Opinioni

Tiziana e noi

La viltà allo specchio

Fabrizio Marcucci

I bulli e le bulle da bar o da salotto televisivo se la cavano con una scrollata di spalle e il conseguente “se la sono cercata”. Gli ipocriti che la pensano come bulli e bulle ma odorano che è meglio mimetizzarsi nel politicamente corretto, evitano l’argomento. Chi cerca il dito e si perde la luna inveisce contro il web padre di tutti i mali. Quelli che problematizzano si soffermano invece sulla questione della disparità tra generi e sul maschilismo di cui trasudano le nostre città e posti di lavoro, le pubblicità e i programmi televisivi, i nostri modi di pensare e di educare. Ma il suicidio di Tiziana Cantone, perseguitata per il video di un suo rapporto intimo diventato virale in rete, e la vicenda della adolescente ubriaca ripresa con gli smartphone dalle compagne gaudenti mentre veniva stuprata in discoteca, ci dicono di più.

Certo, alla base c’è una sessualità femminile indigesta; vissuta da gran parte degli uomini e delle stesse donne come una colpa. Di qui la volontà di soffocarla, deriderla, usarla come strumento contundente contro le colpevoli di essere donne. Ma c’è di più, se possibile.

Sì, le vicende di Tiziana Cantone e della adolescente violentata sono diversissime. In un caso c’è un rapporto consenziente diventato motivo di scherno, nell’altro la violenza sessuale. Ma c’è un minimo comune denominatore che le unisce e ci dispiega davanti ciò che non vogliamo vedere, che è come siamo diventati. In entrambi i casi infatti c’è un debole contro cui la massa inveisce invece di difenderlo. In entrambi i casi c’è una massa che si schiera col più forte nonostante nella massa stessa ci siano dei deboli il cui unico guadagno di buttarsi col più forte sta nel tentare di nascondersi, mascherarsi per non farsi colpire. In questo le due vicende sono uno specchio dei nostri tempi, anche se non ci piace guardarci dentro.

Sono deboli le donne rispetto a una società costruita sui maschi, sono deboli i precari; sono deboli i lavoratori rispetto ai loro datori; è debole l’impiegato che tenta di far valere la sua idea contro il capo ottuso e incapace; sono deboli i migranti rispetto agli abitanti delle terre in cui arrivano; sono deboli i musulmani in terra cattolica e i cattolici in terra musulmana. Ma nonostante il debole susciti istintiva solidarietà quando lo si vede al cinema o lo si legge nei libri, nella nostra realtà i deboli rimangono isolati, seppure portatori di interessi che sarebbero quelli della gran parte dei poveracci che si schierano a fianco del forte contro di loro.

Non è stato sempre così. L’umanità è riuscita a progredire nei momenti in cui i deboli hanno fatto muro contro i forti. È successo quando le donne hanno rivendicato unite il diritto di gestirsi da sé il proprio corpo contro chi le voleva sotto tutela; è successo quando i lavoratori hanno capito che andando in ordine sparso a farsi benvolere dai padroni avrebbero continuato a essere sfruttati dodici ore al giorno per una paga da fame, e allora si sono uniti; è successo, insomma, ogni volta che la maggioranza dei deboli, o una loro minoranza consapevole, si è riconosciuta nel proprio simile invece di vederlo come avversario o nemico e si è assunta l’onere della ribellione.

I nostri, per una lunga serie di motivi, sono invece tempi vili. In cui ci si schiera coi forti di turno (in ufficio, in strada, in politica) per scongiurare il rischio di non diventare gli ultimi della catena, così continuando a subire. E ingrassando anzi la catena che ci condanna a subire.

È anche questo che ha portato Tiziana Cantone al suicidio. È anche questo che ha contribuito allo stupro della ragazzina mentre le “amiche” riprendevano ridendo. La viltà non solo è dannosa per sé e i propri simili, può portare alla disumanità.

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Un commento su “Tiziana e noi

  1. Articolo duro da condividere in ogni parola e nel senso profondo su cui meditare da parte di tutti. Domandarsi poi: dove stiamo andando?

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