Opinioni

Sicurezza, tra fiction e realtà

A Perugia sono successe quasi contemporaneamente due cose che sono la metafora di come le emergenze di cui si discute nelle sedi istituzionali siano slegate dalla realtà. La sicurezza è una di queste. Il lavoro invece, è quella di cui non si parla

Sono successe due cose a Perugia, pressoché contemporaneamente. Sembrerebbero non avere a che fare l’una con l’altra. Messe insieme invece, compongono una calzante metafora della divaricazione fra Palazzo e vita reale, tra la realtà e il racconto che se ne fa. La genesi di ciò ha a che fare con la vita delle istituzioni rappresentative, che pur essendo spesso collocata in una bolla virtuale rispetto a quella concreta delle persone, gode però di una sovraesposizione mediatica che le fa dono di una solidità altrimenti inesistente. E detta agende e discorsi, sia pubblici che privati, e riesce a far prevalere il virtuale sul reale, la fiction sulla concretezza.

I fatti sono questi. Nella IV commissione consiliare del Comune, la Lega presenta una mozione in cui si chiede, tra le altre cose, di dotare gli agenti della polizia municipale di pistole taser e l’ausilio dal ministero della Difesa di una pattuglia dell’esercito per controllare le strade. A questo punto va aperta una parentesi: la commissione è denominata “Cultura, istruzione, turismo, sport e tempo libero, servizi sociali, igiene e sanità, mense e trasporti scolastici”, però viene chiamata a deliberare su esercito e pistole. Ci sarebbe da discuterne per un giorno intero, ma non è questo il punto. Chiusa parentesi.

La premessa alla mozione, successivamente approvata, è che “negli ultimi mesi episodi di criminalità e vandalismo si stanno susseguendo in città con particolare riferimento al centro storico, ad alcune periferie e ad alcune frazioni”, e che “questa situazione sta mettendo in serio pericolo l’incolumità dei cittadini”. Potrebbe sembrare un autogol, essendo la Lega parte della maggioranza che sostiene un sindaco che per essere eletto la prima volta nell’ormai lontano 2014 fece tesoro proprio dell’emergenza sicurezza, vero totem di quella campagna elettorale in cui la città venne descritta da alcuni come una piccola Gomorra. A distanza di cinque anni la situazione – nonostante il governo del sindaco appoggiato dalla Lega, e a leggere il documento della Lega medesima – parrebbe, se non peggiorata, niente affatto migliorata. Ma non è questo il punto.

La questione è che più o meno negli stessi momenti in cui la commissione consiliare “cultura” discuteva di pistole e criminalità, esplodeva la questione del magazzino Eurospin di Magione. Qui, secondo la denuncia dei Cobas, ci sarebbero “condizioni di lavoro ottocentesche”, con lavoratori sottoposti “a turni massacranti, a ritmi di lavoro insostenibili, a continue vessazioni e rappresaglie”. Qui, sempre secondo il sindacato, lo scorso 24 agosto “alcuni lavoratori, non più disposti a subire le continue angherie dei capireparto e stanchi di assistere impotenti ai frequenti infortuni causati dai ritmi imposti, entrano spontaneamente in sciopero”. A ciò sarebbero seguiti come “rappresaglia” due licenziamenti e diversi provvedimenti disciplinari che hanno portato alla proclamazione dello stato di agitazione. Magione è da un punto di vista amministrativo un altro comune rispetto a Perugia, ma di fatto la soluzione di continuità non esiste tra i due municipi, essendo il più piccolo (Magione) satellite del capoluogo (Perugia). Il magazzino Eurospin, in particolare, si trova a pochissimi chilometri in linea d’aria dal luogo in cui si stava discutendo di pattugliare le strade con l’esercito. Praticamente sotto casa.

L’azienda in cui si sarebbero svolti i fatti, ovviamente, smentisce la ricostruzione del sindacato. E non è questa la sede per attribuire torti e ragioni. Di certo, pare di capire, serpeggia malessere tra i lavoratori di quel magazzino. Ma non è neanche questo il punto. È che i due accadimenti paralleli rimandano alla divaricazione tra la realtà della vita quotidiana e la fiction andata in scena nella commissione “cultura” del Comune di Perugia che discute di pistole.

La realtà della vita quotidiana ce la forniscono i dati. Se parliamo di sicurezza, secondo l’Istat, in provincia di Perugia, i delitti commessi tra il 2014 e il 2017 (ultimo anno di rilevazioni disponibili) sono diminuiti da quasi 30mila a meno di 24mila. Sono calati furti, rapine, reati connessi agli stupefacenti. Sono aumentate invece le denunce per usura, le frodi informatiche e il riciclaggio di denaro; tutte attività contro cui taser ed esercito in strada hanno lo stesso effetto della tachipirina contro una polmonite.

Per capire che cosa è successo nel mondo del lavoro, sempre secondo l’Istat, basta fare riferimento al fatto che nello stesso intervallo 2014-2017, i lavoratori a tempo determinato, quelli col contratto a scadenza, sono schizzati – in Umbria, ma la tendenza è tipicamente italiana – da 32mila a 45mila a fronte di un aumento dei lavoratori a tempo indeterminato di sole duemila unità. Si dirà: ci sono più posti di lavoro. Sì, ma quasi tutti insicuri, precari, labili, sottoposti a condizione; con tutto ciò che ne consegue. E poi, ancora, i posti di lavoro saranno pure aumentati, ma le persone in cerca di occupazione restano le stesse: sono trentamila in questo spicchio d’Italia. E c’è di più: nel 2013 c’erano meno di sei persone povere ogni cento, in regione; nel 2017 erano diventate quasi sette.

Insomma, se uno venisse da un altro mondo e vedesse la commissione consiliare di un comune che dovrebbe occuparsi di cultura, occupata invece a parlare di sicurezza, eserciti e pistole, potrebbe essere portato a pensare che ci sia in corso una preparazione a una guerra civile, un attacco ai gangli fondamentali della vita cittadina. Se uno invece va a guardarsi i dati, constata con facilità che l’emergenza da affrontare sarebbe quella di un lavoro sempre più spappolato, ricattabile, povero. Quella di uno sfilacciamento dei legami tra persone lasciate a loro stesse e istituzioni, tra poveri in aumento e commissioni consiliari che dovrebbero occuparsi di servizi sociali e invece decidono di armare i vigili urbani.

La divaricazione tra fiction e realtà vede la prima prevalere sulla seconda fino a prenderne il posto. Perché se una commissione consiliare discute di armare i vigili urbani e di chiedere l’esercito in strada, l’emergenza diventa la sicurezza. Ciò, nonostante i dati testimonino una diminuzione dei reati e un aumento della povertà, della ricattabilità del lavoro, della marginalizzazione di strati crescenti di popolazione che vengono invece diretti implicitamente a difendersi da una insicurezza da ordine pubblico, quando l’insicurezza è esistenziale, dovuta ad altro. Lo dicono i dati.

Perché succede questo? Perché gli interessi di chi vuole il mantenimento della precarizzazione travestita da flessibilità sono sì di una parte minoritaria di popolazione, ma sono di quella parte che detiene le proprietà di gran parte dei media e paga le campagne elettorali di chi entra nelle istituzioni, le ricerche di centri studi e quant’altro sia in grado di dettare agenda e discorso pubblici; perché la paranoia securitaria diventa così prevalente nel discorso pubblico e anestetizza tutti gli altri sensi di insicurezza dovuti alla condizione materiale, garantendo una canalizzazione del disagio verso obiettivi inoffensivi; e perché, infine, c’è chi si crogiola nella corrente maggioritaria, che ha una sua naturale attrazione, e contribuisce a un racconto distorto della realtà contaminandola con la fiction, fino a farla diventare fiction tout court.

È così che ci ritroviamo con una commissione consiliare “cultura e servizi sociali” che discute di pistole ed eserciti mentre a pochi chilometri di distanza dei lavoratori denunciano “condizioni di lavoro ottocentesche”.

Foto di copertina da www.pxhere.com

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