Finanza speculativa, dio-denaro, meritocrazia, filantropia, evasione fiscale. E capitalismo. Bersagli contro cui Papa Bergoglio si è scagliato in un recente discorso e che confermano una linea ben precisa di questo papato. Ma possiamo, per così dire, "fidarci"?

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Ugo Carlone

Per lo più ignorato dal sistema dei media, il 4 febbraio Papa Francesco ha tenuto un discorso a più di 1.000 imprenditori di tutto il mondo che definire critico nei confronti del capitalismo odierno è certamente riduttivo. Certo, sia Bergoglio che la Chiesa, o almeno una sua parte, non sono affatto nuovi nel randellare i meccanismi economici che producono fame e povertà e generano profitto solo per pochi (basti pensare all’Enciclica Laudato si’). Ma il discorso del Papa, stavolta, è particolarmente ficcante. Paolo Cacciari ha scritto che “questa volta il Papa non si è limitato a denunciare i peccati (gli eccessi, gli effetti collaterali indesiderati) dell’economia, ma ha chiamato il peccatore per nome: il capitalismo”. E ancora: “non mi pare che dalla Chiesa romana sia mai giunta una condanna così esplicita del capitalismo”. Vediamo meglio, allora, perché ne vale la pena.

L’economia di comunione

L’incontro del 4 febbraio era ispirato all’economia di comunione: il nome ci dice parecchio e tradisce in modo inequivocabile il mondo da cui proviene. Dal sito del Movimento dei Focolari (promotori dell’iniziativa con il Papa): “l‘Economia di comunione (EdC) nasce nel 1991 in seguito ad una visita di Chiara Lubich in Brasile, come una risposta concreta al problema sociale e allo squilibrio economico di quel Paese, e del capitalismo in generale. La proposta, rivolta primariamente alle imprese, fu quella di mettere in comune i profitti prodotti, e di impostare la dinamica organizzativa sulla base della comunione e della fraternità. Oggi centinaia di imprese in tutto il mondo si ispirano all’EdC, nell’impostare una governance incentrata sulla fraternità, condividendo la ricchezza prodotta. […] L’intero progetto ha come obiettivo quello di mostrare un brano di umanità senza indigenti, attivando la reciprocità a più livelli: creando posti di lavoro per includere gli esclusi dal sistema economico e sociale, diffondendo una cultura del dare e della comunione dando vita a varie iniziative educative e culturali, e intervenendo nelle situazioni di emergenza con aiuti concreti e con progetti di sviluppo”.

Parole d’ordine dell’Economia di comunione sono dunque la fraternità, la condivisione (soprattutto dei profitti), l’amore, il dono, la reciprocità, l’inclusione, l’aiuto. Termini che rimandano a princìpi che la Chiesa più sociale ha fatto propri da moltissimo tempo. Hanno a che fare con il messaggio originario di Gesù Cristo, ma qui ci fermiamo perché il discorso ci porterebbe troppo lontano. Princìpi che, comunque, non presuppongono una rivoluzione contro il capitalismo e un rovesciamento dell’ordine economico così come lo conosciamo da almeno due-tre secoli. Siamo sempre dentro il recinto del fare economia, fare impresa, fare profitto. Ma un conto è fare profitto e tenerselo per sé (e per i propri discendenti), un conto è, appunto, condividerlo, mettendolo in comune e “fraternizzandolo”: se non è una rivoluzione, è senz’altro un bel salto, almeno, di paradigma e di orientamento.

Le stoccate di Bergoglio

Ma torniamo al discorso di Bergoglio. Il Papa argentino, parlando agli imprenditori, mette a punto una serie di critiche radicali soprattutto ad alcune narrazioni del capitalismo che troppo spesso sono date per scontatamente ineluttabili e quasi naturali (TINA: there is no alternative) o addirittura buone, utili o giuste. Partiamo dal denaro, considerato dal Papa un “idolo”, “l’anti-Dio”: il denaro, dice Bergoglio, “è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli. Ma diventa idolo quando diventa il fine. L’avarizia, che non a caso è un vizio capitale, è peccato di idolatria perché l’accumulo di denaro per sé diventa il fine del proprio agire”. E quindi, “quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto”. Quella che il Papa chiama “dea fortuna” è “sempre più la nuova divinità di una certa finanza e di tutto quel sistema dell’azzardo che sta distruggendo milioni di famiglie del mondo”. Ecco allora il valore etico (e spirituale, dice Bergoglio) della scelta di mettere i profitti in comune, visto che “il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica con la comunione”. Prima stoccata: contro il profitto fine a se stesso, contro l’accumulo egoistico, contro la finanza globalizzata, contro il denaro come culto e divinità.

Altro argomento, la povertà, le tasse (pensate) e la filantropia: “oggi abbiamo inventato [molti] modi per curare, sfamare, istruire i poveri”. La “ragione delle tasse”, dice Bergoglio, “sta anche in questa solidarietà, che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale, che, prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso”. E poi la denuncia di un’ipocrisia e di un cortocircuito lampante: “il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare. Il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere. Una grave forma di povertà di una civiltà è non riuscire a vedere più i suoi poveri, che prima vengono scartati e poi nascosti”. E il Papa sottolinea che “questo non lo si dirà mai abbastanza”. Alcuni esempi pratici: “gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!”. Ancora: “il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle briciole”. Seconda stoccata, corposa: contro l’evasione e l’elusione fiscale, contro la tendenza del capitalismo a produrre scarti per poi nasconderli ed espellerli (sembra di leggere la Sassen di Espulsioni o il Bauman di Vite di scarto), contro le ipocrisie di chi, dopo aver inquinato, sfruttato o addirittura ucciso, si mette qualche medaglia al petto con attività solo filantropiche, diremmo di Responsabilità Sociale d’Impresa.

Proseguiamo: l’economia di comunione “non deve soltanto curare le vittime, ma costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più. Finché l’economia produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, la comunione non è ancora realizzata, la festa della fraternità universale non è piena”. Poi, il Papa non parla proprio di rivoluzione ma ci si avvicina: bisogna “puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale”. E richiama la parabola del buon samaritano, in cui, come racconta il Vangelo di Luca, un uomo si imbatte nei briganti che lo derubano e lo picchiano; poi un samaritano lo cura e lo porta da un albergatore, pagando per lui. Ebbene, “imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente”, secondo Bergoglio: “certo, quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione di fraternità”. Ma proprio non basta: “occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime”. Un imprenditore “che è solo buon samaritano fa metà del suo dovere: cura le vittime di oggi, ma non riduce quelle di domani”. E allora un’altra parabola: occorre attendere a casa il figliol prodigo, cioè “i lavoratori e collaboratori che hanno sbagliato, e lì abbracciarli e fare festa con e per loro – e non farsi bloccare dalla meritocrazia invocata dal figlio maggiore e da tanti, che in nome del merito negano la misericordia. Un imprenditore di comunione è chiamato a fare di tutto perché anche quelli che sbagliano e lasciano la sua casa, possano sperare in un lavoro e in un reddito dignitoso, e non ritrovarsi a mangiare con i porci. Nessun figlio, nessun uomo, neanche il più ribelle, merita le ghiande”. Terza stoccata, quasi sorprendente: contro il sistema economico-sociale (di cui bisogna cambiare le regole del gioco), contro la carità fine a se stessa (almeno contro quella che interviene solo dopo che il danno è stato causato), che è giusta ma non basta, contro le “strutture” che generano povertà ed emarginazione (di certo Marx non si girerà nella tomba – anche se il Papa dice che sono strutture “di peccato”), contro chi nega un reddito a chi ne ha bisogno, perfino contro la meritocrazia, cioè uno dei feticci ideologici più gettonati del neoliberismo.

Infine, ma qui il richiamo è, per così dire, interno: affermando che anche “un piccolo numero di imprese, piccolissimo se confrontato al grande capitale del mondo” può produrre mutamenti significativi e, in generale, che “i cambiamenti nell’ordine dello spirito e quindi della vita non sono legati ai grandi numeri”, il Papa trova, en passant, l’occasione di dire che “tutte le volte che le persone, i popoli e persino la Chiesa hanno pensato di salvare il mondo crescendo nei numeri, hanno prodotto strutture di potere, dimenticando i poveri”. Ultima stoccatina, contro la Chiesa come istituzione.

La chiusura: “il no ad un’economia che uccide diventi un ad una economia che fa vivere, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione”.

Ci fidiamo, allora?

Sono solo parole, quelle di Bergoglio? Può darsi, ma intanto, diciamo così, rimangono agli atti. E il Papa non ha detto, in altre circostanze, che l’ideologia gender non solo esiste, ma è proprio una forma di colonizzazione culturale? Sì, l’ha detto e non l’abbiamo certo approvato. E non è capo di quell’istituzione che dura da due millenni e ha contribuito enormemente non al progresso, ma al regresso sociale in una miriade di situazioni e continenti ed epoche diversi? Certo che lo è. E il discorso che abbiamo analizzato, così come una larga parte del papato Bergoglio, non potrebbe essere solo un’operazione di marketing, una contro-narrazione a sua volta orientata a creare consenso in un momento in cui la Chiesa può essere in difficoltà ed ha bisogno di recuperare il suo lato più popolare e propriamente cristiano per continuare ad essere egemonica sui tanti fronti in cui lo è da secoli e secoli? Sì, potrebbe essere. Insomma, alla fine, questo Papa è sincero o no? È genuino o no? Ci crede o no in quello che dice e fa? È solo un populista (altro che Trump o Le Pen), argentino com’è e quindi assai esperto della materia? E i non credenti, in Bergoglio, possono trovare una sponda utile, un interlocutore affidabile, un “intellettuale” da leggere e seguire? E, per i credenti, visto che è sicuramente lontano da Ratzinger, quanto è veramente vicino a Giovanni XXIII, ammesso che ne sia vicino? Sono domande di una portata gigantesca, a cui, sinceramente, non siamo in grado di rispondere. Forse solo la Storia, quella con la S maiuscola, potrà esaudire almeno qualche curiosità.

Attenzione, allora. Timeo Danaos et dona ferentes: “temo i Greci anche quando portano i doni”, frase che Virgilio nell’Eneide “fa pronunciare a Laocoonte, quando vuol dissuadere i Troiani dall’accogliere nella città il cavallo di legno lasciato dai Greci” (Treccani); e “viene oggi utilizzata per ricordare, a volte in tono scherzoso, che non ci si deve fidare di coloro che si ritengono nemici, anche se hanno atteggiamenti generosi o amichevoli” (Wikipedia). Chiesa e Papa non sono né amici, né nemici di ribalta, già accostare le due “entità” fa sorridere, per evidenti motivi di ordine di grandezza. Però, quello che abbiamo cercato, e trovato, nel discorso di Bergoglio ha molto in comune con le nostre ragioni fondative (e mica solo le nostre): una critica feroce alle narrazioni dominanti, un modo di vedere il mondo “camminando sulle braccia”, una serie di smontature dell’essenza del capitalismo più nefasto. Finanza, dio-denaro, meritocrazia, filantropia, evasione, egoismo: tutti bersagli sui quali il papa argentino si scaglia (e non per la prima volta) con vigore. E in questo richiama una tradizione ben precisa del cristianesimo e di parte della Chiesa, che in alcuni casi sudamericani si è fatta perfino praticamente marxista.

Allora, spogliato degli appelli alla spiritualità più privata e profonda, svestito della papalina e dell’abito corale, sfrondato dalla retorica più strettamente catechistica, il discorso di Bergoglio ribalta, eccome. Restiamo ai fatti e siamo pragmatici: prendiamolo per quello che è, per come è scritto, per i suoi contenuti, proprio per le parole pronunciate e per le chiare critiche espresse. E accogliamolo: ecumenicamente, ma non certo acriticamente.

  [Foto di copertina tratta da Wikipedia]

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Ugo Carlone
Scrivi un commentoCommenti (1)
  1. Claudia Berretta 6 marzo 2017 at 9:27

    Ugo, che articolo bellissimo! Non condivido tutto ma confrontarmi con te che hai una cultura molto più vasta della mia mi intimorisce anche se credo che le proprie convinzioni sono anche dettate da un proprio modo di sentire e vivere la vita, a prescindere dalla cultura di cui si è portatori (intesa come conoscenza).

    Io (si proprio io) sto facendo un cammino di fede perché all’interno di quella Chiesa ho scoperto che c’è del buono, delle persone (anche loro sono essere umani) che vivono con coerenza e rigore il loro impegno. Credo che Bergoglio stia cercando di ribaltare la Chiesa (quella che conta, la curia romana e in particolare la Congregazione per la Dottrina della Fede) ma non credo che ce la farà, soprattutto per una questione di tempo. Ha compiuto 80 anni!

    Buona settimana e buon lavoro!

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