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Un altro calcio

È possibile
Azionariato popolare, trust di tifosi e raccolte fondi. Sono sempre di più le società controllate dai supporters. Con risultati sorprendenti. In alcuni paesi europei il fenomeno ha dato vita a storie di successo. In Italia è più recente, ma sta mettendo radici sempre più solide

Fabrizio Marcucci

Se guardi una carta dell’Europa, i più a nord stanno a Gavle, cittadina svedese con le finestre sul Baltico, 170 chilometri più su di Stoccolma. I più a sud si trovano a Be’er Sheva, nel cuore del deserto del Negev, in Israele. Ma li puoi incontrare a Lisbona e a Varsavia, a Nantes e ad Ancona, a Taranto e a Manchester, Roma, Colonia, Tenerife e in decine di altre città del continente. Le loro storie sono diventate film, come nel caso di “Jack to a King”, in cui si racconta la parabola dello Swansea – squadra di calcio gallese passata dall’orlo del fallimento alla vittoria della coppa d’Inghilterra nel 2013 grazie all’entrata dei tifosi nella compagine societaria. O volano di bocca in bocca, ad ispirare imprese analoghe, come quella di chi ha fatto nascere lo United of Manchester, club di proprietà dei supporters che è arrivato a dotarsi di uno stadio tutto suo. Danno vita a un fenomeno talmente ampio che è difficile da misurare. Anche se si può provare, così, giusto per farsi un’idea.

Ci sono 136 gruppi di tifosi che sono proprietari in tutto o in parte di altrettante squadre di calcio in Europa. Altri 36 club hanno un’analoga struttura societaria nel Regno Unito. Quelli di Supporters direct, network nato nel 2000 in Gran Bretagna per poi estendersi al resto d’Europa, sottolineano con orgoglio di aver contribuito solo nel Regno Unito “alla nascita di 40 club di proprietà dei tifosi”, i quali hanno raccolto negli anni qualcosa come “50 milioni di sterline”, l’equivalente di 62 milioni di euro, tutti reinvestiti nelle attività delle squadre.

Italia, Europa

E in Italia? Qui siamo un po’ indietro. Perché? “È una questione di cultura”, risponde senza mezzi termini Diego Riva, presidente di Supporters in campo, la rete italiana collegata a Supporters direct. Eppure. Eppure qualcosa si muove. Il fenomeno dei tifosi che prendono in mano le loro squadre del cuore o ne fondano di nuove è recente nel nostro paese. Ma si contano venti trust di tifosi dentro “Supporters in campo”, dove spiccano i successi recenti di Taranto e Ancona e realtà consolidate come Cava dei Tirreni e Tortona. Un’altra ventina sono le realtà riconducibili a “calcio popolare”, un’area cui si possono far rientrare, tra le altre, l’Ardita Roma, l’Atletico San Lorenzo, sempre nella capitale, diverse squadre dell’hinterland napoletano, la Centro Storico Lebowski di Firenze e la polisportiva Gagarin di Teramo. E poi ci sono i cani sciolti senza un’ossatura istituzionale vera e propria, ma con storie belle da raccontare, come quelli del Racale, paese di 11mila anime nel profondo del Salento. Che non sono iscritti a nessun network ma si sono ripresi in mano la squadra a modo loro facendola risorgere dal fallimento e consentendole la navigazione nel campionato di Promozione pugliese.

Un fenomeno in movimento

Ecco perché il fenomeno è magmatico e in movimento, difficile da misurare. Con sfumature differenti e con storie diverse l’una dall’altra. Ma un minimo comune denominatore c’è. Si possono prendere in prestito le parole dell’addetto stampa del Racale, Andrea Fachechi, che descrive quello che accade nella sua terra ma che è fenomeno assai diffuso, ben al di là del Salento: “Qui le squadre sono in genere di proprietà dell’imprenditore o del politico potente del territorio, che le usano come mezzo per garantirsi consenso”. Una volta svolto il suo “compito”, la squadra viene lasciata a se stessa. È la spiegazione, senza tanti ghirigori, del motivo per cui il calcio, uno dei fenomeni più popolari che c’è, non appartiene al popolo. Anzi, è diventato oggetto di espropriazione in cui le passioni di tanti, diventano terreno fertile per gli interessi di pochi.

È sicuramente “una questione di cultura”, come ribadisce Riva, che da qui parte per descrivere gli intendimenti della realtà di cui è presidente: “Noi vogliamo rimettere al centro il valore del tifoso, che è l’anima del calcio, l’elemento senza il quale questo sport non esisterebbe neanche”. Invece la tendenza è a spostare l’attenzione su altro, e a criminalizzarli, i tifosi. Ma il problema è sempre lì, “di cultura”. “Noi – dice Riva – guardiamo alle esperienze più avanzate di Svezia e Germania, dove le squadre sono immerse nelle comunità di riferimento e dove queste partecipano attivamente alla vita dei club”. L’intervento istituzionale? “Non serve, occorre più che altro attivare percorsi di protagonismo”, spiega Riva. Che un iter lo ha in mente, seppure senza istituzioni. Quelli di “Supporters direct”, per esempio, definiscono un club di proprietà dei tifosi, “community club”, quando la proprietà della società è almeno al 50 per cento più uno in mano a una realtà controllata democraticamente, in cui vige il principio “una testa un voto” e in cui ci si ispira a principi di inclusione e di business sostenibile. La passione, insomma, prima del consenso per pochi e delle spese pazze per garantirlo, quel consenso.

calciopopolo

A Racale invece, hanno fatto le cose in maniera diversa, ma i principi non divergono di chissà quanto: hanno fatto appello al cuore, chiamato l’intera comunità a sostenere la squadra abbandonata al fallimento dal potente di turno con una azzeccata campagna (“11mila presidenti” tanti quanti sono gli abitanti del paese, è stato il claim) e ora gestiscono il club in maniera cooperativa, con un direttivo in cui ci si occupa di tutto: attrezzature, area tecnica, organizzazione delle trasferte, rapporto con gli sponsor e quant’altro. “Mantenere una squadra nel campionato di Promozione – spiega Fachechi – costa circa 80mila euro l’anno”. E loro ce la fanno. Pure bene. “Certo, il percorso che porta alle decisioni è un po’ più articolato rispetto a quanto può accadere nelle società normali. Ma di bello c’è che quando vai in difficoltà sai che non sei solo e che sei immerso in un clima di fiducia che ti farà trovare in qualche modo una via d’uscita”. Protagonismo e passione della gente comune, insomma. Cose che nel calcio delle pay tv sono viste più come mammelle da cui succhiare soldi. E che qui diventano invece il motore dell’impresa.

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La pubblicità della campagna per la raccolta di fondi per il Racale

Ma il calcio dei tifosi può diventare un modello? Riva non ha dubbi: “Ce lo dicono le esperienze europee: Bayern e Real Madrid hanno trust di tifosi all’interno della compagine sociale”. Modello o non modello, di certo il calcio dei tifosi è un significativo processo di riappropriazione, tanto più pregnante se si pensa all’importanza di questo sport nell’immaginario collettivo. Ed è diventato un fenomeno di una qualche importanza, che celebra i suoi incontri a livello europeo: quelli di Supporters direct si sono riuniti nel settembre scorso ad Amburgo; quelli di calcio popolare avevano fatto una tre giorni un mese prima, ad agosto, a Murcia, in Spagna. E c’è già una prima classificazione, nell’ambito dei club controllati dai tifosi: ci sono i “supporters buyout club”, cioè le squadre in odore di fallimento rilevate da società di tifosi; i cosidetti “phoenix club”, società di calcio fondate ex novo da comunità di tifosi; e ci sono i “protest club”, squadre cioè, nate per contrasto e per riaffermare principi che stavano venendo soppiantati. Il più celebre è il caso dello United of Manchester, squadra che gioca nella National League North inglese, campionato semi-professionistico, nata nel 2005 per iniziativa di una costola della tifoseria del Manchester United contraria all’acquisto della squadra da parte del magnate statunitense, Malcom Glazer.

Un esempio, quello dello United of Manchester, cui guardano anche alcune delle società di calcio popolare italiane. Realtà completamente controllate dai tifosi, che all’impegno in campo sportivo (spesso non si pratica solo calcio), uniscono quello sociale, e che sono spiccatamente collocate nel campo antifascista e antirazzista. Allora può capitare di vedere l’Ardita Roma (Terza categoria) lottare per la riappropriazione di strutture sportive comunali che versano in stato di degrado; il Centro Storico Lebowski di Firenze (Prima categoria) omaggiare Pasolini nel suo sito. O, ancora, può capitare di vedere i calciatori della Polisportiva Gagarin di Teramo (Terza categoria) scendere in campo con uno striscione per dire “no all’autodromo” che si vorrebbe realizzare nei pressi del Gran Sasso. E può anche capitare di vedere sbocciare fiori. Come la Liberi Nantes, la prima associazione sportiva dilettantesca composta esclusivamente da stranieri rifugiati e richiedenti asilo. È nata nel quartiere romano di Pietralata. E oltre al calcio, la squadra gioca in Terza categoria, qui si organizzano anche corsi d’italiano. Tutte scuse. Ma stavolta non per creare consenso per i padroni del calcio a sei zeri, bensì per restituire dignità e prospettive decenti di vita a chi se le è viste espiantare. Il calcio, quando torna in mano alla gente, insomma, può diventare una cosa migliore rispetto a quello cui ci stiamo rischiando di abituare.

I calciatori della polisportiva Gagarin di Teramo con lo striscione contro l'autodromo (foto tratta da www.polisportivagagarin.it teramo)
I calciatori della polisportiva Gagarin di Teramo con lo striscione contro l’autodromo (foto tratta da www.polisportivagagarin.it)

Sport e politica, perché no?

Fanno politica, le società controllate dai tifosi? Sì, intanto perché è già un atto politico andare controcorrente e fare da sé. Evitare di diventare le galline dalle uova d’oro di un business milionario e dare forma alla propria passione, gestirla in prima persona. Ancora, fanno politica? Sì, perché, come dice Riva, “rimettere i tifosi al centro è una scelta ben precisa, che rivendichiamo con forza”. E fanno politica, sì. Perché rivendicare spazi e diritti per chi ne è privato e sta in basso, è forse la forma più alta di fare politica. Dentro, fuori o ai lati delle istituzioni, poco importa.

 

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