Idee

Un giorno ci chiederemo: come abbiamo potuto vivere senza reddito di base?

Proponiamo di seguito un estratto del volume di Giuseppe Allegri "Il reddito di base nell'era digitale. Libertà, solidarietà, condivisione", Fefé editore, Roma, 2018, convinti che la discussione sul tema del "reddito per tutti" sia necessaria, utile e attuale (ne abbiamo scritto spesso su Ribalta), anche e soprattutto dopo il varo del Reddito di cittadinanza da parte dell'attuale maggioranza di governo.

Il Dividendo Sociale di Alaska e Macao

[…] Il reddito di base universale e incondizionato (comunemente anche chiamato “reddito di cittadinanza”) non ha trovato nessuna realizzazione concreta, se si eccettuano i casi di Alaska e Macao, che, nel Glossario che accompagna questo volume, abbiamo definito come forme di Dividendo Sociale, inteso come dividendo universale e incondizionato per rendere partecipi tutti i soggetti di una determinata comunità territoriale – anche solo ivi residenti – di un versamento in denaro (dividendo) ricavato da un fondo di proprietà della comunità medesima. L’esempio più classico è il caso dello Stato di Alaska (per estensione il più grande dei 50 Stati della Federazione USA, ma con soli 750 mila abitanti e quindi assai scarsa densità), che dal 1982 ha un dividendo annuale (Permanent Fund Dividend – PFD), frutto dei proventi dall’estrazione del petrolio, inteso come bene comune naturale i cui ricavi devono essere redistribuiti tra tutti i cittadini ivi residenti (da un minimo di due anni), compresi i bambini. Nel 2016 questo vero e proprio reddito di base universale e incondizionato ammontava a poco più di mille dollari annuali, individuali.

Dal 2011 la città-regione autonoma e speciale di Macao, ex possedimento portoghese in Cina, vicino Hong Kong, redistribuisce i proventi del gioco d’azzardo tramite un Wealth Partaking Scheme (letteralmente: schema di partecipazione alla ricchezza), un programma di condivisione e redistribuzione della ricchezza accumulata tramite l’attività dei giocatori d’azzardo prevalentemente cinesi, per redistribuire circa l’1% dell’intero Pil prodotto, tra i 500 e i 1200 dollari pro capite annuali. Come si evince sono due casi “particolari”, nei quali una forma minimale di reddito di base, individuale, universale e incondizionato è corrisposta come contropartita dello sfruttamento di un bene comune naturale (il petrolio in Alaska), ovvero come prodotto del gioco d’azzardo (Macao).

’60s e ’70s in USA

Eppure, nel passaggio tra gli affluenti, libertari e lisergici anni sessanta e settanta del novecento negli USA attraversati da controculture e movimenti sociali, si innescò un ampio dibattito economico e politico sul reddito di base, fatto anche di proposte politiche che sfociarono in un Piano di assistenza alle famiglie voluto dal Presidente Richard Nixon, il quale, nel presentare questo Piano nell’agosto 1969 utilizzò forse per la prima volta in assoluto la parola workfare, poiché l’imposta negativa sul reddito, prevista per la lotta alla povertà, comportava l’iscrizione a percorsi formativi e di orientamento al lavoro e l’accettazione di eventuali proposte di lavoro. Tre anni dopo, nel pieno del dibattito sull’approvazione e attuazione di questo Piano, il senatore democratico George McGovern si presentò alle primarie presidenziali del Partito Democratico con la proposta piuttosto radicale e anche accusata di “socialismo” di un «sussidio minimo al reddito», «sussidio nazionale al reddito» definito anche Demogrant di mille dollari all’anno su base individuale, indipendentemente dal salario o dall’attività lavorativa svolta, sostenendo che questa misura avrebbe evitato di lasciare intrappolato il fruitore del sostegno nell’alternativa tra accesso al sussidio e sua perdita totale, nel caso dell’ottenimento di un lavoro anche alla stessa retribuzione del sussidio stesso, come invece sarebbe successo con un reddito minimo garantito più tradizionale. Questa proposta aveva il sostegno di celebri economisti come James Tobin e John Kenneth Galbraith, a capo del gruppo di lavoro e sostegno per la campagna elettorale in favore di McGovern, e venne presentata sulla New York Review of Books del maggio 1972, con l’introduzione di un altro importante economista come Wassily Leontief. Dopo una spietata campagna contraria da parte del presidente Nixon in vista delle presidenziali del novembre 1972 che stravincerà, sarà lo stesso McGovern a trasformare la sua proposta in uno strumento finalizzato soltanto ai soggetti poveri in assenza di lavoro, decretando, con la sua sconfitta, anche la fine delle opzioni politiche USA intorno al reddito di base e alla possibile espansione sociale e redistributiva dell’economia statunitense.

Il reddito di base come via capitalistica al comunismo?

Ciononostante nel dibattito globale sul reddito di base dei successivi anni ottanta del novecento si ampliarono gli orizzonti e le visioni, fino al punto in cui Robert J. Van der Veen e Philippe Van Parijs pubblicarono sull’autorevole rivista Theory and Society (1986) un articolo all’interno del quale sostenevano una visione del reddito di base universale e incondizionato come possibile via capitalistica al comunismo. È questa una riflessione che Philippe Van Parijs aveva iniziato già da tempo, con un paper circolato anni prima dal titolo The Capitalistic Transition to Communism: A Radical Alternative (1983) e che in questa occasione viene ulteriormente rilanciata, partendo dall’assunzione che è possibile passare dal capitalismo al comunismo, inteso come società in cui la distribuzione della ricchezza sociale avviene tramite il principio “a ciascuno secondo i propri bisogni”, senza dover transitare per la fase socialista di distribuzione “a ciascuno secondo il proprio lavoro”. Questo salto è reso possibile dalla capacità produttiva e innovativa del capitalismo che genera una ricchezza sociale di beni più che sufficiente al soddisfacimento dei bisogni dell’umanità, ma è priva di una equa distribuzione di tale ricchezza. In tal modo il reddito di base universale e incondizionato nell’epoca dell’abbondanza ricopre la funzione di garantire una redistribuzione della ricchezza che in un’ottica comunistica permette di soddisfare i bisogni umani e – al contempo – in una prospettiva socialista, restituisce al lavoratore qualcosa in più in proporzione alla quantità di lavoro svolto, lavoro che a questo punto diviene un’attività liberamente scelta e indipendente, fuori dal dominio e dalla subordinazione, dentro il parziale incremento della propria condizione economica e il soddisfacimento delle proprie aspirazioni. Questa l’intuizione del reddito di base come via capitalistica al comunismo, qui sinteticamente riportata, ma lungamente proposta e ricostruita dai due autori.

Per il reddito di base contro le forze del passato

Quest’ultimo esempio, che successivamente verrà affiancato dalla lettura del reddito di base in una prospettiva socialista di potenziamento della libertà dell’essere umano e di un’economia sociale, come ricostruito dal celebre sociologo marxista Erik Olin Wright (Basic Income as a Socialist Project, in «Basic Income Studies», 2006), per dare brevemente il quadro di una concezione del Basic Income come politica trasformativa della realtà esistente e poter immaginare una società futura libera dalla miseria nella quale le forze del passato avrebbero voluto continuare a tenerla. Così è stato dalle riforme sociali nella Roma repubblicana, che costarono la morte ai riformatori, all’Utopia di Thomas More e al sostegno di Erasmo da Rotterdam contro i privilegi aristocratici a fronte delle sofferenze dei poveri, fino a chi nel corso Novecento evidenziava come la condivisione tra i molti della ricchezza sociale prodotta avrebbe permesso di realizzare un buon vivere associato. In tutti questi casi indicando possibili strade successivamente percorse da movimenti e pratiche che sperimenteranno migliori combinazioni di libertà e solidarietà, autodeterminazione e condivisione, spesso realizzando ciò che la parte più conservatrice e retriva della società precedente giudicava come implausibili o irrealizzabili.

Utopie per realisti?

Perciò qui si riprendono due citazioni che mettono in scacco i crampi dell’immaginazione di cui rischiamo di essere vittime, mentre il comune ragionare intorno al reddito di base vorrebbe essere anche un tentativo di superare le gabbie mentali e le sclerosi ideologiche che, soprattutto nel Belpaese, condannano a un immobilismo che potremmo definire millenario.

«Ricordate: anche quelli che invocavano l’abolizione dello schiavismo, il suffragio universale alle donne e il matrimonio fra persone dello stesso sesso erano etichettati come pazzi. Finché la storia ha dato loro ragione» (Rutger Bregman, Utopia per realisti. Come costruire davvero il mondo ideale, Feltrinelli, Milano, 2017, p. 215).

Perché la ricerca di una «reale libertà per tutti» è un incessante e comune tentare e tentare ancora: vuol dire sostenere l’introduzione di un reddito di base universale (Universal Basic Income – UBI) per la garanzia di una buona vita, degna dell’essere umano in società, ancor più dinanzi all’accelerazione subita dalle innovazioni sociali e tecnologiche nell’attuale passaggio di secolo, quando è la nostra stessa vita in rete che diviene produttiva di informazioni e ricchezza sociale, costringendo a forzare le nostre convinzioni (e preconcetti?) intorno alla concezione del “lavoro” e alla sua trasformazione e mancanza, come si vedrà nell’ultimo capitolo.

«Uno dei primi difensori dell’idea del reddito di base è stato Jan Pieter Kuiper, un medico olandese specialista in medicina sociale. Egli incontrava pazienti malati di troppo lavoro e altri sofferenti al contrario del fatto che non riuscivano a trovare un impiego. Il reddito di base permette di attaccare simultaneamente queste due patologie.

Una utopia?

– Si tratta di una utopia per i tempi presenti. Ma il sistema di assicurazione sociale introdotto da Bismarck nel XIX secolo era un’utopia ben più radicale: è stato il primo sistema di solidarietà organizzato dallo Stato. Un giorno, io ne sono convinto, ci domanderemo come abbiamo potuto vivere senza reddito di base» (Philippe Van Parijs, «Un jour, nous nous demanderons comment nous avons pu vivre sans revenu universel de base», intervistato da Céline Zünd, su Les Temps, 18 febbraio 2016, trad. nostra).

* Giuseppe Allegri è Dottore di ricerca in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate, ricercatore, formatore e docente in diritto comparato e scienze politiche e sociali. È socio fondatore e attualmente responsabile del Comitato scientifico del Basic Income Network – Italia, associazione che si batte per l’introduzione di un reddito di base. Qui il link al libro di cui proponiamo l’estratto.

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