Comunità

Un’eco imperitura e sgraziata

Questo mondo è solo dei ricchi e dei potenti. I loro desideri si tramutano in realtà. I miei desideri invece, come quelli di chi mi circonda, oltre a non realizzarsi peccano di lesa maestà.

Nella vita ci vuole fortuna e se hai la sfortuna, come l’ho avuta io e tanti altri come me, di nascere nella parte sbagliata del mondo e di crescerci, beh allora i desideri non si realizzano e la realtà diventa inferno. Maledetta sfortuna mi son detto più volte prima di prendere sonno. La sfortuna non quella astratta che disegna la geografia, ma quella concreta praticata dai signori della parte fortunata del mondo, l’ho conosciuta da sveglio, nelle pieghe inumane delle guerre che mischiano denaro, potere e tribù; nei cammini impervi e rischiosi che mi hanno portato via dalle atrocità della guerra per spingermi dopo mille sofferenze a marcire nei lager del nord del continente africano. Insomma la vera sfortuna l‘ho conosciuta quando, per paradosso, ho deciso di combatterla nella speranza concreta di una vita migliore.

Già, perché per arrivare a trovare posto su questa improbabile bagnarola con cui da giorni affronto un mare dal fondale cimiteriale ne ho dovute affrontare di peripezie. Tutto ha un prezzo nella vita e noi sfortunati questo prezzo lo paghiamo non una ma cento volte e forse ancor di più, ha avuto un maledetto prezzo, e che prezzo, anche questo viaggio in bagnarola.

La promiscuità coatta, seppur forma salvifica di necessità, alla lunga corrode le menti, sfinendo i corpi. Non sopporto più questi odori nauseabondi, diretta conseguenza di una fisiologia senza alternative, non sopporto più il contatto delle nostre pelli, pelli da fratelli sia ben inteso, non sopporto più questo mare che ti scombussola lo stomaco contorcendoti le budella, non lo sopporto più neanche quando è piatto e ospitale.

Siamo tutti in attesa, da giorni sempre uguali, di avvistare una lingua di terra. Mi correggo, non tutti, perché in questo genere di viaggio non tutti quelli che partono riescono ad arrivare. Arrivano solo i più fortunati tra gli sfortunati, questione statistica inconfutabile. Una lingua di terra che quando la vedi, ti viene da piangere per lo sfinimento e la contentezza. Poi scopri che dovresti piangere per la disperazione perché i sedicenti padroni di quelle lingue di terra non ti vogliono, per loro non sei un essere umano in cerca di vita, ma un problema, o meglio il problema che rischia di mandare in frantumi la teoria della fortuna e della sfortuna.

Non rimane che il canto. Si canta eccome durante il viaggio, un po’ per vincere la paura, un po’ per passare il tempo, un po’ per sentirsi umani e un po’ perché, in fondo in fondo, cantare in gruppo è bello. Le voci multiple che formano un unico coro non cancellano le diversità, bensì le sublimano.

Di questa modesta lettera d’amore verso la vita non resterà traccia, magari giacerà insieme al mio corpo sul fondo del mare; delle mille voci che formano un unico coro invece rimarrà sempre l’eco, un’eco imperitura e sgraziata, che arriverà lì dove deve arrivare, dove ci sono esseri umani che hanno ancora voglia di ascoltare e cantare in coro al di là della fortuna e della sfortuna con cui i ricchi immaginano, imponendola, la loro geografia.

Foto di copertina dal profilo Flickr di Óglaigh na hÉireann

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