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T.Urb.Azioni, un’opportunità di futuro dalla rigenerazione urbana partecipata

Oggi ci troviamo ad affrontare un’enorme sfida, in parte ironicamente preannunciata da alcuni famosi film di fantascienza, che, senza filtri, come in un paradosso, si è imposta nella nostra quotidianità, trasformando la concezione di vita, di libertà e limiti.

Perché allora non partire da qui, da questo momento di crisi sanitaria ed enorme crisi globale, che sembra essere esemplificativo di come non esistano vie d’uscita se non attraverso una visione d’insieme ed in cui non si può ragionare più in maniera autonoma, a causa dell’inevitabile flusso di interazioni tra le persone. Sì, lo sapevamo, la nostra è “l’era della globalizzazione”; ma ad oggi tutto questo ci appare ancor più evidente: la nostra umanità è fatta di una rete di connessioni interdipendenti e non ha più reali barriere. Non è confinata nel grembo dei singoli stati.

Nessuno ne è escluso e non c’è selezione: oggi ci troviamo di fronte a una comunità che resiste se collabora, che si deve confrontare con il prossimo e ha necessità di interagire costantemente, sia sul versante della ricerca scientifica, che rispetto all’apparato economico, decisionale e politico. Così avremmo forse dovuto capire che, nostro malgrado, siamo una grande comunità di esseri simili e non invincibili, che non ha perso l’occasione, anche in questo caso, di rimarcare le differenze di ognuno, forse ancora poco capace di interrogarsi sul senso profondo di questa terribile esperienza.

Nella ricerca che ho svolto a Perugia per la mia tesi di laurea è stato affrontato un argomento che potrebbe sembrare lontano da questa riflessione, ma che invece ha per me con essa delle enormi similitudini, come ad esempio l’importanza della collaborazione e della cooperazione tra le persone per raggiungere uno scopo comune. Infatti, il mutamento del senso di comunità, che sia esso inteso su scala globale o locale, ha avuto molteplici conseguenze sul modo di affrontare la nostra realtà e le sue piccole o grandi difficoltà, anche rispetto alle nostre capacità resilienti di affrontare i momenti di crisi.

Partendo da questa base concettuale ho scelto di analizzare il progetto di riqualificazione urbana partecipata promossa dall’associazione Ya Basta! svoltasi nell’area di Corso Garibaldi e Parco Sant’Angelo, che è iniziata nel dicembre 2018 e prende il nome di T.Urb.Azioni.L’obiettivo dell’iniziativa è quello di ricreare una comunità locale ormai quasi totalmente assente e riportare l’attenzione su un quartiere che ha subito le conseguenze di anni di isolamento e abbandono, attraverso una serie di eventi volti a far vivere nuovamente spazi e relazioni. T.Urb.Azioni mette insieme proposte ed idee per la gestione condivisa dei beni comuni, individuando spazi specifici come l’area verde di Parco Sant’Angelo; sono così stati organizzate diverse iniziative: workshop residenziali e tematici, eventi culturali aperti a tutti ma anche dei concerti e musica dal vivo per richiamare l’attenzione e l’interesse delle persone e degli stessi abitanti nella zona. Si passa da un’idea di comunità, alla pianificazione del futuro basata su modelli innovativi, in cui diviene fondamentale la compartecipazione di amministrazione locale e cittadini nello scopo comune di una rigenerazione urbana sostenibile.

Riccardo Fanò, socio fondatore dell’associazione Ya basta, ci riferisce come la nascita del progetto sia stata frutto di un’intensa analisi del territorio, necessaria per identificare i reali bisogni della popolazione abitante. In ogni fase si è quindi deciso di coinvolgere vari stakeholders per calibrare e selezionare gli interventi necessari ad implementare il sistema di welfare locale.

Questi progetti locali sono estremamente importanti poiché mirano nel lungo periodo a trasformare le coscienze e le abitudini delle persone, sperimentando un tipo di programmazione politica che si discosta dal processo decisionale bottom up e mette in pratica il principio di sussidiarietà orizzontale attraverso buone pratiche in cui si valorizza il territorio locale e la partecipazione attiva della comunità.

La grande questione di fondo rimane quella del potenziale beneficio di una città intesa come bene di tutti o bene comune, il cui diritto alla fruizione degli spazi ne implica anche un sotteso impegno alla loro cura.

Nella mia ricerca si è cercato di comprendere la realtà del quartiere di Corso Garibaldi, del suo parco e delle persone che ci vivono ogni giorno, i cui bisogni sono stati forse troppo spesso poco considerati. Sono state così svolte delle interviste semi-strutturate ad alcuni abitanti e commercianti con lo scopo di reperire maggiori informazioni e soprattutto cogliere uno sguardo autentico. Attraverso le loro narrazioni, è stato possibile ricevere un prezioso feedback sulla vivibilità del quartiere, che pur non essendo totalmente “oggettivo”, mi ha consentito di effettuare un’analisi socio-spaziale del territorio e fornire delle risposte alle mie domande. Ne emerge una difficile integrazione nel territorio, sia dal punto di vista socioeconomico che generazionale, cosa che rende complicata la costituzione di una “comunità locale” unitaria e coesa: la comunità intesa come riconoscimento e interazione è quindi ancora un obiettivo abbastanza lontano.

Ci viene ad esempio raccontato che “da sempre Corso Garibaldi è diviso in parte bassa, media ed alta… la nostra di Porta Sant’Angelo (parte alta) è considerata una “piccola oasi felice”. E un residente della zona bassa conferma: “A mio parere questa zona è impossibile, la gente è maleducata, io non riesco a dormire la notte perché fanno casino, urlano e si sente tutto”.

Sembra evidente che la divisione in (almeno) due parti del Corso sia un condizione assai difficile da superare, perché probabilmente radicata da anni nella vita e nella coscienza della popolazione locale. Questo aspetto non è di facile risoluzione poiché si dovrebbe agire in primo luogo sul grave deterioramento del patrimonio abitativo, che riguarda soprattutto la zona bassa del quartiere, che influenza la percezione di degrado e condiziona l’immagine dell’intero borgo, contribuendo alla diminuzione del valore degli immobili: “Se una zona viene etichettata come non sicura, pericolosa e mal frequentata è molto difficile poi togliersi questa etichetta”.

Oltre all’attribuzione di etichette (aspetto su cui andrebbe aperta a sua volta una lunga parentesi), un’altra criticità che sembra incidere è la cosiddetta remoteness, ovvero la distanza delle abitazioni da servizi e negozi. Ci raccontano: “Qui mancano molti servizi, ci sono pochissime attività e soprattutto non adeguate, ho vicino solo due minimarket, e poco forniti. Io credo che se non ci sono attività non gira l’economia ed il quartiere continua a spopolarsi”.

Lo spopolamento e la carenza di attività e servizi sono ovviamente due fenomeni strettamente collegati tra loro, infatti risulta necessario un intervento che porti ad interrompere questo circolo vizioso attraverso l’azione congiunta di tutte le parti coinvolte.

Sicuramente ad oggi qualcosa si sta muovendo. Infatti, secondo l’opinione di Fanò, nell’ultimo periodo sono decisamente aumentate le famiglie e i giovani che decidono di trasferirsi di nuovo nel quartiere. Grazie anche alle ultime attività ed iniziative svolte, si sta gradualmente riportando l’attenzione su questo piccolo borgo e sembra che l’amministrazione comunale perugina abbia iniziato a prendersi delle responsabilità in merito, confermando il proprio interessamento verso l’iniziativa e traducendo le intenzioni in contributi concreti, anche se non ancora del tutto sufficienti. Corso Garibaldi inizia a destare interesse, come un luogo in cui si scoprono cucine multietniche, dove si può uscire e trovare giovani studenti provenienti da tanti paesi, dove si organizzano eventi ed in cui le famiglie possono trasferirsi. Già un grande passo in avanti.

Bisognerebbe chiedersi come mai nonostante le attività in loco siano state abbastanza pubblicizzate, parecchi degli intervistati non avevano ancora consapevolezza del lavoro di riqualificazione urbana intrapreso dall’associazione; forse una maggior sponsorizzazione delle iniziative, attraverso altri tipi di canali, potrebbe produrre più sostegno ed interesse da parte delle persone.

La partecipazione degli abitanti rimane comunque uno dei punti dolenti di questo quartiere che fa molta fatica a riconoscersi come una comunità, forse anche a causa dell’elevata transitorietà degli abitanti.

Per quanto riguarda la sicurezza, invece, il parco sembra essere ancora un riferimento per la vendita ed il consumo di droghe, e il disagio derivante alla microcriminalità è un aspetto oggettivamente non risolto. Chi realmente vive la zona ha perlopiù constatato una reticenza da parte dei soggetti a desistere dall’allontanamento e (la stessa associazione ci conferma) c’è uno scontro quotidiano per cercare di tamponare la situazione. L’azione delle forze dell’ordine è un palliativo non sufficiente, così l’unico strumento di contrasto a lungo termine rimane quello di una maggiore e costante frequentazione dell’area.

È di certo necessario del tempo per recuperare tutto quello che è avvenuto in questi anni e ci sarà bisogno di impegno e costanza da parte tutti gli stakeholders, dall’amministrazione alla società civile, perché vengano cancellati i segni importanti di questo lungo periodo di oblio.

L’effetto delle azioni svolte oggi sarà da monitorare e valutare nei prossimi mesi anche in virtù delle iniziative attuali e future di Comunità T.Urb.Azioni, che mirano anche a modifiche fisiche e strutturali, come ad esempio la costruzione del chiosco bar e dell’area cani. Quello che credo, anche in virtù di questa esperienza di ricerca, è che la vera innovazione si costruisca lentamente, passo dopo passo e sia fatta di piccoli traguardi; sicuramente, può crescere nel coraggio di scelte che pur sembrando ambiziose, gettano un seme per il cambiamento, aprendoci a nuovi scenari possibili.

Nella foto, una delle iniziative svolte nel Parco Sant’Angelo nell’am bito di T.Urb.Azioni

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