La nuova costituzione del paese sudamericano prevede "indennizzi" per l'ambiente, portandolo al pari delle persone. E non è l'unica novità rilevante, soprattutto per chi, come noi, è avvitato su dibattiti istituzionali spesso sterili.

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Fabrizio Marcucci

Forse la sventura peggiore in cui può incappare uno schiavo è non sentirsi tale. È quella la migliore garanzia per i suoi padroni che nulla cambierà mai. Può sembrare un paradosso, ma alcuni degli attivisti del movimento anti-schiavitù in Mauritania (uno degli stati in cui la pratica rimane più in voga), testimoniano che quando vanno a liberare persone, spesso si trovano a dover rispondere a domande del tipo: “Sì, ma ora che faccio?”. È che quando nasci in certe condizioni, esse ti appaiono come naturali. Per questo rompere le catene è anche più difficile di quanto appaia.
Dalle nostre parti non abbiamo problemi di schiavitù conclamata. Veniamo però instradati in convogli su binari obbligati che restringono l’orizzonte riducendolo a un segmento minimale, quasi a un punto fisso, anche se conserviamo l’illusione di guardare sempre a 180 gradi davanti a noi. In materia di assetti istituzional-costituzionali ad esempio, i punti di riferimento sono sempre quelli: il mondo anglosassone, la Francia, la Germania e poco altro. Con qualche ragione, ovvio: si tratta di paesi che hanno dato molto alla storia e al diritto. Ci sono però esperienze al di fuori del già noto dalle quali si possono trarre spunti assai fecondi. È il caso dell’Ecuador, paese sudamericano dove una fruttuosa contaminazione tra la cultura delle popolazioni precolombiane che abitano quei posti da millenni e i canoni più tipici del diritto occidentale, ha portato nel 2008 al varo di una costituzione in cui avremmo molto da imitare, se solo volessimo uscire dai vicoli ciechi dei premi di maggioranza, dei bi o monocameralismi e dalle secche di riforme che non guardano alla vita ma alle sole istituzioni, che senza vita dentro si riducono a loculi.

In Ecuador la cosmovisione
dei popoli precolombiani
ha contaminato la costituzione
E l’ambiente è diventato cosa viva

La cosa nuova che è accaduta in Ecuador è stata l’ingresso della cultura ancestrale delle popolazioni indigene, tipicamente consuetudinaria, nel diritto codificato. Con conseguenze potenzialmente rivoluzionarie per noi occidentali imperniati su noi stessi. La più “destabilizzante” è questa: la natura è diventata soggetto di diritto, si è “umanizzata”, potremmo dire. All’articolo 71 della costituzione si legge che “La natura o Pacha Mama, dove si riproduce e si realizza la vita, ha diritto a che si rispetti integralmente la sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, strutture, funzioni e processi evolutivi”. Nel successivo articolo 72 si stabilisce che “La natura ha diritto ad interventi di riparazione. (…) Nei casi di impatto ambientale grave o permanente, inclusi quelli derivanti dallo sfruttamento di risorse naturali non rinnovabili, lo Stato stabilirà i meccanismi più efficaci per la riparazione e adotterà le misure adeguate per mitigare o eliminare le conseguenze ambientali nocive”. Si tratta come si vede di novità di portata straordinaria. Ma come è stato possibile tutto ciò, che per un europeo o uno statunitense, è qualcosa di completamente inedito? È stato possibile perché le popolazioni precolombiane hanno portato dentro quel documento giuridico la loro cosmovisione, da cui deriva il loro concetto di bien vivir. Il vivere bene per chi abitava nel sub continente americano già prima che arrivasse Colombo è un’esistenza in equilibrio con quello che sta intorno a noi. Che tradotto significa: rispetto della stagionalità della terra, dell’intoccabilità di foreste o zone che custodiscono biodiversità e, in definitiva, la ricerca dello stare bene senza inficiare le condizioni dello stare bene, che sono la salubrità di cosa si mangia, si beve e si respira, anche se spesso quelle condizioni le confondiamo con il guadagno a prescindere che.
L’ingresso della cosmovisione delle civiltà precolombiane nella carta costituzionale ha prodotto insomma la codificazione di un modo di vita in cui l’ambiente non è qualcosa da difendere, ma qualcosa in cui vivere dentro. Si capisce che da questo cambio di prospettiva derivano modifiche sostanziali e di diritto. Se l’ambiente diventa portatore di diritti, cambia tutto: non c’è più la remissione alla buona volontà dei governanti o dei cittadini, ma c’è la legge (in questo caso la suprema delle leggi, cioè la costituzione) a garantirne non il rispetto ma la sua imprescindibilità come soggetto. Cioè: certi concetti, certe stelle polari che sono davvero in grado di guidare la vita delle comunità possono davvero essere codificati ed entrare dentro carte che sono tipicamente della cultura occidentale.

La costituzione prevede l’esistenza
di gruppi e di diritti collettivi
come quello dell’uso della terra
non individuale ma di comunità

E nel momento in cui la natura diventa soggetto di diritto, scoloriscono perfino leggi che da noi sarebbero comunque rivoluzionarie. La costituzione dell’Ecuador, paese che vive anch’esso un fenomeno immigratorio di persone provenienti dalla Colombia, prevede ad esempio l’attribuzione della cittadinanza a chi, semplicemente, nasce dentro i confini nazionali; cosa che da noi provoca l’orticaria nazionalista e “sanguepurista” a più di qualcuno. In Ecuador la costituzione riconosce le coppie di fatto. E c’è di più: la stessa cultura delle civiltà precolombiane ha fatto in modo che nella costituzione entrasse il concetto di gruppi: così non solo la natura, ma anche gli anziani, i giovani e le stesse popolazioni “ancestrali” sono portatori di diritti collettivi, come ad esempio quello dello sfruttamento della terra in maniera comunitaria e non proprietaria. La costituzione dell’Ecuador è oggetto del saggio di Emanuele Ariano contenuto in un volume, “Beni comuni 2.0. Contro-egemonia e nuove istituzioni”, edito da Mimesis, all’interno del quale, in un altro saggio, ad opera di Margherita Baldarelli, si fa riferimento proprio al conflitto aperto in Africa tra l’uso intensivo e di sfruttamento, tipico dell’agricoltura industriale occidentale e l’utilizzo collettivo e rispettoso dei ritmi della terra tipico delle comunità africane. Ecco, laddove l’Africa è oggetto di saccheggi di territorio da parte di multinazionali occidentali che impongono, grazie alla complicità dei governi locali, la proprietà individuale laddove vige l’uso collettivo e consuetudinario, l’Ecuador apre invece scenari in grado di influenzare positivamente anche istituzioni e diritti occidentali, grazie alla contaminazione sana di più punti di vista. Scenari che sarebbero ampiamente alla nostra portata, se il convoglio a binari obbligati su cui viaggiamo non ci chiudesse l’orizzonte, dandoci comunque l’illusione di continuare a guardare a 180 gradi, che è il modo migliore per sentirci liberi più di altri e migliori di altri, nelle nostre catene invisibili. E di continuare a discettare “liberamente” di bi o monocameralismi e di riforme di istituzioni che stanno diventando loculi, poiché dentro non c’è più vita.

Foto di copertina di Dauro Veras


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