Comunità

Terni e la clinica. I sogni e l’incubo

Ho sempre mal digerito la retorica machista del famo l’acciaio mica la cioccolata, in primo luogo perché una mitopoiesi basata sul testosterone ha molto poco di mitico e collettivo, in secondo luogo perché avrei preferito come appiglio identitario una produzione industriale meno invasiva, una creazione di ricchezza con meno strascichi sulla qualità dell’ambiente e sulla tutela della salute. Il mio ovviamente è un giudizio che lascia il tempo che trova, e per quanto paradossale all’apparenza, va riconosciuto che ogni mitizzazione collettiva è plausibile solo in presenza di fatti concreti, di elementi certi. Concretezza vuole che la fabbrica, un tempo fabbrica/città, sia lì a scandire tempi e ritmi da più di un secolo, passando dall’idea di fabbrica totale propria del fascismo a quella di fabbrica totale tipica dei comunisti che l’avevano liberata. Quindi c’è poco da aggiungere se non che soffro come un cane ogni qual volta si sbandiera con orgoglio questa virilità acciaista, una sorta di martello senza tregua sempre pronto a schiacciare con serialità i propri testicoli, sempre pronto soprattutto a rivendicare il suo martellìo autolesionista come punto più alto di merito e identità.

Se la fabbrica è lì in viale Brin dal finire dell’800, la Ternana, l’altro orgoglio della città, gli fa compagnia dal 1925, non a caso per molto tempo fabbrica e campo della squadra sono stati un tutt’uno. Se le ciminiere della fabbrica continuano a sfamare inquinando, i risultati delle Fere riescono a cambiare l’umore collettivo, se la fabbrica non si tocca, la Ternana si ama. Questo incrocio tra produzione virile e calcio-dipendenza ha trovato sintesi accattivante nel video prodotto da Copa90 in cui i buoni propositi (narrare Terni come la Manchester italiana con una classe operaia, e con essa una tifoseria, destinate al paradiso) hanno finito con il trasformarsi in cattivi risultati: una tifoseria né di destra né di sinistra poiché anarchica, un giocatore simbolo sponsor del mito dell’acciaio, un tessuto produttivo in crisi e in lotta che incensa il presidente della Ternana, una mutualità operaia, la mitica solidarietà di classe, identificata in beneficenza sfamatrice padronale con il solito presidente come mattatore. Viene da dire che visto da lontano il mito parabolico dell’acciaio è un mirabolante contenitore che più ti avvicini e più ti costringe a fare i conti con la sterilità dei contenuti, è per questo che il paradiso vagheggiato come approdo, altro non è che l’ennesima deriva.

Il volenteroso reporter venuto dall’Inghilterra per raccontare la squadra e la città operaia, spinto da un onorevole tardo romanticismo novecentesco, si è trovato a dover fare i conti con la città del nuovo millennio. Una città squarciata dalle logiche globali di multinazionali interessate al solo profitto, da un tessuto produttivo che non ha alternative all’essere indotto delle grandi fabbriche, da un’atomizzazione sistemica che ha finito con il sottomettere la cooperazione sociale, dall’incapacità endogena della collettività di scrollarsi di dosso scorie metaidentitarie che, come hanno cullato i sogni del ieri, rischiano di alimentare gli incubi dell’oggi. Perché nella società liquida che prevede elasticità e non rigidità, adattamento e non imposizione, messa in discussione e non dogmaticità, multidimensionalità e non monoidentità, la retorica temprata dell’acciaio non fa altro che alimentare esponenzialmente la debolezza fattuale di una città incattivita dalla ciclicità delle crisi, capace di abbaiare al chiarore della luna mentre non trova di meglio che genuflettersi al dio sole di turno, che da tradizione consolidata coincide con il presidente della squadra di calcio.

Oggi i tifosi della clinica presidenziale infatti, con la scusa del pareggio delle convenzioni, come ieri i sostenitori dell’inceneritore, con il pretesto la monnezza sennò do’ la buttamo, parlano di ottimo progetto e occasione da non farsi sfuggire, mettendo avanti una presunta razionalità a posteriori che giudica, mentre a parlare è una fede irrazionale fondata sul pregiudizio. La vera convenzione non scritta, al di là delle mille ipocrisie agitate da una piazza confusa e rancorosa, moltiplicate dalla debolezza di una politica fondata sul consenso e non sulla programmazione, recita banalmente: se la Ternana vince il presidente deve poter fare ciò che vuole in città.

L’altra faccia della città d’acciaio dimostra sudditanza da riconoscimento per chi ha il merito di far funzionare il giocattolo Ternana. Oggi una discussione su un merito (il rapporto pubblico/privato, l’ambiguità di una sussidiarietà che tutela i profitti privati senza compensare le mancanze pubbliche, il diritto imprescindibile alla salute eccetera) che quasi nessuno conosce e a quasi nessuno interessa, se non nella parte folkloristica dell’eterna disfida con Perugia, sarebbe intollerabile, soprattutto perché invece di aiutare la città a rialzarsi la condannerebbe a rimanere al tappeto. Il sogno della A di Agariniana memoria svanì nel corso di una stagione a dir poco bislacca, mentre l’inceneritore, nato grazie ai soliti discutibili incentivi verdi, continua imperterrito a pretendere rispetto delle autorizzazioni e diritto alla combustione.

Il sogno svanisce, l’incubo persiste, questa la morale della storia che oggi rischia di ripetersi, con la sanità al posto della gestione dei rifiuti e con la stessa suicida logica a soffiare sul fuoco: né pubblico, né privato c’è solo la Ternana e il suo generosissimo presidente. Mitopoiesi d’acciaio con la solidità del burro e strumentalizzazione del consenso come tratto tipico di conca, questo lo sfondo chiamato paradiso su cui si è adagiata una classe operaia orfana di se stessa.

Terni ha bisogno di riscoprire la sua storica capacità mutualistica, di rintracciare legami solidali sostituiti dalla prestanza del singolo, di scrollarsi di dosso una retorica positiva (il mito dell’acciaio) e negativa (la sudditanza verso Perugia) che continua a farci ristagnare, mentre tutti noi o quasi crediamo di correre. Terni ha bisogno, al di là di ogni convenzione e di qualsivoglia incentivo, di un ospedale pubblico in grado di assicurare diritto alla cura e qualità della prestazione. Tutto il resto è tifo spicciolo mascherato da sapere equidistante, un vero e proprio circolo ermeneutico dell’ipocrisia.

In copertina, foto di Stefan Keller da www.pixabay.com

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