Sono centinaia i decessi di pedoni e ciclisti investiti ogni anno. Sintomo della insostenibilità di un modello centrato sulle auto che stanno congestionando sempre più le città. Le soluzioni ci sarebbero, quello che manca è la volontà di attuarle

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Al di là di tutti i discorsi, più o meno alti, che si possono fare in tema di mobilità, c’è una spia allarmante della mancata sostenibilità dei trasporti (non l’unica purtroppo) ossia la pericolosità stradale.

In questi giorni si è ripreso a parlare dell’incolumità dei ciclisti: ne muoiono in media uno ogni 35 ore, non tutti famosi e in grado di fare notizia. Si parla ancora meno dei pedoni la cui incolumità è però altrettanto spesso in pericolo. In media ogni settimana 10 persone in Italia muoiono attraversando la strada e 375 riportano lesioni gravi. Si tratta soprattutto di donne, anziani oltre 65 anni, giovani senza patente “messi sotto” mentre escono di casa per passare un pomeriggio con gli amici: è capitato poco più di una settimana fa ad Alice, una ragazzina di 16 anni travolta sulle strisce pedonali da un taxi nei pressi di San Giovanni a Roma.

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Al momento sono 21.000 investiti l’anno (dati Istat-Aci). In futuro potrebbe andare anche peggio, perché la popolazione invecchia e con l’età come noto riflessi, vista e udito peggiorano. Inizia poi ad avvertirsi il dubbio che l’uso di cellulari e smartphone abbia un ruolo anche in questo tipo di eventi dannosi: innanzitutto per la distrazione di chi guida, ma anche per la scarsa attenzione dei ragazzi che camminano navigando in rete o “chattando” con gli amici. Un fenomeno serio.

Fatte queste precisazioni è bene interrogarsi sul perché questo tipo di decessi torna a salire dopo una fase di calo. Qui si lega il limite delle risposte istituzionali e la necessità di ripensare a fondo le città e le politiche di mobilità.

Per un certo periodo in effetti l’impegno delle istituzioni ha dato risultati apprezzabili. Obblighi e norme di severità hanno indotto una maggiore prudenza tra i guidatori (es. patente a punti); i nuovi sistemi di controllo hanno anch’essi contribuito a rendere più sicure le strade, così come gli interventi sulle infrastrutture (rotonde). I margini di miglioramento però col tempo si sono assottigliati. Neanche le dotazioni tecnologiche dei veicoli su cui punta molto la pubblicità dell’industria (segnalatori di pericolo, sistemi frenanti, fari di ultima generazione e così via) oltre una certa soglia possono fare di più.

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Il problema vero è allora l’affollamento. Il fatto cioè che i veicoli in circolazione sono troppi ed è impossibile nelle condizioni attuali rendere sicuri spazi urbani e stradali in gran parte ideati quando le auto erano la metà (e i modelli di macchine meno grandi e potenti).

Chi va oggi in bici o cammina in città è chiamato insomma a farlo a suo rischio e pericolo. Oltre a schivare il traffico deve anche convivere con buche e incroci mal segnalati che ne mettono a repentaglio l’incolumità. Un doppio sacrificio intollerabile, segno peraltro di un sistema dell’auto costoso il quale reclama di continuo risorse (ad esempio in manutenzione viaria) che comuni ed enti gestori di strade non hanno più.

Detto ciò si capisce come il primo obiettivo di una “seria” politica per la sicurezza sia ridurre l’uso di mezzi a motore. Gradualmente, agendo con criterio, ma è impossibile prescindere da questa “cura dimagrante” che l’intervento pubblico dovrebbe favorire al fine di diminuire il costante bisogno della macchina e l’abitudine dei cittadini di usarla a tutti i costi. Come ci insegnano molte città europee, almeno per i percorsi brevi la cosa è possibile senza troppi oneri per le persone, anzi facendo in modo che i disagi dei singoli siano più che compensati dai benefici in qualità della vita per tutti.

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Concludo ricordando che i pedoni uccisi sono stati 602 nel 2015 e i ciclisti circa 250, molti di più dei morti per armi da fuoco (468 l’anno). Per azzardare un paragone con una delle statistiche più odiose direi che si tratta di oltre 6 volte le donne uccise per violenza (128 secondo l’Istat). Personalmente ritengo decisamente brutto il termine “femminicidio”. Se non si trattasse di contribuire al cattivo gusto linguistico sarei tentato di dire che non sarebbe sbagliato, a fronte dei numeri citati, parlare di “pedonicidio” o “ciclisticidio”.

In copertina, la ciclovia di Alba Adriatica, foto di Lucio De Marcellis tratta da Wikipedia e rilasciata sotto licenza Creative Commons
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Luca Trepiedi
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