Idee

Tutti arrabbiati. Ma ognuno per sé e non insieme

Il sentimento solidale che ci lega insieme si sta sgretolando e sono esplosi i fenomeni di rabbia e rancore. Colpa dell'aumento delle disuguaglianze? Non solo: c'è anche un modo "soggettivo" in cui queste vengono vissute, che non è "né di destra, né di sinistra". Le differenze sociali hanno cambiato natura e si sono moltiplicate e "individualizzate", prendendo la forma della discriminazione. Ognuno vuole essere riconosciuto nella sua singolarità; una rivendicazione legittima, ma molto difficile da soddisfare, anche perché non traducibile in programmi politici comuni

È solo colpa dell’aumento delle disuguaglianze?

Abbiamo scritto già diversi articoli su rabbia, risentimento, rancore. Tutte emozioni molto dominanti nella vita di oggi, sulle quali François Dubet (sociologo francese con all’attivo studi e pubblicazioni sul tema) è tornato recentemente con un libro molto interessante (Le temps des passions tristes. Inegalité et populisme, La République des idées-Le Seuil). Soprattutto per noi italiani, perché proviene da un contesto, la Francia: paese dei Gilets Gialli, quintessenza dell’espressione della collera contemporanea.

Ma non parleremo di loro, dei Gilets Gialli, su cui sono stati spesi fiumi di inchiostro. Piuttosto, cercheremo di capire come e perché il sentimento solidale, alla base del contratto sociale che ci lega in comunità e istituzioni, si sia sgretolato negli ultimi decenni. Dubet ci dice che non si può che essere colpiti dalla crescente espressione del risentimento, dell’odio, della denuncia, di tutte queste passioni che hanno invaso le società democratiche. Mentre altri temi come l’utopia, la speranza, il guardare al futuro con fiducia e grinta sono particolarmente in declino.

Questo è il dato di fatto, a cui però troppo sbrigativamente si dà una sola e univoca causa: l’aumento delle disuguaglianze. Che sono cresciute, certo, ma non costituiscono la sola base su cui prendono corpo rabbie e rancori: perché le disuguaglianze hanno in realtà cambiato natura.

Durante la società industriale le disparità erano “di classe” e venivano percepite come esito negativo di un destino comune, di un “noi”. Con il cambiamento del capitalismo e con le trasformazioni dei percorsi individuali, le disuguaglianze si sono contemporaneamente moltiplicate e individualizzate. Questo è il nocciolo: ci sono sempre delle classi dirigenti, ma l’esperienza concreta, quotidiana, vissuta delle disuguaglianze è diventata molto più individuale. Perché i singoli soggetti, dice Dubet, possono dire: mi sento disuguale o mi sento disprezzato come donna, o come minoranza, o come abitante di un certo territorio, o come non diplomato, o come giovane, etc., in una gamma amplissima caratteristiche.

Rivendicazioni senza programmi

Oggi l’ingiustizia sociale prende più che altro la forma della discriminazione, continua il sociologo francese, che però non riesce a trovare espressione né nella politica né nei movimenti sindacali, in nessuna visione del futuro. In questo vuoto, esplode il risentimento, l’odio, il malessere, la denuncia.

Il populismo cerca di dare uno sbocco a queste “emozioni ineguali” (o meglio: frutto di questa percezione delle disuguaglianze). Gli elettori di Trump si sentono meno sfruttati che umiliati; quelli pro-Brexit meno sfruttati che ignorati. È cambiato l’immaginario sociale e il “repertorio” di interpretazione delle disuguaglianze: ognuno vuole essere riconosciuto e trattato nella sua singolarità. Una rivendicazione perfettamente legittima, riconosce Dubet, ma molto difficile da soddisfare, perché il riconoscimento degli uni comporta, delle volte, il non riconoscimento degli altri.

Le rivendicazioni di oggi (delle donne, delle minoranze, quelle legate all’ecologismo, etc.), pur molto presenti, hanno il difetto di non trasformarsi in programmi politici. Anche perché esistono contraddizioni al loro interno: quando gli ambientalisti denunciano il degrado del pianeta ma poi non trovano l’accordo sulle pratiche ecologiche concrete; quando i Gilets Gialli manifestano per l’ambiente ma chiedono anche l’abbassamento del prezzo della benzina; quando le rivendicazioni delle donne non tengono conto delle disparità molto forti presenti all’interno delle diverse condizioni femminili.

Né di destra, né di sinistra?

“Non dico che non ci siano classi sociali oggettive”, dice Dubet, “ma che l’esperienza soggettiva delle disuguaglianze se ne sta staccando”. Le disuguaglianze si misurano molto bene e ci sono una quantità incredibile di studi che ne dimostrano l’aumento. Ma l’esperienza che se ne ha, nell’oggi, nella vita vissuta delle persone, non è più attaccata come una colla alle classi sociali. Con un’espressione antipatica, ma in questo caso calzante, essa non è né di destra né di sinistra. Paradigmatici i Gilets Gialli: nessuno partito ha potuto “recuperare” le loro istanze, perché erano la somma di collere individuali, e di collere di natura differente.

È vero quello che dice Dubet: l’esperienza delle disparità non è né di destra, né di sinistra. Anzi, a non esserlo sono proprio i problemi sociali, in generale. Un povero è un povero, e la povertà non ha colori politici; un disoccupato è un disoccupato; una persona insicura è una persona insicura.

A non essere classificabili politicamente sono i bisogni, vero. La paura di subire un reato non è né rossa, né nera, né bianca. Ma, crediamo, ad esserlo sono le risposte che si danno alle domande sociali. La povertà può essere trattata in un modo o in un altro. La disoccupazione pure. Ed anche l’insicurezza: un conto è aumentare il controllo sociale, praticare la “tolleranza zero”, mettere videocamere ovunque, criminalizzare i poveri e i disgraziati; un conto è cercare di favorire la coesione sociale, aiutare chi è in difficoltà, permettere percorsi di inclusione sociale per chi commette reati, essere contro la pena di morte e non fare in modo che le persone si armino sempre di più. Qui sì, nelle risposte, nelle politiche pubbliche, c’è differenza di colore.

Che ruolo gioca il welfare

Dubet ci aiuta poi a considerare un aspetto sovente trascurato. Da una trentina d’anni, sono state costruite politiche sociali sempre più frazionate, sempre più singolarizzate e particolari, con un’esplosione della retorica della responsabilizzazione individuale, dell’empowerment, dell’essere artefici del proprio destino. Questo approccio, figlio del clima sociale e culturale nato a partire dagli anni ottanta, ha portato a porre l’accento in maniera eccessiva sull’individuo singolo, decontestualizzandolo dal mondo in cui vive, dal sistema economico, dalla società nel suo complesso, e riducendolo ad una persone che vive, al massimo, in un contesto familiare. Il che ha anche consolidato (esagerandolo, in peggio) l’importanza delle reti primarie, a danno dell’intervento puramente pubblico, quello universale.

Nel discorso comune non si parla molto di questo, di come le politiche possano retroagire sul contesto in cui operano. Di nuovo, e andando oltre ciò che dice Dubet: non essendo incolori (tutt’altro), le scelte fatte a livello collettivo influiscono moltissimo sul terreno in cui intervengono, connotandolo, con processi certo lunghi e di non facile lettura, in maniera decisiva e provocando meccanismi conseguenti.

Per dirla più semplicemente: se decido di recuperare una vecchia fabbrica come magazzino, non posso pretendere che diventi un centro di arte e cultura; se lascio da solo un disoccupato e non intervengo per fargli trovare un lavoro, non posso pensare che nel giro di pochi anni diventi un dirigente d’azienda. Se le politiche di protezione sociale si concentrano troppo sul singolo individuo, sulla sua responsabilizzazione, sulla ricerca ossessiva ed eccessiva nel far emergere le sue “capacità”, sul ritagliare gli interventi (in netto calo generale, tra l’altro) sulle specifiche caratteristiche personali, non posso pretendere che si sviluppi non diciamo la coscienza di classe, ma quantomeno una sensazione diffusa e piuttosto omogenea di far parte di gruppi sociali con caratteristiche simili. E in grado di avere consapevolezza dei diritti (e doveri) che spettano loro. In fin dei conti, si tratta di far aumentare il grado di democraticità dei singoli individui e delle comunità; un’operazione quasi di educazione civica.

Tutti abbandonati

Saltando diversi passaggi, potremmo dire che la costruzione di politiche sociali frazionate ed eccessivamente orientate al singolo individuo ha senz’altro contribuito a far “scoppiare” il sentimento di solidarietà. Con riferimento alla Francia, Dubet afferma che nessuno percepisce più il contratto sociale che sottende le politiche sociali. C’è una crisi di fiducia, soprattutto perché il sistema è “illeggibile”. Chi paga dice “pago per niente” e chi riceve dice “non ricevo niente”. Cose entrambe false, per il sociologo francese.

Bisognerebbe essere capaci di ricostruire l’idea di contratto sociale, cioè “riprecisare” quello che si deve alla società e quello che la società ci deve. Perché la percezione prevalente è che moltissime persone non si sentano solidali e allo stesso tempo non si sentano “grati” (redevable) delle misure di cui beneficiano. E che tutti si sentano abbandonati.

Foto di copertina di Epyc Wynn da Pixabay.

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