Migranti sfuggiti allo sfruttamento e manager in giacca e cravatta, cooperanti fantasiosi e imprenditrici innovative. L'economia, se diventa civile, può offrire una via d'uscita dalla crisi e seminare dignità

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Fabrizio Marcucci

Che cosa può accomunare un migrante scampato a mille tipi di violenza che oggi produce yogurt biologico e ti dice che così è “uscito dalla gabbia dello sfruttamento” e un manager in giacca e cravatta che realizza sistemi di sicurezza? Se il manager si definisce “sovversivo”, può essere già un indizio. E che cosa tiene insieme il referente di un progetto di ristorazione scolastica e la rappresentante di un’azienda specializzata in originali accessori per la casa? E il presidente di una fattoria sociale, che ci fa intorno allo stesso tavolo con la coordinatrice di un’associazione che fa cooperazione internazionale? La risposta è semplice e complicata allo stesso tempo, e si può riassumere così: quelle esperienze stanno l’una accanto all’altra perché l’alternativa è ovunque. O meglio: può essere ovunque. Ovunque ci sia chi nel compiere un’attività non agisce come se fosse solo al mondo ma si sente legato a quello che gli sta intorno. E allora evita di spremere come un limone per pochi spiccioli chi lavora con lui; non considera l’ambiente come una discarica ma se ne sente parte; capisce che la qualità è un investimento, non un costo. Realizza che un ecosistema sano è la migliore garanzia per stare meglio, tutti e ciascuno. A sentirle, le storie di chi opera così, scopri cose che non immagineresti mai.

Le tessere del mosaico delle alternative possibili le ha cominciate a mettere insieme Legambiente, che in un contesto “naturale” per questo tipo di iniziative come “Fa la cosa giusta!”, la mostra degli stili di vita sostenibili che si è tenuta di recente a Bastia Umbra, in provincia di Perugia, ha messo delle sedie in circolo e ha invitato a sedercisi sopra alcuni di quelli che l’alternativa già la praticano, e anche con qualche successo, ma che non si conoscono tra loro e per questo fanno fatica a fare “massa critica” (un concetto ribadito quasi da tutti) per nuotare contro il mainstream del “produci-consuma-crepa”. “È stato un primo passo per tentare la creazione di un laboratorio dell’economia civile – dice Alessandra Paciotto, presidente regionale di Legambiente Umbria – e la risposta è andata al di là di ogni aspettativa”. Vero. L’incontro è stato partecipato, vivace e ricco di spunti. “E alla fine quasi tutti gli interlocutori ci chiedevano: bene, quando ci rivediamo?”. Un successo. Segno che qualche cedimento nel muro del “produci-consuma-crepa” comincia ad esserci.

Economia civile, incontro a "Fa la cosa giusta!"

L’incontro sull’economia civile organizzato a “Fa la cosa giusta!” da Legambiente

L’alternativa insomma è l’economia civile? Calma. Le risposte possono sembrare semplici, ma nascondono una loro complessità. Perché la locuzione “economia civile” è fatta di due parole ma cela un autentico ribaltamento culturale. “Economia civile è un processo inclusivo biodiversificato”, dice Enrico Fontana, responsabile nazionale del dipartimento di economia civile di Legambiente. Dove il riferimento alla biodiversità indica intanto la ragioni dell’eterogeneità dei seduti al tavolo apprestato da Legambiente. L’economia civile è un abito mentale, non un’attività; una cultura, non una srl o una coop. L’economia civile è una strada, e ognuno la può percorrere col mezzo che vuole. Perciò, come l’alternativa, può essere ovunque. Basta mettersi d’accordo e non fare i furbi – e di furbi che tentano di riciclarsi sotto l’ombrello dell’economia civile ce ne sono – e porre il bene comune al di sopra della sommatoria dei beni dei singoli. La differenza è semplice: se il bene considerato è la somma dei singoli beni, Tizio può sottrarre a Caio tutto il suo bene e la sommatoria resterà invariata. Se la prospettiva è invece il bene comune, nel momento in cui Caio viene privato del suo, è il bene di tutti a risentirne negativamente. È l’ecosistema in cui sono immersi tutti a corrompersi e a mettere tutti in pericolo. E poi c’è la questione della felicità. La indica Fontana: “Siamo sicuri che il conto in banca e il Pil siano la misura di tutto?”.

È la prospettiva del bene comune a tenere insieme
il manager sovversivo e il migrante, la cooperante
e l’imprenditrice, dentro l’orizzonte dell’economia civile

È la prospettiva del bene comune a tenere insieme il manager sovversivo e il migrante, la cooperante e l’imprenditrice. E a sentirli, appunto, scopri cose che non sospetti. Te lo immagineresti un Gas (Gruppo di acquisto solidale) nelle campagne del Burkina Faso? L’hanno messo in piedi quelli di Tamat, una organizzazione non governativa. E il gioco è a somma positiva, secondo la logica del bene comune. Lo spiega Patrizia Spada, che di Tamat è la presidente: “Abbiamo realizzato una rete di acquisto mediante la quale un gruppo di acquirenti ordina le merci prepagandole. In questo modo i coltivatori hanno in anticipo quello che gli consente di lavorare e campare, e il gruppo d’acquisto avrà merci a prezzo scontato”. Agricoltura contrattuale, si chiama. E consente di alzare il livello di qualità della vita tanto dei produttori quanto dei consumatori. E di avere una sicurezza alimentare in una zona dove la cosa non è così scontata. Eccole, le cose che non sospetti, i giochi a somma positiva. E poi la sorpresa, che poi tanto sorpresa non è. “In Italia, rispetto all’Africa manca il senso di comunità – dice Spada – il meccanismo messo in piedi da noi si basa sulla fiducia e qui nel nostro paese non è così scontato avere fiducia negli altri”.

Di cibo si occupa anche “Mensa con la tua testa”, un progetto a cui sta lavorando la rete Ya Basta di Perugia: “Ci rivolgiamo a quei genitori i cui bambini pranzano a scuola, che vogliono dire la loro sugli alimenti che andranno in bocca ai loro figli. Puntiamo a portare sulle tavole dei piccoli le produzioni locali e biologiche, quindi con un’attenzione preminente alla qualità”. E non finisce qui, perché alla trasformazione dei cibi provvederanno richiedenti asilo e rifugiati cui verrà data l’opportunità di un autentico inserimento nelle realtà in cui si sono trovati a dover migrare. Qualità del mangiare e qualità del vivere. Per tutti. La qualità che Suleman Diara ha ottenuto lottando con unghie e denti, come racconta la sua via crucis a lieto fine: “Vengo dal Mali, ho attraversato il deserto, in Libia mi hanno picchiato prima di imbarcarmi, poi sono stato a Rosarno a raccogliere pomodori per 3 euro ogni 350 chili consegnati; a Rosarno ci hanno sparato (erano i giorni roventi della rivolta dei migranti sfruttati dal caporalato), ho abitato per mesi alla stazione Termini”. Poi, finalmente, la luce: “Grazie anche a degli italiani che mi hanno aiutato sono riuscito a dare vita a Barikamà (significa “resistente”, e mai parola fu più azzeccata), un’azienda di produzione di yogurt biologico”. Oggi a Barikamà lavorano in sette: consegnano yogurt bio in bicicletta, in contenitori di vetro che vengono ritirati e riciclati. Riscatto e difesa dell’ambiente. Eccola l’economia civile tradotta in gesti concreti. Gli stessi gesti, in tutt’altra realtà, di Michele Bernardi, manager di Microntel, un’azienda che produce sistemi di sicurezza adottati anche da Tiffany. “Mi considero un sovversivo – dice di sé Bernardi – perché per noi il precariato è un delitto: i nostri dipendenti sono tutti assunti a tempo indeterminato, perché se io voglio un prodotto di qualità, devo poter contare su gente preparata in grado di metterlo a punto con tranquillità”. Microntel, di questo Bernardi se ne fa un giusto vanto, idea, produce e assembla in Italia, laddove in moltissimi nel nostro paese, mettono soltanto insieme pezzi che vengono pensati e prodotti altrove, da manodopera sfruttata. Ma i risultati si vedono e la responsabilità sociale paga: “Il nostro fatturato è in costante crescita da dieci anni”.

Le alternative ci sono, tante e ovunque
ma a volte stentano perché non si riesce a fare
massa critica contro il produci-consuma-crepa

Dignità di chi lavora, responsabilità verso i dipendenti e verso l’ambiente. Modi nuovi di cooperare, come quello di Tamat, tutto questo è molto di più è economia civile. Come Manukafashion, una piccola impresa romana in cui la cooperazione internazionale si mescola in maniera forse inedita all’imprenditoria. È nata nel 2011 per iniziativa di tre donne che hanno deciso di lavorare con l’Africa in un progetto di imprenditoria sociale che mescola materie prime africane, made in Italy e lavoro di sarti migranti che vivono in Italia e africani cui viene corrisposto un salario equo. Producono tovaglie, lenzuola e accessori per la casa, a volte in pezzi unici perché “le stoffe – spiegano – hanno una loro stagionalità e non sono riproducibili su grande scala”. Dignità e riscatto. Come quello garantito da La semente, realtà nel cuore dell’Umbria che mescola agricoltura sociale, psicoterapia che fa leva sul lavoro con le piante, un centro diurno che ospita persone con disabilità psichica, produzione di prodotti biologici e inserimento lavorativo.

Tutto bene, allora? Sì e no. Perché le alternative ci sono. Tante e ovunque. Ma a volte stentano perché, “manca il senso di comunità”, “si fatica a fare rete”, “non c’è abitudine a fare un certo tipo di impresa”. Sono queste le criticità ricorrenti emerse a sentire gli interlocutori invitati da Legambiente. Occorre fare in modo che questo tipo di pratiche scendano dalle élite consapevoli alle persone comuni, è stato rilevato. Per fare in modo che il “produci-consuma-crepa” venga messo in discussione da una “massa critica” in grado di chiedere e pretendere più felicità per tutti e più bene comune da sostituire come misura al bene sommatoria dei singoli. Per un ecosistema capovolto rispetto all’attuale, in cui se Tizio mangia Caio quasi non se ne accorge nessuno e tutto rimane uguale. No. Nell’ecosistema dell’economia civile, se Tizio mangia Caio sono tutti a rimetterci, perché cambia il paesaggio, peggiora per tutti. E l’ecosistema reagisce. Anche, magari, contro i gattopardi che stanno fiutando il business dell’economia civile e ci si stanno buttando per continuare a fare i loro affari ed evitare che tutto cambi. Per loro non c’è spazio, non dovrebbe esserci. Perché l’economia civile è capovolgimento della prospettiva. È il contrario del produci-consuma-crepa.

Foto di copertina tratta da wwww.pixabay.com
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Fabrizio Marcucci
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