Percorsi

Sesso e botte per metterle in riga. Il caporalato subìto dalle donne

Nel suo "Oro rosso", Stefania Prandi ha riversato il frutto di due anni di una difficile inchiesta condotta tra Spagna, Italia e Marocco che porta alla luce come alle angherie del caporalato classico, nelle campagne in cui si raccolgono fragole e pomodori per le donne si aggiungono molestie e violenze che sono il frutto di una società vittima del patriarcato

La Casa delle donne di Terni non è nuova a iniziative pionieristiche, di quelle capaci di porre politicamente questioni che non sono ancora entrate nei discorsi pubblici e mediatici, rimanendo relegate alla cronaca come se fossero fatti isolati, scollegati tra loro. L’ultimo appuntamento di Ottobre Libri, ciclo di iniziative ed incontri per sollecitare la riflessione e il confronto nel mese dedicato alla sensibilizzazione sulla violenza maschile contro le donne, si è concentrato sul fenomeno dello sfruttamento e delle molestie delle lavoratrici nel settore agricolo. L’evento è stato reso possibile grazie alla sinergia tra Terni donne, associazione che anima l’esperienza della Casa, in quanto luogo di elaborazione teorica e di pratiche di libertà e alleanze tra donne, e la consigliera di parità provinciale, Maria Teresa Di Lernia, attenta promotrice delle realtà che sul territorio portano avanti attività di informazione e formazione culturale sulle molteplici forme di discriminazione. L’occasione è stata fornita dalla presentazione di Oro Rosso. Fragole, pomodori, e sfruttamento nel Mediterraneo di Stefania Prandi, edito da Settenove.

Due anni di “inchiesta femminista”

Il libro è un’inchiesta giornalistica molto coinvolgente, sia per i temi trattati sia per lo stile incalzante dell’autrice, che poggia su di una corposa documentazione, essendo il risultato di un lavoro di indagine durato più di due anni, con oltre cento interviste a lavoratrici, sindacaliste/i e associazioni in cui l’autrice ha portato alla luce non solo il caporalato e lo sfruttamento in molte aree rurali di Spagna, Italia, Marocco ma anche la dimensione di genere di questi fenomeni. L’inchiesta giornalistica e le foto ad essa correlate hanno ricevuto importanti riconoscimenti e sono state rese possibili grazie a crowdfunding e grants transnazionali. In Italia la giornalista non è riuscita a reperire i fondi per realizzare questo progetto, e la pubblicazione di Oro Rosso si deve alla lungimiranza di Settenove, casa editrice che si distingue nello scenario nazionale per la pubblicazione di opere che puntano alla prevenzione della violenza di genere e all’educazione alle differenze volta alla costruzione di un immaginario altro, in cui ciascuna persona si senta libera di costruire il proprio progetto di vita al di là dei modelli normativi. Il lavoro di inchiesta giornalistica intersecato alla critica femminista è stato storicamente un mezzo determinante attraverso cui dar voce e visibilità all’esperienza di vita delle donne, permettendo di rintracciare le radici politiche e culturali di questioni solo apparentemente private e personali. Oro Rosso segue tale continuum di senso: il pensiero e le pratiche femministe hanno rappresentano le coordinate per la progettazione e la conduzione di un’indagine in cui l’autrice, come lei stessa ha avuto modo di sottolineare nel corso della presentazione, non ha inteso raccontare la vita di queste donne, bensì mettersi in ascolto, “creare lo spazio dove loro potessero prendere parola”.

Le fondamenta della discriminazione

Nelle diverse aree del Mediterraneo oggetto dell’inchiesta le donne subiscono lo stesso trattamento: vengono scelte perché ritenute “più delicate nel raccogliere la frutta”, “predisposte geneticamente”, più docili e per questo facilmente sfruttabili, sono pagate di meno rispetto gli uomini, sottoposte a condizioni di lavoro disumane, ricattate, molestate, vittime di violenze fisiche, psicologiche, sessuali. L’autrice ha sottolineato come siano vittime “di una stessa cultura patriarcale e misogina” che considera le donne come oggetto di proprietà maschile, in cui la violenza è utilizzata come strumento di asservimento e di controllo. Come riportato in Oro rosso, uno dei caporali intercettato a Brindisi nell’ambito di un’inchiesta afferma con piglio chiarificatore “servono sesso e botte per metterle in riga, altrimenti non imparano”.

Le due facce della vicenda

Nelle storie di queste donne emerge da un lato non solo la paura di denunciare ma anche semplicemente di parlarne, di raccontare le violenze subite persino a se stesse, e dall’altro c’è il desiderio di riscatto da ingiustizie intollerabili. L’esperienza di violenza è diversa per ogni donna poiché intervengono fattori culturali, sociali, personali, ma tutte le donne intervistate – a prescindere dalla consapevolezza maturata, dall’intenzione di denunciare o meno – trovano di fronte a sé muri di omertà e corruzione, l’inadeguatezza dei servizi e delle organizzazioni che dovrebbero invece sostenerle. La stessa giornalista ha incontrato molte difficoltà nel condurre l’inchiesta a causa della mancata collaborazione, o della aperta ostilità, manifestata da alcune organizzazioni. Rispetto a ciò esistono delle differenze significative nei vari paesi presi in esame. L’autrice ha raccontato come nelle aree spagnole interessate dall’indagine la negazione del problema fosse all’ordine del giorno da parte dei sindacati e delle associazioni, nonostante l’eco di un’inchiesta pubblicata da El País nel 2011 sul fenomeno del caporalato e dello sfruttamento fisico e sessuale delle braccianti; in Sicilia non è riuscita a incontrare i sindacati, mentre in Puglia è risultata fondamentale la fattiva collaborazione con Flai Cgil; in Marocco c’è la consapevolezza di trovarsi di fronte a un fenomeno strutturale, e i sindacati stanno approntando dei percorsi formativi affinché le proprie delegazioni possano affrontare con competenza lo sfruttamento, le molestie e le violenze sul lavoro delle donne.

La sovversione dei canoni

L’organizzazione del materiale narrativo raccolto ha permesso di far emergere la potenza, la resilienza, la voglia di riscatto dei discorsi delle intervistate che l’autrice ha voluto situare nei loro contesti di vita. La descrizione della miseria e insalubrità di questi luoghi fa da contrasto al desiderio delle narratrici di esprimere la propria umanità, così integra nonostante le gravi privazioni e violenze subite. Tra le pagine di Oro Rosso affiora la capacità della giornalista di sovvertire le regole e i canoni di quel giornalismo mainstream che, nella trattazione mediatica della violenza di genere, è capace di operare una vittimizzazione secondaria delle donne che hanno subito violenza, giudicandole come corresponsabili dell’accaduto, oppure cristalizzandole nel ruolo di vittima, perpetrando stereotipi e pregiudizi che rappresentano la radice culturale della stessa violenza. A proposito Julia, una delle braccianti nelle serre di Vittoria in Sicilia, nell’accettare di essere intervistata, perimetra il concetto di rispetto: “La gente pensa che siamo delle poverine, così ci hanno descritto i giornalisti […] Per favore non fare come loro. È vero abbiamo una vita dura […] Ma io oltre essere un poverina sono anche altro”.

Dalla stessa parte

La cortesia, il cibo e le bevande con cui le intervistate hanno accolto la giornalista, aprendo in questo modo le porte della proprie vite e delle proprie abitazioni/baracca, assumono perciò un significato particolare: lo sforzo di rendere vivibile l’invivibile e, più a fondo, il radicale impegno a resistere quotidianamente per inverare la speranza di un domani migliore per se stesse, per le proprie figlie e i propri figli. Per Stefania Prandi in lavori di questo tipo il rischio di appropriazione culturale e del dolore altrui è sempre dietro l’angolo, ed è per questo che si è molto interrogata rispetto a ciò che l’ha spinta a indagare le vite delle braccianti sfruttate, rispetto a ciò l’autrice ha argomentato: “Su questo tema c’era qualcosa che legava me e le braccianti, la consapevolezza di far parte di una classe oppressa, quella delle donne, una classe discriminata e sfruttata nel lavoro, una base comune che comunque non ci rende simili perché viviamo in condizioni sociali e ambientali diverse, però vi è il terreno del comune sentire”, per poi concludere la presentazione del libro con queste parole: “Nutro la consapevolezza e l’augurio che il lavoro da me svolto in questo dato contesto storico potrà, tra vent’anni, essere portato avanti dalla figlie delle braccianti”.

Il ruolo di chi racconta

Del resto Oro Rosso, il percorso che lo ha reso possibile, il sostegno che ha ricevuto da parte delle donatrici e dei donatori, e poi delle molteplici realtà che lo hanno diffuso nei territori, organizzando attorno ad esso occasioni di informazione e approfondimento, è la dimostrazione di come il giornalismo può essere ancora oggi leva del cambiamento, anche a fronte dei problemi di cui soffre questa professione: tra sfruttamento, auto sfruttamento, precarietà e compensi ridicoli che di fatto ne impediscono l’accesso, o comunque l’esercizio continuativo, alle persone che non appartengono alla ristretta cerchia dei privilegiati e, segnatamente, alle donne che non dispongono di una rendita e di una stanza tutta per sé, prive cioè delle condizioni materiali necessarie per poter coltivare le proprie vocazioni, e che soprattutto in certe professioni, per usare le parole dell’autrice, ancora “rientrano in quell’universo femminile che non viene preso sul serio”.

Foto di copertina di Stefania Prandi

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