La continua demonizzazione di Salvini non porta a niente. Anzi, è un alibi per non parlare di noi, che stiamo di qua. Cosa siamo? Cosa vogliamo?

Se ci vuoi sostenere, contattaci, grazie!

Continuare a spendere parole sulla disumanità di Salvini, sulla sua propaganda politica costruita interamente sull’accanimento, non certo terapeutico, riservato agli ultimi, è esercizio tautologico la cui unica funzione è evitare di parlare di noi stessi, il cui unico beneficio è quello di crearsi un mostro così brutto e così tanto cattivo da poter affrontare tutto il resto con superficiale supponenza. “Prima Salvini”, recita la controscaletta tematica di sinistra in risposta al vademecum dalla temporalità certa che la destra nostrana definisce buonsenso.

L’attacco e la difesa

Il problema in realtà è ben più complesso, investe in particolar modo l’ambiguità con cui le cosiddette sinistre hanno affrontato “l’internazionalismo” del capitale, di come in particolar modo lo hanno provato a gestire dall’alto smettendo di fatto di domandarsi non tanto il che fare? (hanno fatto eccome ahinoi), quanto il chi siamo e il cosa vogliamo. Le terze vie (dalla Germania all’Inghilterra passando per l’Italia) si sono dimostrate il mezzo migliore per la costruzione del fantasma Salvini, uno spettro concreto che si aggira per l’Europa (e non solo). Ogni Paese sovrano nella propaganda ma nazionalista nella prassi, dopo trent’anni di mercati globali, macro monete, micro welfare, belligeranze senza alternative, militarizzazioni di pensiero, ha sviluppato il suo Salvini, ogni Paese cioè ha organizzato una difesa meta-identitaria, una difesa di estrema destra (Gaber perdonerà la risolutezza con cui trancio il suo sacrosanto scetticismo sul tema) a un attacco (la globalizzazione) destrorso nel dispiegarsi, un dispiegarsi che ha reso iniquo e ingiusto quel desiderio di umanità ben cantato nelle varie versioni dell’internazionale (quella di Fortini su tutte). In soldoni una difesa di destra identitaria in risposta a un attacco di destra mercantile guidato sovente da una sedicente sinistra istituzionale.

Prima e dopo Genova 2001

Un altro mondo è possibile questo lo slogan con cui le altre sinistre, quelle non sedicenti e quelle non esclusivamente istituzionali, hanno cercato di dipanare questa matassa ingarbugliata, con cui le altre sinistre hanno cercato di restare umane. Un altro mondo (globale tanto nei bisogni quanto nei desideri) che si è infranto contro la brutalità della gestione dell’ordine costituito di Genova 2001, che si è smarrito nelle torture di Bolzaneto, nell’irruzione della Diaz, negli spari di Piazza Alimonda. Prima di Genova, tanto per comprendere la portata transnazionale dei fautori dell’ordine, ci sono state Barcellona e Goteborg, per rimanere nei confini angusti del vecchio continente. Genova è stato un punto di arrivo e non certo un punto di partenza. Dopo Genova tutto è cambiato, dopo Genova nulla è stato più uguale a prima. Dopo Genova quell’indignazione che ha provato a trovare sintesi nella ricomposizione allargata dei social forum e che si è dissipata nelle pieghe di un’assurda burocratizzazione, ha lasciato il posto a una rassegnazione che ha sostituito la collettività allargata con il nucleo ristretto e il desiderio di con la paura di. L’esigibilità dei diritti figlia della soddisfazione dei bisogni si è trasformata in bisogno (mi si perdonerà l’abuso ambiguo del termine) di sicurezza e il bisogno di sicurezza altro non è stato che la rinuncia all’autocritica e alla felicità in cambio di un accanimento verso l’altro – esterno da noi – alla ricerca di una presunta tranquillità sociale. Salvini e tutti i suoi emuli, europei e non, sono solo grancassa di un (non) pensiero così diffuso da poter essere sintetizzato nel famigerato non sono razzista ma… sempre più presente anche nelle bocche dei comunisti (Mario Brega santo subito) a doppio pugno.

Dipingere le paure

Salvini e i suoi alleati non sono fonte sorgiva ma eco di un malessere diffuso che non trova altra via se non la demonizzazione dei deboli. Di fronte a tutto ciò non rimane che ripartire dai fondamentali, da quel bisogno di schierarsi o con il grimaldello o con l’azione bancaria, per dirla con gergo brechtiano, un’opzione alla base della definizione pratica della destra e della sinistra, un’opzione, ci dice la realtà dei fatti al netto di ipostasi che vengono da lontano, che non prevede alcuna terza via, per il semplice ed elementare fatto che la terza via coincide con l’estinzione della sinistra. Prima di tornare a domandarci che fare quindi abbiamo di fronte a noi l’ineludibile necessità di domandarci chi siamo e cosa vogliamo. La liquidità contemporanea che non contempla identità, se non nomadiche ed erranti, da questo punto di vista è, per paradosso, il più fedele alleato e non come potrebbe risultare a prima vista un nemico insuperabile. Torniamo a dipingere le paure con la forza del noi, pian pianino, così facendo, quelle paure si dissolveranno per lasciare campo a bisogni e desideri. Fatto questo, il mostro, che all’oggi sembra l’unico appiglio, tornerà ad avere la statura reale del nano che si dimena inascoltato e non certo quella odierna del gigante che detta legge. Prima noi, poi, se rimane il tempo, il mostro che è fuori di noi.

In copertina, foto tratta da www.pixhere.com
print
Simone Gobbi Sabini
Scrivi un commento

Lascia un commento