Gasdotti, Tav, trivelle, inceneritori sono le immagini più limpide di una nuova fase dell’economia finanziarizzata: l’Estrattivismo. Il decreto Sblocca Italia e la riforma del Titolo V della Costituzione ne sono la traduzione normativa. La sua elevazione a Regola.

Fabio Neri *

Da un po’ di tempo il nostro paese è attraversato da retrograde pianificazioni in materia infrastrutturale ed energetica. Gasdotti che devastano spiagge e paesaggi tra i più belli del Mediterraneo, Tav inutile agli stessi flussi di merci che dice di dover servire, trivelle a “bordo spiaggia” per un quantitativo di petrolio e gas utile a qualche giorno di autosufficienza, nuovi mega-inceneritori mentre cresce la raccolta differenziata e l’impiantistica per il recupero di materia in tutta Italia. Ma solo apparentemente queste opere sembrano venire dal passato, da quell’epoca di industrializzazione a capitale pubblico post conflitto mondiale, in cui, se non tutto, molto era diverso. Soprattutto non si era materializzata in forma totale la scala globale della produzione e della finanza che oggi invece costituiscono l’essenza prima del sistema mondo, insieme ad una crisi sistemica indotta. Così, gasdotti, Tav, trivelle, inceneritori diventano le immagini più limpide di una nuova fase dell’economia finanziarizzata: l’Estrattivismo. Il decreto Sblocca Italia e la riforma del Titolo V ne sono la traduzione normativa. La sua elevazione a Regola. Le trivelle in Adriatico e Basilicata, così come la pianificazione di otto nuovi inceneritori in tutta Italia, sono due esempi, tra i molti possibili, utili per affrontare con un po’ di analisi empirica il tema dell’Estrattivismo nei paesi occidentali, e nello specifico in Italia. Concetto ben delineato in molti e recenti scritti dal giornalista e scrittore uruguayano Raul Zibechi.

Come tradurre in pochi concetti chiari l’Estrattivismo? Un nuovo assalto alle risorse in forma di vera e propria espropriazione in versione “pura” e riconoscibilissima nei paesi del Sud del mondo, ma ugualmente distinguibile anche alle nostre latitudini e rappresentato in modo abbastanza completo dal decreto Sblocca Italia (decreto legge 133 del 2014, convertito nella legge 164 del 2014). Un primo elemento per orientarci: la messa a valore dei territori attraverso progetti impattanti che ricalcano una visione sviluppista, in un contesto di economia globale, crisi sistemica e impoverimento progressivo. Un secondo elemento: i soggetti privati che estraggono profitti da queste opere sono sempre più soggetti globali, quantomeno macroregionali, svincolati da territori reali, contraddistinti da una elevata componente di finanziarizzazione e frutto di fusioni e concentrazioni. Terzo: grandi opere o impianti strategici sono interamente finanziati da soldi pubblici; il capitalismo estrattivista non rischia il suo. Quarto: progressiva concentrazione verso l’alto dei poteri statali di indirizzo e decretazione, di definizione di siti di interesse strategico nazionale, da difendere in caso con il dispiegamento delle forze armate. Altro che fine dello Stato! Tutto questo ha trovato spazio proprio nel decreto Sblocca Italia, risultato di anni di “leggi obiettivo” e deroghe per “pubblica utilità”, che per la prima volta mette nero su bianco la nuova visione della politica: a servizio di un capitalismo che chiamiamo appunto estrattivista e che fa sua, definendola “strategica”, la pianificazione di opere infrastrutturali disegnata da grandi gruppi industriali.

Questi quattro elementi potrebbero apparire eccessivi a qualcuno, ad altri suonare come la normalità di un certo tipo di capitalismo, dai tratti “colonialisti” per eccellenza. Eppure, questi sono gli elementi fondanti di una nuova fase in cui, a differenza delle precedenti, viene data una codifica chiara anche e soprattutto normativa, alla luce del sole, ad una nuova visione del governo dei territori che rompe gli schemi del modello della governance territoriale a cui eravamo abituati, e in cui chi ha voluto agire in termini oppositivi, ha trovato spesso ampi spazi di manovra, anche se non sempre con esito positivo. Pensiamo a movimenti, comitati, associazioni. Anche la stessa riforma del Titolo V, prevista nella legge di riforma costituzionale che voteremo il 4 dicembre, è in realtà la costituzionalizzazione della filosofia estrattivista, anticipata dallo Sblocca Italia.

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Tornando infatti a inceneritori e trivelle previsti dal decreto Sblocca Italia, possiamo riconoscere i tratti distintivi dell’estrattivismo nostrano. Ambedue si pongono come soluzioni tipicamente sviluppiste (quindi tipicamente inquinanti), cioè imperniate su una visione industrialista dell’economia e dei territori in cui si insediano; ambedue le soluzioni sono ampiamente superate da nuove tecnologie che, sia nel settore dei rifiuti (riciclo, recupero materia) che in quello energetico (risparmio ed efficientamento), possono sostituirle (o tendere verso la sostituzione) in maniera molto meno impattante e in grado di attivare economie circolari. Eppure i grandi soggetti economici del mondo dei rifiuti, e cioè le grandi multituilities per la maggior parte nate dalle aggregazioni di società pubbliche e poi quotate in borsa con l’entrata di soci privati, vedi Hera, A2A, Acea, spingono per accaparrarsi il bottino di otto nuovi inceneritori. Opere per intero finanziate dal pubblico e alimentate non solo dalla tariffa pagata da ciascuno di noi, ma da incentivi, sempre pubblici, per l’energia prodotta. Tali soggetti non hanno più alcun vincolo territoriale: il processo di concentrazione finanziaria e territoriale vanno di pari passo. Acea controlla l’idrico nel Lazio, in Umbria e in parte della Campania e Toscana. Hera tutta la Romagna, parte delle Marche e del Friuli in diversi settori tra idrico, rifiuti e distribuzione elettrica. E così procedono anche le altre. E procedono soprattutto a crescenti livelli di finanziarizzazione, dove la vendita e gestione dei servizi diventa quasi secondaria rispetto alla necessità di distribuzione di dividendi per gli investitori. Ancor più evidenti poi sono le caratteristiche “estrattiviste” nel caso delle trivelle, e non perché materialmente si estrae qualcosa. Ma perché l’inutilità delle presunte riserve petrolifere ai fini di una altrettanto presunta autosufficienza energetica, non rappresenta un deterrente a quello che sarà un ciclo di estrazione di profitto formidabile per le imprese petrolifere che impongono l’estrazione anche tra gli ombrelloni dei bagnanti. Anzi, lo Stato ne definisce il grado di rilevanza pubblica, di sicurezza nazionale, ignorando il grado di “interdizione” rappresentato dalla contaminazione costante e importante anche senza incidenti rilevanti. La messa in mora dei territori costieri o delle aree investite dalle emissioni per decenni di attività utile di un inceneritore, e delle attività non tipicamente industrialiste (agricoltura, pesca, paesaggio) è messa nel conto, è parte stessa del processo di estrazione di profitto considerato stavolta “di interesse strategico nazionale”. Se c’è quindi un’altra faccia della medaglia dell’Estrattivismo, essa è proprio l’Interdizione.

È evidente dunque che a questo processo di concentrazione lo Stato risponde esattamente con la stessa prospettiva, dichiarando nell’art. 35 dello Sblocca Italia i nuovi inceneritori materia di pianificazione del governo e “siti di interesse strategico nazionale”, prevedendo dunque nel caso di problemi di ordine pubblico finanche l’uso della forza pubblica, come avvenuto in Campania. Inoltre, il decreto bypassa le competenze finora regionali in materia ad esempio di programmazione e attuazione di piani di gestione dei rifiuti, ne dimezza i tempi autorizzativi, verticalizzando la decisione e di fatto imponendola dall’alto ai territori. Sebbene Regioni e Provincie spesso non abbiano rappresentato un freno a opere inutili e speculative, la loro esistenza ha in qualche modo permesso spazi di manovra politica e giuridica ai soggetti attivi nella critica a queste. Non a caso dunque nella proposta di riforma del Titolo V viene avocata al Governo la competenza in materia di programmazione energetica e infrastrutturale. Da aggiungere, forse più ai fini di una lettura più completa del contesto che ad un addivenire immediato, la spinta alla creazione delle “macroregioni” e alla regia giocata proprio dalle multiutilities prima menzionate; anche questo processo di integrazione/concentrazione segue l’indirizzo, voluto dal mondo economico, di progressivo depotenziamento dei territori e di allontanamento materiale dei luoghi della decisione e alla creazione di aree sempre più periferiche ad essi.

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Qualora dunque vincesse il Sì al referendum costituzionale, di lì in avanti lo scenario cambierebbe profondamente. Non solo per il grado di “violenza” istituzionale esercitata attraverso l’imposizione dall’alto, ma anche per le prospettive possibili per tutti quei movimenti territoriali che da anni sono gli indiscutibili protagonisti dell’opposizione a opere piccole o grandi ma che rappresentano appunto processi di messa a valore, spesso speculativi, quasi sempre inutili. Dalla dimensione macro, come Gasdotti, TAV, trivelle, inceneritori, a quella micro, con la diffusione incontrollata ad esempio di impianti a biomasse e biogas. In ogni caso, il combinato disposto Sblocca Italia-Riforma Costituzionale costituisce una stretta difensiva e arrogante di un sistema economico che non tollera la possibile controdeduzione. Sottrarre costituzionalmente ai territori poteri di programmazione e autorizzativi determinanti definisce un quadro generale di insofferenza nei confronti delle forme di opposizione alle varie “grandi/piccole opere”e agisce quindi in forma preventiva, inevitabilmente autoritaria. La retorica della semplificazione con cui si tenta da parte dei sostenitori del Sì di giustificare questo accentramento verticale dei poteri in mano al Governo non deve trarre in inganno. Inoltre, i soggetti attivi dell’estrattivismo nella loro crescente “a-territorialità” si configurano, anche nei casi di società a capitale pubblico, come entità sempre più aggressive e nella condizione di non dover rispondere a nessuno se non agli investitori, spesso utilizzando i paradisi fiscali per aggirare normative nazionali o regole internazionali. E così anziché assistere, come molti erroneamente sostengono, alla progressiva fine dello Stato, vediamo una sua riproposizione forte in termini di indirizzo politico sbilanciato verso il mondo economico finanziario.

Dunque qual è la novità? La novità sta nel fatto che siamo al passaggio conclusivo di una visione dell’economia e dello Stato più appartenente al 900. Lo Stato, anziché sparire sotto la scure della globalizzazione, assume un ruolo ancor più forte: abdica alla sua funzione regolatrice dei rapporti di forza esistenti; cede, privatizzandoli, servizi e beni comuni; rafforza le proprie funzioni pianificatorie. E qui sta il salto di qualità: le definizioni strategiche si materializzano all’esterno dello Stato, in sedi altre e spesso fuori confine, ma diventano poi leggi, decreti, investimenti “strategici”, riforme costituzionali.

* Attivista Comitato No Inceneritori Terni

Fabio Neri
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