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Terni, Italia. L’inquinamento e gli ecodistretti

Una proposta per l'ambiente
Individuare delle matrici ambientali attraverso le quali stabilire cosa, quanto e come un territorio può sopportare. Mettere i produttori di rischio, cioè di inquinamento, davanti alle proprie responsabilità e l’ambiente prima del profitto. Semplice, ma difficile. La proposta dell’Isde per gli ecodistretti

Questo è un articolo che descrive un’enormità che viene trattata come il più normale degli accadimenti; in cui verranno riportate frasi che scuoterebbero la colonna vertebrale, se non descrivessero concetti con cui si ha una familiarità che li sterilizza, li rende apparentemente innocui. Concetti che riguardano cause ed effetti; effetti che si stanno producendo anche adesso, mentre state leggendo, in maniera subdola perché invisibile. La madre di tutte le frasi è questa: “The site of the study is Terni city, one of the most polluted urban and industrial site in Central Italy. (…) Terni city results to be an ideal area to test and validate a new experimental method for the evaluation of the spatial variability of PM10 and its chemical components through the acquisition of spatially resolved data”. È contenuta in “Monitoring and Evaluation of Terni Air trough Spatially Resolved Analyses”, uno studio pubblicato nel 2017 e compiuto da sette ricercatori del dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza di Roma e della Scuola di Scienze chimiche e farmaceutiche del Dit (Dublin institute of technology).

Un’enormità che diventa ordinaria

La frase citata vale per Terni, “una delle città più inquinate del Centro Italia, caratteristica che la rende un caso di studio ideale per monitorare l’inquinamento nelle diverse aree”. Un’enormità, appunto, trattata come una cosa ordinaria. Ma come vedremo le conclusioni sono generali, applicabili, anzi, meglio, da applicare ovunque. Lo studio che la contiene, la frase, è innovativo perché ha consentito di misurare non solo i livelli di inquinamento in 23 diverse zone della città, tante quante sono state le centraline installate dal dicembre 2016 all’aprile 2017. Ma perché grazie all’analisi chimica degli inquinanti, si è potuto capire da quali fonti provenga l’inquinamento. Fattore, quest’ultimo, cruciale per arrivare alla proposta che da quell’analisi, e non solo, fa discendere la sezione umbra dell’Isde (International Society of Doctors for the Environment). Proposta presentata nel corso di un convegno che si è tenuto a Palazzo Gazzoli, nel secondo capoluogo dell’Umbria.

Inquinamento tanto, rilevazioni poche, prevenzione nulla

Qual è il punto? Che né a Terni, né in nessun altro dei restanti 56 siti italiani particolarmente inquinati tanto da rientrare nell’elenco dei Sin (Siti di interesse nazionale per le bonifiche), è stata mai approcciata una valutazione del genere. Cioè: si sa che queste zone, in cui rientrano 300 comuni, l’inquinamento è particolarmente elevato. Ma non si è fatta mai una analisi per capire quali siano le fonti di inquinanti e soprattutto come e dove esse agiscano. Perché dire che un’area è inquinata è facile tanto quanto lasciare le cose come stanno, cioè lasciando la prevenzione all’anno zero. Se invece si individuano i principali inquinanti per diverse aree, si possono cominciare a fare dei ragionamenti, non scontati, e forse all’altezza dell’enormità del problema. A Terni ad esempio, le fonti di inquinamento sono più d’una: le emissioni dell’acciaieria a est della città; quelle dell’inceneritore dei rifiuti a ovest; quelle derivanti dal riscaldamento delle abitazioni; e quelle relative al traffico veicolare. Bene, grazie allo studio si può toccare con mano come le centraline rilevino diversi tipi di inquinanti a seconda della zona in cui sono state installate: più nichel e cromo in prossimità dell’acciaieria, più rame e antimonio nelle aree stressate dal traffico delle auto. Cosa dice tutto questo? Che in diverse zone di un’area si può, si deve agire in maniera differente, se si vuol fare davvero prevenzione. Che ci si deve rendere conto di quanto e di come agiscano le fonti di inquinamento per renderle meno pericolose possibile per la popolazione. In altre parole: occorre individuare delle matrici ambientali per capire quale sia l’impronta lasciata su di esse dai diversi emettitori di inquinanti. E, a partire da quei dati, fare prevenzione efficace.

Il paradosso del (mancato) rilevamento degli inquinanti

Semplice, no? No, perché invece è difficilissimo. Cosa è stato fatto fino a oggi lo spiega Carlo Romagnoli, medico dell’Isde Umbria: “Per le sostanze emesse nell’ambiente, occorre fare riferimento alle autodichiarazioni dal produttore di rischio; non c’è altra fonte”. Così si scopre che dal 2007 al 2015 l’acciaieria di Terni ha rilasciato, tra le altre cose, 6,58 tonnellate di cromo in aria e 21,9 tonnellate della stessa sostanza in acqua; 3,8 tonnellate di nickel in aria e 63 in acqua; 1 tonnellata di piombo in aria e 1,5 in acqua. Questo secondo l’autocertificazione dell’emettitore. Cosa producano quelle sostanze sull’organismo umano più o meno si sa. Solo che a Terni, e nelle altre decine di Sin nazionali, non si fa nulla poiché non ci sono dati di statistica inferenziale. Cioè, si sa che quelle emissioni sono nocive, ma non sono stati fatti studi su quanto in quei siti, quelle sostanze incidano sulla salute dei residenti. Si sa anche, dallo studio Sentieri, un progetto coordinato dall’Istituto superiore di sanità e finanziato dal Ministero della salute, che mediamente a Terni si muore di più della media per tutti i tipi di tumore. Ma questa è statistica descrittiva. E non basta, a chi dovrebbe prendere provvedimenti. E quindi la prevenzione resta a zero.

Gli alberi sentinelle dell’inquinamento

E dire che anche gli alberi potrebbero aiutare a rilevare cosa succede in un determinato territorio, addirittura cosa è successo decine di anni fa. “Gli anelli vengono costruiti nel fusto anno dopo anno – spiega Claudia Cocozza, agronoma, docente dell’Università di Firenze – e ognuno di essi è in grado di dirci a quali stress e a quali tipi di inquinanti è stata sottoposta la pianta in quell’anno preciso”. Uno studio che ha preso in esame un particolare tipo di pianta, la quercia roverella, in aree a diversa distanza dalla principale fonte emettitrice di inquinati a Terni, l’acciaieria, ha rilevato come non solo le piante nei pressi del sito assorbano sostanze differenti rispetto a quelle in altre zone della città, ma come le prime abbiano un tasso di crescita più basso. “Le piante sono come le persone – aggiunge Cocozza – assorbono quello che gli sta intorno, con una differenza: non possono scappare e tengono dentro di sé lo storico di quanto accade”. Sono come dei libri mastri del’inquinamento, insomma: un archivio naturale. Tanto che le roverelle oggetto di studio a Terni nei pressi di Maratta, dove si trova l’inceneritore, rilevano attraverso gli elementi chimici accumulati nell’anello relativo all’anno 1990, l’attivazione dell’altra storica fonte di inquinamento della città.

La proposta degli ecodistretti

Le centraline dei ricercatori di Roma e Dublino, gli alberi dell’agronoma Cocozza, i dati sulle acque del fiume Nera rilevate a monte e a valle dell’insediamento dell’acciaieria cui ricorre Romagnoli, che rilevano gli inquinanti emessi dalla fabbrica, sono altrettante potenziali matrici ambientali. Che potrebbero essere utilizzate per capire davvero a cosa è sottoposto un territorio e, di conseguenza, cosa si dovrebbe fare per preservarlo dai rischi per le persone che lo vivono e per l’ambiente. Semplice, no? No. Perché nonostante questo si possa fare, non è mai stato fatto. Anzi. Si è arrivati al paradosso, rileva Romagnoli, che nella conca ternana sono chiamati a fare prevenzione gli esposti agli inquinanti, cioè i cittadini, invitati di volta in volta a non uscire da casa in particolari ore della giornata, e a usare di volta in volta precauzioni per evitare che sostanze emesse da altri nuocciano a loro. E gli emettitori? Sono chiamati a fare ben poco. Anzi. Quasi nulla. Si autocertificano, al massimo. Un paradosso, di fronte all’enormità dell’inquinamento. Di qui l’idea dell’Isde di individuare in Umbria – ma il discorso vale ovunque – degli ecodistretti all’interno dei quali poter misurare scientificamente il reale impatto degli inquinanti, poter rilevare da quale fonte provengano e agire di conseguenza facendo prevenzione e programmando le attività produttive insediabili evitando che queste fagocitino il territorio col loro impatto. Come? Utilizzando i dati raccolti per stabilire cosa, come e quanto un territorio è in grado di assorbire prima che la cosa diventi insostenibile, cioè prima che le scorie siano impossibili da smaltire e gli effetti su salute e ambiente divengano letali.

L’ambiente e le persone al centro

A una proposta per istituire con legge regionale gli ecodistretti l’Isde sta lavorando con la consulenza di Maria Rosaria Marella, docente di diritto privato all’Università di Perugia. Una giurista che cita Stefano Rodotà, e definisce l’ambiente “una premessa per godere dei diritti costituzionali, perché l’ambiente è di tutti e il suo controllo attiva partecipazione, cittadinanza e diritti”. Semplice, no? No. Perché finora, anche nella regione che tuttora si fregia di essere il cuore verde d’Italia, l’ambiente è stata una variabile dipendente da altro: dalle produzioni, dal ricatto di chi dice di “portare lavoro” e insieme a quel po’ di lavoro, sempre meno e sempre più precario (a Terni la disoccupazione è quasi al 12 per cento e quattro giovani su dieci non lavorano; in Umbria la disoccupazione sta oltre il dieci per cento), porta anche molto inquinamento. L’ecodistretto significa mettere l’ambiente e chi ci vive al centro. Significa mettere la vita prima delle produzioni; le donne e gli uomini prima degli affari e del Pil. Semplice, no? No.

Le vertenze

Che non sia semplice lo dimostra il numero di vertenze ambientali aperte in Umbria e non solo. La proposta degli ecodistretti e i dati degli studi su Terni, sono stati divulgati nel corso di una giornata di studi in cui sono intervenuti alcuni dei protagonisti delle lotte sui territori: dal comitato “Rifiuti zero” all’osservatorio su Borgogiglione (dove insiste una discarica); da Panta Rei, fattoria didattica (e molto altro) di Passignano sul Trasimeno, al comitato salute-ambiente di Calzolaro (anche qui hanno a che fare con una discarica); dal comitato No inceneritori di Terni al Wwf. Tutti i protagonisti delle lotte hanno capito che unire le proprie specificità è un valore aggiunto. Perché l’ambiente è di tutti. Ma proprio di tutti. E parcellizzare le lotte per difenderlo potrebbe voler dire regalarlo a chi pur di produrre profitto, lo sottopone a livelli di inquinamento insostenibili. Per tutti.

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In copertina, foto tratta da pixabay.com

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