Comunità

Uscire dal tunnel

Basta decostruire gli altri, costruiamo noi stessi. Provare a essere compagni, in fondo in fondo, è la via preferenziale per restare umani

Quando anni fa dai banchi dell’università Giovanni Pilo, responsabile della campagna elettorale di Forza Italia, spiegò i segreti della comunicazione che si fece politica, quasi nessuno comprese fino in fondo come l’imbarbarimento della nobile arte che regola la vita di tutti e di ciascuno coincidesse con la banalizzazione della realtà. Pilo fu chiaro nel circoscrivere tanto le ragioni della discesa in campo dell’incantatore di Arcore quanto i mezzi messi in campo (l’abuso terminologico ha i suoi perché) per raggiungere il fine stabilito. La rivisitazione telecratica dei mezzi e dei fini, la riscrittura del Principe di Machiavelli a forza di spot, di sorrisi patinati, di corpi denudati, fu imposta con una leggerezza tale da resistere anche alla decadenza, libertina se non orgiastica, del cavaliere. La ragione dell’impegno politico, una controragione, o meglio la controragione, che da sempre giustifica ogni abuso della reazione: impedire ai comunisti (che in realtà si erano fatti spettri autolesionisti, impegnati come erano a scrollarsi di dosso le polveri del muro che Honecker immaginò antifascista) di prendere il potere. Che fare? Elementare Watson, leggere i sondaggi e trarne le conclusioni. L’elementarità, che puzza sempre di ovvietà, stava per fagocitare la ragnatela complessa della cosiddetta prima Repubblica, la matematica, che non è mai stata un’opinione, fece il resto. Per impedire ai comunisti di prendere il potere, l’unica via (i sondaggi non lasciavano scampo) era mettere insieme le ragioni sovraniste (il nazionalismo patriottico dal nostalgico passato) di Alleanza Nazionale, con le urgenze secessioniste (l’autonomia territoriale immaginifica) della Lega Lombarda. Insomma il nord con il sud, il bianco con il nero.

Certo, il potere economico e la potenza mediatica aiutarono non poco, ma la vera forza del nuovo che avanzava (travolgendo amici e devastando compagni) stava tutta nella metodologia comunicativa, che finiva per il coincidere con la strategia politica. Insomma, in parole povere, il berlusconismo decretò la fine della verticalità tra sovrano e suddito, segnando l’avvento (di cui oggi è difficile scorgere la fine) della finta orizzontalità. Il suddito non fu più tale, ma si fece amico, il sovrano (fattosi da solo) non più despota, ma caritatevole e comprensivo padre di famiglia. Pilo, con disarmante e pleonastico verbo, spiegò, senza possibilità di fraintendimento, come il miglior modo per affermare il proprio potere stesse tutto, non nell’imporre una politica aprioristica dall’alto, ma nel legittimare strumentalmente a posteriori le esigenze che venivano dal basso. Quelli che sarebbero diventati call center d’assalto, con paziente metodologia chiesero al popolo italiano quali fossero le emergenze da soddisfare, quali dovessero essere le 10 (i numeri tondi hanno sempre un fascino tutto loro) questioni politiche da affrontare con urgenza. I sudditi, ormai amici, buttarono in campo tesi e antitesi, al sovrano di Arcore, ormai padre caritatevole, non restò che fare la sintesi.

Lo smarrimento di una sinistra, rinchiusa nell’angolo dell’autoabiura e della sconfessione sistematica di ciò che fu, si prese la bega di mettere la ciliegina sulla torta. Risultato: si entrò nel tunnel del berlusconismo, un tunnel in cui tuttora siamo immersi. Un tunnel, che ha sostituito il monarca senza perdere nulla della sua struttura originaria. Ieri Renzi da un lato, oggi Salvini dall’altro, altro non sono che il proseguimento del berlusconismo con nomi diversi, stessi mezzi e stessi fini. Risulta evidente come continuare a percorrere la strada dell’antiberlusconismo che fu, riversandola nell’antirenzismo e nell’antisalvinismo che è (e non dovrà essere), è l’ultima delle cose da fare, la prima delle pratiche da rifuggire. Questa nuova orizzontalità, che per paradosso è l’apologia della verticalità, si sconfigge, non rincorrendo la reazione sulla sua nuova strada, ma ricostruendo noi stessi sulle strade che ci appartengono e ci identificano. Strade smarrite che vanno recuperate, strade sconosciute che vanno perlustrate. Insomma, basta decostruire il verbo altrui, basta destrutturare l’agire altrui, bisogna iniziare a forgiare un nostro vocabolario che sia in grado di descrivere il presente partendo da noi stessi (lessico postfordista a tal proposito fu un tentativo molteplice naufragato troppo presto), bisogna mutuare un nostro agire partendo dai nostri bisogni e dai nostri desideri. Basta microanalizzare la banalità del male tipica di chi propone scorciatoie mirabolanti in luogo di cammini (obbligatori) tortuosi, basta spendere energie nel comprendere i modelli vincenti altrui, perché continueremo a essere, così facendo, gli unici sconfitti.

So che non è facile, ma proviamo per un attimo a smettere di essere totalmente assorbiti dalla critica (sterile) dell’infido nemico e spendiamo ciò che abbiamo nella costruzione del nostro mondo. Da tempo abbiamo rinunciato al potere del Palazzo d’inverno, da tempo abbiamo compreso come il nostro potere coincida con la sottrazione attiva dei nostri corpi dalle pratiche massificanti e riduzioniste della governance dell’oggi. Insomma, basta inseguire una lepre che non desidera altro che essere inseguita perché consapevole di essere irraggiungibile, è ora di iniziare a dare risposte ai nostri infiniti perché. È ora di concretizzare il pensiero di Morin, di tradurre in vita la non linearità della complessità odierna. Per farlo dobbiamo smettere, qui e ora, di andare a traino di affabulatori sistemici, e iniziare a essere locomotori di noi stessi. Praticare mutualità rivendicando solidarietà è l’unica via per sconfiggere la teocrazia dell’efficienza prestazionale, che tutto oggi pretende di parametrare. Provare a essere compagni, in fondo in fondo, è la via preferenziale per restare umani.

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