Le radio libere sono state una delle esperienze più interessanti degli anni settanta. Ne sono sorte un po’ ovunque: anche a Terni, con Radio Evelyn, una sfida coraggiosa in una città operaia e “operosa”. Ce la racconta uno dei fondatori, Marcello Ricci (amatissimo professore di liceo), in uno spaccato “dal vivo” e intenso di cosa significava, in quel periodo, dire che “il personale è politico” e "dare voce a chi da sempre era stato espropriato del proprio diritto di parlare".

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L’11 Gennaio 1981 mandavo in onda l’ultimo notiziario prima della chiusura di Radio Evelyn. Erano trascorsi quasi cinque anni dal luglio 1976, quando alcuni giovani ternani, un po’ alternativi, un po’ annoiati dalla vita di provincia, con qualche soldo di famiglia (non ce ne vollero poi tanti) decisero di aprire una radio e di chiamarla Evelyn. Non sapevano bene a che sarebbe servita, ma qualche idea ce l’avevano. Ad esempio, a trasmettere della buona musica, il che di per sé era già un fatto alternativo, e ad essere alternativi alla cultura ufficiale allora ci tenevamo molto.

Io non entrai subito, anzi seppi della radio da mio fratello qualche mese più tardi, poi accendendo sentii che c’era della gente che protestava perché non c’era l’acqua a Vallecaprina. Qualche tempo dopo fu la volta dei roulottisti ternani che protestavano perché volevano requisire le loro roulottes per i terremotati del Friuli e lo facevano direttamente con la loro voce attraverso il telefono. Non ci volle molto a capire l’enorme potenzialità politica che lo strumento rappresentava per la nascita di un’informazione democratica, dal basso. Erano gli anni ‘70, il compromesso storico tra Democrazia cristiana e Partito comunista aveva ingessato la politica e condizionato tutta l’informazione, le Brigate Rosse pensavano di schiodare la situazione con il terrorismo. Noi giovani, usciti delusi dall’avventura del ‘68, sapevamo che quella violenza era perdente e ci aggrappammo all’unica soluzione che ci sembrava praticabile, dare voce a chi da sempre era stato espropriato del proprio diritto di parlare. Allora che c’era di meglio che una radio libera?

Attraverso di essa cercammo di praticare la nostra idea di informazione: noi con la radio avremmo fatto solo da tramite al bisogno profondo di esprimersi che un’intera società aveva. Che avevamo intercettato un’esigenza reale lo dimostrò la straordinaria partecipazione popolare agli “Spazi aperti”, nei quali, forti della convinzione che il personale è politico, si cominciò a discutere anche di temi e problemi che riguardavano la realtà quotidiana ed esistenziale di tutti noi, che la politica aveva sempre trascurato. In una città di provincia dove la cultura imperante non aveva mai permesso di affrontare certe tematiche era una novità dirompente. Ecco allora ore e ore di discussioni sull’amore, la verginità, la droga, la bellezza, l’omosessualità.

In una città come Terni di cultura operaia e comunista indissolubilmente intrecciata con la cultura cattolica, questi argomenti piombarono come una martellata. Si scopriva che il bravo operaio, compagno democratico e comunista, spesso si comportava da fascista in famiglia. Per la prima volta l’informazione della nostra città conosceva anche il volto della creatività e dell’ironia: Mantide religiosa fu la trasmissione in dialetto del mezzogiorno della Domenica, attraverso la quale i vizi della classe politica venivano messi alla berlina da due personaggi di fantasia, un bidello e un operaio delle Acciaierie, che erano a loro volta lo specchio dei vizi e delle virtù del ternano medio.

Eravamo consapevoli delle potenzialità inesplorate di questo strumento e cercavamo di sperimentarle in tutti i modi, trasgredendo volutamente le regole ufficiali di mamma Rai. Non lo facevamo mai per semplice desiderio di ribellione, ma sempre con una profonda motivazione politica. Il momento certamente più alto della messa in pratica della nostra idea trasgressiva dell’informazione fu la notte del terremoto, quando i nostri microfoni divennero il punto di riferimento di decine di migliaia di persone, che cominciarono ad informarsi tramite la radio sugli effetti delle scosse. L’intervento ai nostri microfoni della polizia, che ci accusava di diffondere notizie false e di fare allarmismo, fu smentito dal sindaco di Cascia che denunciava in lacrime la presenza di morti e chiedeva aiuto e dalla reazione dei cittadini che temevano di essere espropriati di uno strumento che li aveva resi finalmente protagonisti dell’informazione. Trasmettemmo per tutta la notte, io personalmente stetti in trasmissione ininterrottamente dalle 23 alle 7, e fu una delle pagine più belle nella storia delle radio libere italiane.

Erano quelli gli anni della spaventosa diffusione dell’eroina tra i giovani della nostra città e della risposta repressiva di polizia e magistratura che, pensando bene di risolvere il problema mettendo tutti in galera, avevano riempito il vecchio carcere di via Carrara di tossicodipendenti. Erano gli anni in cui anche per l’opinione pubblica dire drogato equivaleva a dire delinquente. Decidemmo allora di dare voce in prima persona a quei ragazzi, creando insieme a loro il “Movimento tossicodipendenti”, allo scopo di tutelare i loro diritti fondamentali e la loro dignità e umanità negli storici confronti con l’amministrazione comunale nelle vecchie stanze di via Aminale. Avevamo più volte messo sull’avviso i nostri amministratori e la città tutta che, qualora non si fosse intervenuti ci sarebbe scappato il morto, e così fu. Malgrado tutto, le risposte restarono le stesse. La politica rimaneva convinta che i figli degli operai che avevano fatto la resistenza non si sarebbero mai drogati e la polizia che l’unico rimedio restava il carcere. Proprio in questa situazione escogitammo un modo alternativo di usare la radio: riuscivamo a comunicare con decine di ragazzi tossicodipendenti in carcere, leggendo le loro lettere, facendo parlare i familiari, facendo ascoltare la musica che ci richiedevano. Solo così in una società che si rifiutava di capire e che troppo frettolosamente condannava riuscimmo a non farli sentire soli.

Quando nel marzo del ‘77 tornò a nascere un forte movimento giovanile di protesta, con qualcuno di “Autonomia operaia” che sparava e la criminalizzazione di ogni forma di opposizione, la radio, che pure era sempre stata su posizioni non violente, fu minacciata di chiusura. Decidemmo allora di trasformarla per provocazione in “Radio tropicale”, la radio che non fa male al Quirinale. Furono tre giorni di quiz, oroscopi, ricette, canzonette, che dovemmo interrompere a furor popolare per tornare ad essere la voce dei problemi veri della città. Uno dei momenti più significativi della recente storia italiana, l’assassinio di Aldo Moro, si è casualmente incontrato nello stesso giorno con la morte di un operaio per incidente sul lavoro alle Acciaierie. Questo ha cambiato la prospettiva di lettura dell’avvenimento, che la radio ha registrato in ore e ore di discussione: è più importante la vita di Moro o quella di un anonimo operaio che lasciava moglie e figli?

Si potrebbero ricordare molti altri momenti della storia della nostra città, che radio Evelyn ha non solo documentato ma spesso contribuito a creare nei cinque anni nei quali si è consumato l’impegno dell’ultima generazione di giovani che ha creduto di poter cambiare qualcosa. Dopo è stato solo il deserto degli anni ‘80. Una prova simbolica è l’ex Palazzo della Sanità: lo occupammo col desiderio di farne un centro sociale per combattere solitudine ed eroina, ma ci risposero solo con la polizia. Molti giovani mi chiedono perché Radio Evelyn ha chiuso: rispondo sempre che ha chiuso perché si è chiusa un’epoca della nostra storia. Ma questa storia non è morta del tutto, è ancora racchiusa in centinaia di cassette registrate, che costituiscono un archivio di eccezionale importanza e che potrebbe essere digitalizzato e messo a disposizione di quanti vorranno ricordare e dei giovani che vorranno conoscere.

* Marcello Ricci, ternano, ha insegnato filosofia e storia nei licei. Ha scritto studi di filosofia teoretica, testi teatrali e sceneggiati radiofonici ed è cofondatore del Progetto Mandela e del Centro per i diritti umani (per il quale ha pubblicato L’avventura dei diritti umani. Realtà o utopia?), oltre che dell’associazione culturale Civiltà laica.

Foto di copertina: la redazione di Radio Milano centrale (confluita poi in Radio popolare) - tratta da Wikipedia.
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Marcello Ricci
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