Percorsi

“So che posso farcela”

Parola ai minori stranieri non accompagnati (seconda tappa)
Seconda (e ultima) tappa del nostro viaggio nei centri di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati. Qui siamo a Grottaglie, in provincia di Taranto, in una casa di tre piani che ospita ragazzi che vogliono, semplicemente, un futuro migliore. La prima parte di questo articolo è il frutto di una ricerca sul campo svolta a luglio del 2018, quando i ragazzi incontrati potevano sognare e realizzare piccoli progetti di vita, proprio come tutti noi. Oggi la situazione è drasticamente peggiorata, per effetto delle politiche dell'attuale Governo. Leggete dunque fino in fondo, perché abbiamo provato a descrivere cosa significa, per "semplici" esseri umani, vivere sulla pelle il Decreto Salvini

L’associazione Babele e il centro di accoglienza di Grottaglie

L’associazione di promozione sociale Babele è stata costituita nel 2003 a Leporano, un paese in provincia di Taranto. Promuove socialità e partecipazione, integrazione sociale di cittadini italiani e stranieri, contribuendo in tal modo alla crescita culturale e civile del territorio e dei migranti che accoglie. Le attività che organizza sono diverse: mostre di pittura e scultura, convegni e dibattiti, proiezione di film. Negli anni, ha collaborato con diversi progetti territoriali e varie associazioni per incentivare la costruzione di una rete tra gli organismi impegnati sul territorio al fine di migliorare il contesto sociale non solo dei migranti, ma di tutta la comunità.

Da qualche anno si è trasferita a Grottaglie, sempre in provincia di Taranto, e qui, grazie alla collaborazione del comune e della chiesa, ha ricevuto in donazione una casa su tre piani al centro del paese. Il centro di accoglienza è stato organizzato proprio in questa casa. Quando ci sono stata, c’erano stranieri sia minori sia adulti, la maggior parte dei quali ex minorenni già ospitati. Come tutti i centri di accoglienza, anche Babele offre ai minori stranieri non accompagnati assistenza sanitaria e sociale, inserimento scolastico, orientamento e informazione legale e servizi per per l’alloggio, l’inserimento lavorativo e la formazione.

Il centro può accogliere 10 minori; a luglio c’erano 7 minori e 15 maggiorenni, con 7 educatori, un’assistente sociale, un operatore che si occupa della parte legale, una psicologa e un mediatore culturale. La casa è divisa in tre piani, come detto. Al piano terra, ci sono gli uffici, le sale tv e da gioco; al primo piano, i minorenni con la loro cucina (si preparano tutto da soli e insieme con l’aiuto degli educatori), al secondo piano, i maggiorenni, che si gestiscono un po’ da soli le attività di pulizia e cucina. La giornata dei minorenni è scandita da orari, turni di pulizia, turni per fare la spesa. Vengono educati e seguiti in tutte le attività, dalla colazione fino alla cena. Non possono mai uscire da soli ma sempre accompagnati da qualcuno; il pocket money viene dato loro tutto insieme, a fine mese. Tutti i ragazzi vanno a scuola, oppure seguono corsi di formazione da loro richiesti in base alle capacità. Gli educatori cercano di conoscere il più possibile i ragazzi proprio per indirizzarli in qualche attività che posso aiutarli per il dopo. Quelli che vanno via dal centro, una volta maggiorenni, comunque vengono seguiti. Il centro ha una funzione anche di sportello per aiutare i ragazzi nella ricerca del lavoro e di una casa e quasi tutti restano nel territorio proprio perché indirizzati in qualche offerta lavorativa, proprio grazie al centro.

L’associazione cerca di far conoscere e di far integrare i ragazzi il più possibile nel territorio, organizzando convegni, spettacoli, mostre. Nei giorni che ho trascorso con i ragazzi, ho notato che in paese tutti li salutavano, ci parlavano come se fossero dei concittadini da sempre. Sicuramente questa è la differenza che ho potuto riscontrare tra i due centri, quello di Taranto e questo: un po’ grazie all’associazione, un po’ grazie alla dimensione piccola del paese, a Grottaglie i ragazzi riescono a farsi conoscere di più.

Durante i 5 giorni con i ragazzi sono stata molto tempo fuori dal centro, mi hanno fatto visitare il paese, dove vanno a scuola, dove passano i pomeriggi estivi, e mi hanno fatto conoscere le loro passioni e i loro progetti per il futuro. In particolare ho parlato con due fratelli, uno da qualche mese maggiorenne e l’altro minorenne, e un altro ragazzo minorenne. Ho passato molto tempo in loro compagnia anche senza la presenza degli educatori. Posso dire di essermi affezionata particolarmente a questi tre ragazzi, che si sono aperti con me sin da subito, mi hanno accolto nel centro come se fosse la loro casa e raccontato la loro vita e le loro speranze. I due fratelli Allan (18 anni) e Thomas (16 anni) sono nigeriani e venuti in Italia insieme perché nel loro paese la situazione economica familiare era disastrosa. L’altro ragazzo, Sambou (17 anni), del Mali, è arrivato in Italia perché vuole studiare e diventare meccanico (ovviamente, i nomi sono di fantasia).

FB_IMG_1541666208899

Allan e Thomas, Nigeria, 18 e 16 anni: “vorrei vivere in un paese dove mi accettano per il mio colore”

Allan e Thomas vogliono realizzare il loro sogno: aprire un negozio di abbigliamento africano, creato da loro. Mentre visitavo il centro ho visto una piccola stanza con degli abiti e tante stoffe. L’educatrice mi ha detto che erano dei due fratelli, che fanno dei vestiti e che hanno fatto anche delle piccole sfilate organizzate dal centro e dal comune. Mi ha spiegato che riesce già a venderli su ordinazione. Soprattutto quest’estate, hanno venduto molte fasce per capelli. Mi ha presentato i due ragazzi e mi ha fatto vedere i vestiti, le fasce per i capelli, le borse, realizzati tutti con tessuti africani; mi ha mostrato i video delle sfilate e le pagine sui social create per pubblicizzare le originali creazioni.

Allan chi ti manda le stoffe? “La mia famiglia, amici, fratelli, tutto da casa mia”. Chi ti ha insegnato a cucire? Chi ti aiuta? “In Africa sanno cucire tutti, mi hanno insegnato mia madre e mia zia, loro sono brave ma io di più! Qui mi aiuta mio fratello, lui fa i vestiti maschili è più bravo di me”. Qui sei andato a scuola? Oppure hai fatto un tirocinio di cucito? “No, la scuola non mi piace. Mi piace solo cucire, ho fatto una scuola di cucito a Taranto un anno, io ero bravissimo, lo dicevano tutti”. Tu invece Thomas vai a scuola qui? “Si io sì, ma aiuto tanto mio fratello, però mi piace anche studiare”. Perché siete venuti qui? “Per diventare famosi! Sono sicuro che qui in Italia nessuno cuce abiti africani belli come i nostri”. Quindi volete restare in Italia? “Ora si, all’inizio pensavamo di andare in Francia, ma lì è difficile avere documenti, qui è più facile. Poi le educatrici ci aiutano, mi aiutano a comprare quello che mi serve per cucire”. Quindi Allan vorresti aprire un negozio tutto vostro di vestiti? “Si, quando mio fratello farà 18 anni sì. Mi servono dei soldi però, ce la dobbiamo fare. Non mi piace lavorare con altre persone. Il centro non può aiutarmi nell’aprire un negozio, dobbiamo farlo noi due da soli. Poi quando diventerò famoso compro il centro e aiuterò tutti i ragazzi che arrivano qui”. Vorresti restare qui a Grottaglie? “Non lo so, vorrei vivere in un paese dove mi accettano per il mio colore!”. Vorresti andare in una città più grande? “Si, però ho sentito che gli affitti costano di più e non posso permettermelo, qui al sud mi hanno detto che si vive con meno soldi”. Come siete arrivati qui? In Libia cosa avete fatto? “Noi siamo arrivati in Libia con un mio amico in macchina, poi lì abbiamo lavorato con un benzinaio, ho lavato le macchine con lui per quasi due anni e abbiamo raccolto un po’ di soldi e poi siamo partiti con la nave, perché lì in Libia c’è la guerra ora”. Il viaggio com’è stato? “Avevamo tanta paura, anche io che sono forte ho avuto paura, avevo paura che ci lasciassero in mare che non veniva nessuno a prenderci”. Non ti trovavi bene nel tuo paese? “Si mi trovavo bene, ma l’Africa è un altro mondo, non puoi realizzare quello che vuoi, non potevo realizzare il mio sogno”. Dove sei arrivato qui? “Siamo arrivati in Calabria e poi a Taranto e infine qui”. Siete riusciti a fare amicizia? “Si abbastanza, noi siamo aperti e riusciamo ad adattarci facilmente”. Cosa ti piace dell’Italia Thomas? “L’Italia sembra bella, però non mi piace come ogni tanto la gente si comporta con noi, non lo so se è per il colore della nostra pelle, a me piace il vostro colore della pelle, soprattutto vostro della gente del sud”. Come si comporta con voi la gente? “Non so spiegarlo, ci evitano ogni tanto, si spostano quando ci vedono, anche al mare ogni tanto non mettono l’ombrellone vicino al nostro. La cosa strana è che a noi africani ci piace il vostro colore della pelle, quando venite in Africa appena vediamo una persona bianca tutti gli andiamo vicino, siamo gentili con lui, qui invece no. Quando venivano bambini bianchi da noi, nella mia città che vengono ogni anno d’estate in una chiesa italiana, giocavamo sempre a calcio con loro, perché vedevamo che eravate diversi ma simpatici”.

Allan e Thomas lavorano e si impegnano ogni giorno per realizzare questo sogno. Ho visto, stando con loro, che vogliono davvero riuscire ad integrarsi e stare bene nel paese, parlando e cercando di essere gentili con tutti. Durante i giorni che sono stata nel centro ho potuto osservare che gli operatori dedicano tanto tempo e ci mettono tutto l’impegno possibile per capire e far stare bene i ragazzi. La persona che si occupa della parte legale dei ragazzi mi ha chiarito che ogni operatore si occupa di un progetto; i compiti sono divisi, e questo serve a dedicarsi al meglio ai ragazzi. Nel caso di Allan e Thomas, sono stati seguiti da un’educatrice che ha cercato il più possibile di attivare il tirocinio in un’azienda di cucito.

Per non appesantire le giornate, tra scuola e tirocinio, le attività all’interno della struttura sono trasformate tutte in un gioco: giochi di ruolo per capire le regole, il sistema dei documenti, l’alfabetizzazione, o attività creative più semplici e divertenti (per carnevale hanno creato delle maschere di carta pesta con il liceo artistico del paese). Purtroppo il centro non può aiutare i ragazzi a realizzare tutti i loro desideri, come nel caso di Allan e Thomas nell’aprire un negozio, ma può comunque indirizzarli nel trovare un lavoro o imparare meglio a cucire e ad inserirsi meglio nel territorio.

Sambou, 17 anni, Mali: “qui non resto senza fare niente”

Sambou dove sei arrivato? A Taranto? “No sono arrivato a Brindisi ma sono stato un mese a Bari e due mesi a Lecce. Poi mi hanno portato qui, è da un anno che sono qui”. Vuoi restare qui? A Grottaglie, oppure qui in questa regione? “No, vengo da una città grande e vorrei vivere in una città grande, però qui mi sono trovato bene, qui nel paese la gente è carina”. Cosa farai dopo? “Non lo so, ci penso sempre, il centro mi ha fatto fare un tirocinio da un meccanico, mi piace tanto. Ogni tanto ci torno vado a vedere cosa fa, il meccanico mi ha detto che sono bravo. Ora forse mi hanno detto che mi chiama per lavorare con lui. Voglio studiare e fare quello”. Sambou, mi dici un po’ come sei arrivato qui? “È una storia brutta. Sentivo alcuni amici miei che volevano partire per andare in Germania, che lì potevamo stare meglio, allora mi sono fatto convincere. Sono partito con loro per arrivare in Libia, lì ci hanno preso gli arabi e siamo stati chiusi per due mesi, perché non volevano farci partire. Ma alla fine ci hanno fatto uscire quasi tutti insieme”. Ti hanno picchiato? “No, però mi chiedevano altri soldi per dare al trafficante, ma non ce li avevo. Non volevano farmi mangiare. Stavano tutti male lì, ogni tanto qualcuno spariva e non tornava più. Non so dove andava o cosa facevano”. I soldi per il viaggio? “Me li hanno dati i miei genitori e ho lavorato nel mio paese, altrimenti come avrei fatto!?”. Telefoni ai tuoi genitori? Ti mancano? Vorresti tornare? “Sì li chiamo spesso, certo mi mancano, ma ormai sono grande, se dopo non riesco a trovare lavoro torno da loro, qui non resto senza fare niente”.

Quello che ho notato è che Sambou ci tiene molto al consenso della famiglia. Mi ha raccontato che la madre lo supporta sempre, gli dà consigli, gli dice di andare avanti e che tutto andrà bene. Spera che un giorno lui possa far venire in Italia anche il fratello più piccolo per poter stare meglio. Nel centro come ti trovi? Hai fatto amicizia? “Qui al centro mi trovo bene, ti proteggono tutti e mi aiutano. Sì certo conosco tutti i ragazzi che stanno qui, stiamo sempre insieme, abbiamo quasi tutti la stessa storia. Con i ragazzi italiani solo pochi, altri ci guardano male e ci giudicano. Meglio gli adulti, i negozianti e le persone di Grottaglie ci conoscono tutti ormai”. Cosa ti piace dell’Italia rispetto al tuo paese? “Qui puoi studiare, lavorare, puoi avere una casa tranquillamente, invece nel mio paese no, devi essere per forza ricco per avere tutto questo ed esserlo nel mio paese è difficilissimo. Ero arrabbiato nel mio paese per questo, che non potevo fare niente, anche lavorare era complicato. La mia famiglia non è ricca quindi potevamo fare poche cose”. Sei felice di stare qui? “Certo, sono tranquillo, so che posso farcela. Meglio qui che a casa mia.”

FB_IMG_1541666444285

Ragazzi diventati adulti troppo presto

I minori stranieri non accompagnati che ho intervistato, sia a Taranto che a Grottaglie, sembrano aver pianificato in modo consapevole il progetto del viaggio e la scelta del paese da raggiungere. La loro decisione è stata presa per la maggior parte in autonomia, oppure con l’influenza di amici e parenti, e solo dopo parlandone e discutendone con i genitori. Non tutti avvisano le famiglie della loro partenza: lo fanno solo al loro arrivo in Italia. Alla base della decisione di partire ci sono diversi motivi, ben evidenti nelle interviste: aiutare la famiglia economicamente, trovare un lavoro, realizzarsi con i propri sogni e progetti e avere una vita migliore di quella condotta nel proprio paese. Tutti i minori hanno il desiderio di vivere una vita più tranquilla e serena, di sentirsi al sicuro rispetto al loro paese e alle condizioni di vita in cui vivevano prima (spesso situazioni di povertà e ristrettezze familiari). La realizzazione personale è fondamentale: studiare e trovare lavoro e avere una vita migliore, cosa che non riesce nel paese d’origine.

È importante sottolineare che i ragazzi decidono di partire anche con il compito di aiutare la famiglia, di lavorare per loro, oppure successivamente di far arrivare anche parte del nucleo familiare nel paese, per trovare una stabilità economica. Del resto, la famiglia ha un ruolo decisivo nella vita dei ragazzi, sia per i motivi della partenza, sia anche per il “dopo”, cioè una volta arrivati. La famiglia, infatti, sostiene i ragazzi anche da lontano.

Dalle interviste si evince anche la difficoltà nel socializzare con altri ragazzi e con le persone del posto. I ragazzi che vivono nel centro di accoglienza Casa Lama a Taranto, in particolare, si sentono esclusi e allontanati dalla vita cittadina.

Emerge sicuramente una delusione rispetto alle aspettative del viaggio e dell’arrivo. Molti di loro si aspettavano un’Italia diversa, e la realtà non rispecchia quello che avevano sentito dire, oppure quello che immaginavano. Non tutti rifarebbero lo stesso percorso, quindi, soprattutto per quello che hanno vissuto in Libia: riuscire a parlare del viaggio è stato molto difficile; un’esperienza terribile e traumatica, che non dimenticheranno mai. Per questo motivo, molti di loro vorrebbero andare via dall’Italia e trasferirsi in altri paese europei, una volta ottenuto il permesso di soggiorno.

Tutti i ragazzi hanno bisogno e desiderano aiuto. Nei due centri, gli operatori si dedicano a loro per comprendere le necessità e attivare progetti individuali efficaci anche a lungo termine. I professionisti dei centri riscontrano diverse difficoltà non solo nella gestione dei rapporti quotidiani con i minori, ma soprattutto con i servizi presenti nel territorio. Una di queste è il problema dell’attivazione di tirocini formativi: alcune aziende non si rendono disponibili ad inserire migranti, per scarsa informazione sulle funzioni degli stessi tirocini o per ostilità (per le difficoltà linguistiche) nell’accettare un tirocinante straniero in lavori in cui è necessario interfacciarsi con la clientela. Spesso si presentano situazioni di sfiducia da parte del tutor o datore di lavoro nei confronti del tirocinante.

Un’altra criticità riguarda la poca informazione circa le leggi. Spesso nei centri dell’impiego e alla Usl non si conoscono le norme sui minori stranieri non accompagnati e si hanno conseguentemente difficoltà nell’erogare servizi.

Infine, un’ultima criticità riguarda la sanità. Sovente il medico di base dei ragazzi non è sempre presente e disponibile e non ci sono esperti psicologi disponibili. Ad esempio, non esistono specialisti per disturbi dell’apprendimento all’interno dei centri di accoglienza. Un minore, quindi, non potrà mai essere dichiarato dislessico, ad esempio, e questo comporterà avere difficoltà in ambito scolastico.

Manca quindi, nel sistema dell’accoglienza, la presenza di professionisti con specifici compiti. La legge Zampa ha inserito tra le forme di aiuto anche i tutori volontari (oltre al tutore legale), ma ancora oggi questa figura non si conosce e non è molto presente. Anche la stessa figura del tutore legale, come ci ha riferito l’assistente sociale del centro Casa Lama, è spesso assente e delega tutti i suoi compiti agli operatori del centro.

Un altro aspetto è che purtroppo nessuno viene affidato alle famiglie italiane, principalmente perché i ragazzi hanno tutti un’età vicina ai 18 anni. Quindi, anche se la normativa punta molto sull’attivazione dell’affido familiare come soluzione migliore, in realtà è quella più difficile da attuare per i centri di accoglienza e per il tribunale dei minori. Si lavora per realizzare un progetto in poco tempo, creando piccoli interventi brevi e incerti, per lo più per l’inserimento sociale immediato, prima che i ragazzi arrivino alla maggiore età. Purtroppo realizzare progetti per il futuro con i minori non è semplice per svariati motivi: dalle risorse e gli strumenti presenti nel territorio locale e regionale alla volontà dei singoli e alle loro richieste non sempre realizzabili. Si cerca comunque di progettare con la collaborazione del comune e del terzo settore, coinvolgendo i ragazzi, gli operatori e i volontari.

Le preoccupazioni principali degli operatori sono proprio quelle del futuro: cosa faranno i ragazzi e cosa può loro offrire il territorio una volta maggiorenni. Il sistema di accoglienza italiano purtroppo non prevede soluzioni concrete per una piena integrazione presente e futura dei minori e, come dimostrano i due centri, ci sono ancora molte lacune.

I minori stranieri non accompagnati diventano adulti forse fin troppo presto, vivendo momenti traumatici che segneranno la loro vita per sempre. Sono ragazzi vulnerabili, che arrivano per la maggior parte in età adolescenziale separandosi dalla famiglia e affrontando da soli difficoltà e insidie sia durante il viaggio sia una volta arrivati a destinazione. Non solo: vivendo una fase importante e molto delicata dello sviluppo, l’assenza di un sostegno familiare o di una protezione adeguata può sicuramente segnare anche psicologicamente ed educativamente il futuro dei ragazzi. Arrivati nei paesi europei, non sempre vivono in situazioni favorevoli e spesso la sofferenza per la lontananza da casa e dai propri cari, la preoccupazione per il presente e il futuro, rischiano di non farli vivere serenamente, nell’incertezza di cosa potranno fare una volta raggiunta la maggiore età.

E oggi? Dopo il Decreto Salvini

Il centro di accoglienza in questi ultimi mesi sta vivendo una situazione molto complicata, per effetto delle politiche dell’attuale Governo. Pare che lo SPRAR non riceverà più i fondi dall’ente locale: di conseguenza non accoglierà più rifugiati adulti, ma solo minori, che comunque non avranno più accesso al permesso di soggiorno per motivi umanitari (questo vale per la maggior parte dei ragazzi presenti). Cosa sta succedendo?

Tutti gli adulti che non avevano richiesto il permesso di soggiorno entro il mese di ottobre saranno mandati in qualche centro di accoglienza privato o gestito dal volontariato, oppure lasciati per strada. Quanto ai minori (vicini alla maggiore età nella quasi totalità dei casi), una volta maggiorenni, anche loro saranno lasciati per strada, perché non c’è tempo a sufficienza per richiedere la protezione internazionale. Sono all’incirca 100 le persone in tutta la provincia di Taranto che lasceranno gli Sprar. Il centro di Grottaglie accoglierà da ora in poi solo minori stranieri non accompagnati (un numero comunque limitato), che non avranno la possibilità di studiare, di avere l’assistenza sanitaria e di creare dei progetti individualizzati per il loro futuro. E gli operatori Italiani che ci lavorano? Anche loro si ritroveranno molto presto senza occupazione, perché il centro diminuirà il personale, per tutta la provincia di Taranto. 50 persone stanno perdendo la sicurezza lavorativa. Questo è quello che sta succedendo ora, in questi giorni; persone che hanno vissuto un viaggio difficile, che hanno provato in questi mesi a costruirsi una vita come tutti nel nostro paese, ora si ritrovano senza un tetto, senza cibo e senza futuro.

Ho parlato di nuovo, nei giorni scorsi, con Allan. Mi raccontava che ora deve ricominciare tutto dall’inizio. Resti qui in Italia Allan? “No, vado via in questa settimana”. Dove vai? “Da un mio amico che mi ospita, fuori dall’Italia, dove forse posso lavorare tranquillamente”. Sei triste di andare via? “Si un po’, mi piace l’Italia, ma mi ha fatto anche piangere, non mi sento uomo, mi sento un fallito qui”. Mi dispiace, davvero. Cosa provi? Cosa vorresti? “Rabbia, ma quella passa, sai cosa vuole di più un uomo? La libertà! Qui in Italia non puoi lavorare perché sei senza permesso di soggiorno e perché sei straniero, ora non puoi più studiare, non ho soldi, non ho una casa, non posso fare nulla, sono in prigione, c’è qualcun altro che sceglie la mia vita la posto mio!”. E gli altri ragazzi che sono con te nel centro? “Sono tutti disperati, i più piccoli piangono e vogliono anche tornare a casa, altri resteranno qui, non so, forse a lavorare a nero o fare l’elemosina finché non trovano i soldi per comprare un biglietto dell’aereo”. Spero un giorno di risentirti o rivederti libero e con i tuoi sogni realizzati. “Certo, nessuno può distruggere la vita di un ragazzo così, diventerò famoso e tornerò in Italia per far vedere che anche io sono in grado di fare qualcosa, lo giuro!”.

LEGGI LA PRIMA PUNTATA: “VOGLIO ANDARE ALL’UNIVERSITÀ”. PARLANO I MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI.

Cinzia Scorrano si è laureata in Sociologia e Politiche Sociali all’Università di Perugia nel 2018 con una tesi dal titolo “I minori stranieri non accompagnati nel welfare italiano”, da cui questo articolo prende spunto.

Altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!