Idee

“Un’isola di certezza”. Il reddito per tutti nella pandemia

Da quando è scoppiata la pandemia, si sono moltiplicati articoli e prese di posizione a favore del Reddito di Base Incondizionato, una misura che garantirebbe a tutti risorse sufficienti per vivere dignitosamente, senza nessun obbligo. Visto che ci siamo occupati spesso del tema, in questo articolo cercheremo di dare conto del dibattito in corso. Banalmente, si dice che i rischi vanno trasformati in opportunità: oggi è il caso di dirlo più forte.

Il Financial Times e le “riforme radicali”

“Bisognerà mettere sul tavolo riforme radicali, invertendo la tendenza che ha prevalso negli ultimi quarant’anni. I governi dovranno accettare di svolgere un ruolo più attivo nell’economia. Dovranno considerare i servizi pubblici come un investimento anziché un peso, e cercare il modo di rendere meno precario il mercato del lavoro. La ridistribuzione tornerà al centro del dibattito, mettendo in discussione i privilegi dei più anziani e dei più ricchi. Bisognerà prendere in considerazione misure che fino a ieri sono state considerate stravaganti, come il reddito di base e le tasse patrimoniali”. Queste parole si leggono sul Financial Times di poco tempo fa, che proseguono così: “Se la pandemia di covid-19 ha un lato positivo, è che ha introdotto un senso di coesione in società polarizzate. Ma il virus, insieme all’isolamento economico necessario a combatterlo, ha anche evidenziato le disuguaglianze esistenti, creandone perfino di nuove” e penalizzando chi è già in difficoltà.

Radicalità, centralità dello Stato, servizi pubblici come investimento, lotta alla precarietà, ridistribuzione, privilegi dei ricchi. Un deciso passo, almeno concettuale, verso la giustizia sociale, da parte di uno dei principali giornali economico-finanziari del mondo (inglese, ma oggi in mani giapponesi). Che parla anche di misure “stravaganti” come il reddito di base, che abbiamo trattato molte volte su Ribalta (qui lo speciale  e qui il libro): la quintessenza di un intervento che mira a garantire, al contempo, massima libertà e massima giustizia (la real freedom for all sostenuta dal filosofo belga Philippe Van Parijs). Del resto, il dibattito in corso su questa misura si è notevolmente ampliato dopo lo scoppio della pandemia, tanto che la Treccani ha inserito reddito di quarantena tra i neologismi del 2020: “Erogazione di denaro corrisposta dallo Stato ai cittadini che si trovano in difficoltà economica a causa delle misure di isolamento imposte per fronteggiare una grave epidemia o pandemia” (è nata anche una campagna nazionale che porta questo nome; vedi qui).

Breve riassunto sul reddito per tutti

Il Reddito di Base Incondizionato (RBI, che chiameremo anche reddito per tutti) è un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite. Ovunque in Europa sono previste misure di lotta alla povertà, come il nostro Reddito di Cittadinanza. Riservate solo ai poveri e/o ai disoccupati, però, con controllo delle risorse dei beneficiari, su base familiare e condizionate dalla partecipazione ad un progetto di inserimento sociale, quasi sempre di tipo lavorativo. Invece, il RBI è universale e incondizionato: una somma attribuita a tutti, ricchi e poveri (ma si può tassare a chi non ne ha bisogno), su base individuale, senza esigenza di contropartita e senza verifiche sull’utilizzo. Basta un cuore che batte, com’è stato detto. Un’idea non peregrina, la cui origine risale a diversi secoli fa e che è oggetto di un corposissimo dibattito addirittura mondiale. La pandemia (purtroppo) ha dato ulteriore linfa alla discussione, che, piano piano, sta portando questo tema (per fortuna) fuori dai soliti circuiti. Vediamo qualche esempio.

Papa Francesco e il reddito per tutti

Nel giorno di Pasqua, in una lettera ai movimenti e alle organizzazioni popolari, Papa Francesco si rivolge a chi è stato escluso dai benefici della globalizzazione con queste parole: “Molti di voi vivono giorno per giorno senza alcuna garanzia legale che li protegga: venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento… e la quarantena vi risulta insopportabile”. E poi: “Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti”. È chiaro che Bergoglio si riferisce a contesti sociali diversi da quelli occidentali, ma il messaggio può benissimo essere pensato urbi et orbi. Anche perché il Papa invita al dopo-coronavirus così: “Spero che questo momento di pericolo ci faccia riprendere il controllo della nostra vita, scuota le nostre coscienze addormentate e produca una conversione umana ed ecologica che ponga fine all’idolatria del denaro e metta al centro la dignità e la vita. La nostra civiltà, così competitiva e individualista, con i suoi frenetici ritmi di produzione e di consumo, i suoi lussi eccessivi e gli smisurati profitti per pochi, ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione”.

La rete italiana del Basic Income Network

Conclusioni, quelle di Bergoglio, che certamente trovano l’accordo del Basic Income Network italiano, la rete che da anni propone il reddito per tutti. In questo periodo di pandemia, il BIN ha lanciato la campagna Estendere il Reddito di Cittadinanza! Se non ora quando?, puntando tutto, pragmaticamente, sull’ampliamento della misura già in vigore in Italia da un annetto. Il Reddito di Cittadinanza, come detto, è rivolto “solo” ai poveri e ai disoccupati, mentre per il BIN è arrivato il tempo di garantire il diritto all’esistenza a ciascun individuo, senza considerare l’appartenenza alle categorie del lavoro o del non lavoro. Perché il welfare non è una spesa, ma un investimento. E allora l’appello propone che il Reddito di Cittadinanza venga opportunamente riformato in senso più universalistico e meno vincolante: ampliando la soglia di accesso, semplificando le procedure, riconoscendo l’individualità della prestazione, togliendo i vincoli, utilizzando tutte le forme di finanziamento possibili e prevedendo che le modifiche abbiano carattere permanente e non finiscano dopo l’emergenza.

I sostenitori storici del reddito per tutti

Grande linfa è stata recentemente fornita, è ovvio, dai sostenitori del RBI già molto attivi prima della pandemia. Philippe Van Parijs, ad esempio, accoglie con favore il dibattito in corso, anche se, dichiara, “in questi quarant’anni ho imparato a non eccitarmi troppo in fretta”. Perché se è vero che l’idea è rilanciata un po’ da tutte le parti, lo è in diverse versioni, con scopi distinti. Le proposte fatte in questo periodo, però, condividono una virtù: aumentano, scrive Van Parijs, la consapevolezza di quanto saremmo meglio equipaggiati per affrontare sfide come quella della pandemia se esistesse un reddito per tutti.

Anche Guy Standing, che ha discusso in passato il RBI addirittura al World Economic Forum, appena qualche giorno fa è tornato sull’argomento con un articolo pubblicato proprio nel sito ufficiale del meeting di Davos. Intervistato da Rolling Stone, Standing ha detto che, oggi, i governi potrebbero cambiare idea sul reddito per tutti: la pandemia ci ha messo di fronte alla realtà, cioè che il neoliberismo è un sistema economico fragilissimo e caratterizzato da disuguaglianze sociali “disgustosamente” elevate. In cui insicurezza e stress sono comuni a troppe persone. La pandemia, allora, potrebbe essere vista “come una scintilla, un detonatore: per evitare una depressione economica globale servono impulsi economici trasformativi che siano davvero radicali”, come il RBI.

Rutger Bregman, autore del fortunato libro Utopia per realisti, ha scritto sullo splendido The Correspondent che in tempi di crisi, le idee radicali vengono improvvisamente tirate fuori dal cappello. E questo vale per il RBI: “Non c’è altra scelta”, scrive Bregman. In tempi normali, le politiche, a causa della diffidenza che si ha nei confronti degli individui, pongono sempre condizioni per poter beneficiare della sicurezza sociale: come facciamo a sapere se poi le persone, con un reddito di base, non diventano troppo pigre “e non sprecheranno le loro indennità su alcol e droghe, giochi per computer e Netflix?”. Ma ora è diverso e non c’è tempo per diffidare. Perché la sfiducia è costosa e “burocratica”, ed occorre, al contrario, affidarsi alla fiducia.

“Tutta la nostra economia è in fiamme”, sostiene similmente Scott Santens. Non dobbiamo “individuare il giusto numero di camion di pompieri e in quali quartieri inviarli”; dobbiamo “far piovere”. Metafora molto chiara, che Santens utilizza soprattutto per farci notare (con riferimento al contesto USA) che la pandemia ha a che fare con quel mare di incertezza che sembra sovrastare il nostro futuro ora: “Molti di noi erano già insicuri prima. Ogni mese una questione di sopravvivenza. Guadagnerai abbastanza? Manterrai il ​​tuo lavoro? Cosa succederebbe se perdessi il lavoro? Ne troverai un altro? Avresti bisogno dell’assistenza sociale? Diventeresti senzatetto?”. Ecco, queste paure stanno diventando reali, perché le persone affrontano perdite di reddito, non hanno idea di cosa accadrà loro e sono giustamente spaventate a morte.

È pessimista invece Daniel Raventòs, per il quale oltre alla minaccia di salute, che rivela un brutale divario di classe nell’assistenza sanitaria, la pandemia sta creando il caos sociale ed economico tra i non ricchi. Se la necessità di un RBI era già evidente, ora lo è di più. Ma i governi cercheranno di salvare il sistema neoliberista e sfrutteranno al massimo il disastro per gettare le basi per un nuovo ciclo di capitalismo del disastro. Ma quale sarebbe, si chiede Raventòs, il costo sociale di non introdurre un RBI ora?

Anche per Beppe Grillo è arrivato il momento del RBI. Del resto, il M5S delle origini era a favore di una misura più ampia e radicale del Reddito di Cittadinanza. Grillo sostiene che prima della pandemia eravamo preoccupati per il fatto che la metà dei posti di lavoro sarebbe scomparsa per i cambiamenti tecnologici. Ecco, “quei cambiamenti adesso sono avvenuti non in anni, ma in un solo mese. Con un colpo di tosse“. E siccome “una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, creativo, generando al tempo stesso il proprio sviluppo”, la via di uscita è “un reset totale” che metta al centro l’uomo, non più il mercato del lavoro. Garantendo a tutti lo stesso livello di partenza con un RBI che vada oltre questa emergenza.

L’importanza del lungo periodo

Effettivamente, per contrastare i guasti economici della pandemia i vari paesi del mondo hanno messo in campo soprattutto forme di trasferimenti di reddito, integrazioni salariali, sussidi per malattia o di disoccupazione. La maggior parte ha adattato misure già esistenti (anticipando i pagamenti, riducendo i tempi amministrativi di richiesta o ampliandone l’importo o la copertura), ma altri Stati ne hanno introdotte di nuove: per i lavoratori autonomi, per chi è impiegato nel settore informale o per le famiglie con figli. In comune, questi interventi hanno rapidità e semplicità di attuazione e in moltissimi casi ci sono già le erogazioni. Dappertutto si è capito, cioè, l’urgenza di sostenere subito i redditi delle persone.

Il fatto è che si tratta di interventi temporanei e non permanenti. Finalizzati alle difficoltà che si incontrano durante l’emergenza. E invece servirebbe una prospettiva di lungo periodo, per diversi e validi motivi. Il primo è che, come sottolineano De Luca e Trobia, il sistema ha dimostrato che “alla prima raffica di vento rischiamo di cadere sul serio”. Forse il Covid-19 è un po’ più di una raffica di vento, ma va tenuto conto, come dicono i due, che la normalità troppo spesso coincide con l’emergenza, esasperata dalla pandemia: è normale l’emergenza della sanità pubblica e per chi percepisce salari da fame, non ha ammortizzatori sociali, è intermittente, è a partita Iva, lavora occasionalmente o è stagionale o in nero o in grigio; per i tanti che “galleggiano, mese dopo mese, tentando di pagare rate, mutui, affitti, bollette”. La crisi non è iniziata con la quarantena, ma ha origini più radicate.

Combattere l’incertezza con il reddito per tutti

La seconda ragione, collegata alla prima, è più di carattere pratico-psicologico. L’insicurezza economica è caratterizzata dall’incertezza sul futuro piuttosto che da quella che deriva dai rischi conosciuti, scrive Standing. Le minacce provengono dalle incognite sconosciute, contro le quali, per definizione, non ci sono assicurazioni possibili. A meno che non si pensi al reddito per tutti, basato proprio sulla garanzia data a ognuno “di ricevere un pagamento nel futuro, che sia il mese prossimo o a un anno di distanza“. Siccome è incondizionato e universale, scrivono Franzini, Granaglia e Raitano su EticaEconomia, il RBI sarebbe disponibile per tutti, sia in tempi ordinari, sia in tempi pandemici, “prescindendo da interminabili esigenze di selezione fra aventi e non aventi diritto”. Una caratteristica fondamentale, perché una variabile rilevante nella scelta delle misure giuste da adottare in questo momento è “anche il grado di avversione sociale all’incertezza pura e dura che in qualche modo andrebbe rilevato”.

Occorre frenare l’insicurezza e il RBI è diretto proprio a combattere “la paura dell’ignoto”. Per Santens, funziona così: la sicurezza è una sensazione costruita sulla conoscenza in anticipo di qualcosa; se tutti sanno che lo scenario peggiore coincide con un minimo 1.000 dollari al mese, invece di zero, gli individui sentono qualcosa di diverso. “Significa che la paura non occupa più la tua mente. Sei più leggero”. Ecco perché oggi serve una risposta che comprenda ciò che tutti proviamo, e lo affronti: “Look instead at creating an island of known within a sea of unknown“, che potremmo liberamente tradurre in “crea un’isola di certezza in un mare d’incertezza“.

Misure di emergenza

Il Forum Disuguaglienze e Diversità, insieme con Asvis e Cristiano Gori, ha presentato al Governo italiano un’articolata e validissima proposta per la crisi da pandemia, sottolineando che il pericolo attuale è che nelle complesse circostanze attuali, il decisore pubblico “sia schiacciato sugli interventi da fare oggi senza alzare lo sguardo verso il domani“. Tramutando i prossimi mesi in un infinito breve periodo, “nel quale il passare del tempo è segnato esclusivamente dall’inseguimento dell’urgenza, senza mai affrontare le questioni di fondo”. Detto ciò, pur puntando a guardare anche al futuro oltre che all’oggi, Forum DD e Asvis propongono due misure, il Sostegno di Emergenza per il Lavoro Autonomo (SEA) e il Reddito di Cittadinanza per l’Emergenza (REM), che hanno moltissimi lati positivi, ma sono comunque di natura temporanea ed eccezionale. Qualcosa su cui basare un welfare del futuro universalista (e ben venga), ma non il salto al reddito per tutti. Certo, SEA e REM o misure del genere potrebbero costituire, in una condivisibile ottica gradualistica, un’ulteriore tappa verso il RBI (dopo il Reddito di Cittadinanza, che, occorre ricordare, fino a un anno fa l’Italia non aveva).

Servono i soldi, ma ci sono. E bisogna “far ripartire i consumi”

Il tallone d’Achille del reddito per tutti (insieme alla paura che le persone, con un reddito già garantito, si sdraierebbero sul divano) è forse la sua sostenibilità. Ma solo forse. Non possiamo entrare nel merito in questo articolo (rimandiamo qui), ma i soldi, se si vuole, ci sono. Anche perché oggi, come scrive Il Post, esiste la possibilità per i governi di spendere a livelli un tempo impensabili, indebitandosi: la sostenibilità finanziaria del RBI non sembra più una chimera e la sua attuazione potrebbe non riguardare più uno scenario futuristico.

Anche perché sono in molti a dire che occorre far ripartire i consumi. Ribadiamo che a favore del reddito per tutti si sono espressi molti esponenti del mondo della finanza o di quello più prettamente “capitalistico” (non da oggi, del resto). Ad esempio, ancora sul Financial Times l’economista Daniel Susskind, concentrandosi sulle piccole imprese, sostiene che i pacchetti di stabilità finanziaria o i grandi investimenti in infrastrutture non salvano il vasto numero di ristoranti, teatri, caffetterie, pub e negozi che continueranno a crollare nei prossimi giorni. Per cui, è giunto il momento per qualcosa di completamente diverso, come il RBI, misura verso la quale lo stesso Susskind inizialmente era scettico. Ma, scrive, “l’arrivo del coronavirus ha cambiato il mio atteggiamento“, perché se i robot potrebbero non aver ancora conquistato tutti i lavori, la pandemia sta decimando la domanda su cui fanno affidamento quegli stessi lavori.

L’effetto moltiplicatore del reddito per tutti

Il primo problema, sostiene Christian Marazzi, altro attivo sostenitore del RBI, è certamente la generale riduzione del reddito. Ma il secondo è che le imprese riprenderanno a investire solo se avranno la prospettiva di una domanda di consumo, su cui agirebbe proprio il reddito per tutti. Lo sottolinea anche Standing: dobbiamo prenderci cura di tutti se vogliamo far ripartire l’economia, perché servono persone in grado di spendere, di pagare affitti e servizi, sennò il sistema collassa.

Bisogna preoccuparsi, pensa Standing, che molti imprenditori, da Zuckerberg a Branson ad altri della Silicon Valley, siano a favore del reddito per tutti? “Il loro ragionamento è che in futuro l’intelligenza artificiale, la robotizzazione e l’automazione crescenti – fenomeni che non si può immaginare di poter arrestare – spingeranno moltissime persone fuori dal mercato del lavoro, il che aggraverà ancora di più le disuguaglianze”. Va dunque “trovato un meccanismo per cui le crescenti entrate dei proprietari di robot – semplificando – possano essere ridistribuite alla gente comune. Perché altrimenti chi comprerà i loro prodotti e servizi?”. La necessità è che “la gente, più gente possibile, abbia abbastanza denaro da spendere. Devo preoccuparmi perché quegli uomini rappresentano l’élite, perché sono plutocrati e super ricchi? Mi preoccupa di più il sistema che abbiamo al momento. E sono convinto che un nuovo sistema che preveda un reddito di base incondizionato cambierebbe l’intera struttura della nostra economia in meglio”, a maggior ragione ora che c’è la pandemia.

Stanno cambiando le priorità?

Forse stanno cambiando le priorità. Un fatto che, secondo Roberto Ciccarelli, è una delle principali discontinuità del primo mese di pandemia: si sta riscoprendo il ruolo dello Stato (o meglio, dei poteri pubblici); “da una politica monetarista del pareggio di bilancio e dell’austerità sociale sono stati riconosciuti il valore della spesa sociale, la necessità di un sistema di tassazione progressiva capace di finanziare i servizi pubblici come la sanità o la scuola e iniziano ad essere ipotizzate economie del debito che contemplano la possibilità di una sua rinegoziazione”. Basta vedere, come abbiamo scritto, ciò che sostiene con molta forza Mario Draghi, per il quale la questione centrale non è se, ma come lo Stato deve utilizzare al meglio il bilancio: la priorità è innanzitutto tutelare i posti di lavoro, ma anche fornire un reddito di base a tutti coloro che lo hanno perso.

È il momento giusto per il reddito per tutti?

Come ha scritto Fabrizio Marcucci su questo sito, con la pandemia “emerge in maniera irrefrenabile il conflitto tra le ragioni del sistema economico e quelle della stessa salvaguardia della vita umana. Dal punto di vista delle persone in carne e ossa, chiudere significa salvare; aprire equivale a morire. L’esatto contrario di ciò che vale per il sistema economico“. Un cortocircuito davvero pazzesco. Non è inutile sottolineare, però, come fa Giacomo Pisani, che oggi più di ieri è fondamentale affermare il primato della salute collettiva e della dignità delle persone: il RBI assicurerebbe a tutti una vita decente in questa sospensione e, nel futuro, permetterebbe di poter compiere scelte libere, fuori dal ricatto e dal bisogno.

È approfittando di questo straordinario momento di malleabilità politico-istituzionale che si possono ripensare le politiche pubbliche, scrivono Cigna e Velotti su Jacobin. Secondo loro, la pandemia richiede interventi tempestivi, ma anche sfaccettati e trasversali; per cui, il RBI, con la semplicità che lo caratterizza, si rivela essenziale per una necessaria transizione verso “nuove normalità”. Karl Widerquist, richiamato dai due autori, scrive sul Guardian che di solito la contrarietà al reddito per tutti deriva dalla convinzione che tutti dovrebbero lavorare e che non possiamo permettercelo. Ma con la pandemia è diverso e questi argomenti, discussi per decenni in tempi normali, ora non sembrano più validi. Innanzitutto, oggi non abbiamo certo bisogno che tutti lavorino, proprio per evitare la diffusione del virus. Poi, il RBI (da mettere in campo, secondo l’autore, solo per l’emergenza) è il migliore stimolatore economico possibile, perché dà denaro nelle mani di tutti: nessuno “andrebbe a zero a causa dei licenziamenti” e le persone potrebbero mantenere (più o meno) il proprio livello di spesa, cosa che aiuta a impedire ad altri di perdere il lavoro.

Utopismo opportunistico

“Credo nell’utopismo opportunistico (opportunistic utopianism)”, scrive Van Parijs, secondo il quale le crisi possono offrire opportunità per importanti progressi. In questa fase, non sappiamo quanto tempo durerà e quanto sarà profonda la crisi economica; ma occorre, per Van Parijs, cercare di sfruttare lo slancio per ristrutturare le nostre economie e le nostre società in senso più giusto ed equo. Affinché questo diventi realtà, “sono necessari visionari e attivisti, ma anche, al momento giusto, ingegnose architetture istituzionali e politici coraggiosi”.

Foto tratte da Pixabay.

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