ministro della Paura che ci inonda di dichiarazioni da mattina a sera puntando a distorcere il nostro stesso senso di percezione. La realtà è più complessa. È fatta (anche) delle donne e degli uomini che hanno riempito una sala e hanno costituito la carne, le ossa, il sangue e i cervelli che hanno fatto della presentazione di un romanzo l’evento che stiamo raccontando; è fatta di un romanzo azzeccato perché pone domande e suscita risposte; è fatta di operatori validi. Solo che la realtà dobbiamo cominciare a guardarla senza inquinamenti pavloviani noi per primi, sennò non se ne esce. Noi che dobbiamo emendare i nostri limiti e acquisire consapevolezza della nostra forza. Noi che ci dobbiamo convincere che siamo di più di una massa di annichiliti dalla propaganda. Noi che sentiamo, facciamo, scriviamo, pensiamo, salpiamo. Noi che disobbediamo e dobbiamo farlo sempre di più e meglio, anche nei confronti delle parti più nascoste di noi. E che siamo chiamati a mettere a fuoco le cose e – per dire – non a gridare che nei confronti di Domenico Lucano è stata commessa un’ingiustizia, bensì a ribaltare le leggi che hanno trasformato Riace da modello a oggetto di indagine della procura. A rendere Riace un modello per legge. A scandire che chi esulta perché Lucano è ai domiciliari è chi preferisce la morte (Riace era morta prima che venisse ripopolata dalle politiche di accoglienza di Lucano) alla vita. Il che fare lo stiamo già facendo. Porgendo la guancia agli schiaffi salutari che ci dà un romanzo come quello di Dozzini, evitando di cadere nella trappola di un racconto distorto della realtà, rimuovendo i nostri riflessi pavloviani. Salpando. Bisogna solo prenderne coscienza. E piccoli eventi come quello della presentazione di E Baboucar guidava la fila possono aiutare.

Nella foto, la copertina del libro
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Fabrizio Marcucci
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