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Sardine: un movimento emozionale contro lo sfruttamento delle emozioni

Mentre testate giornalistiche e talk show descrivono in maniera semplicistica le sardine, bisogna andare più a fondo per comprendere quanto sia rilevante la componente "emozionale" nella loro genesi e nelle risposte che offrono all’opinione pubblica. "Sentire" non è un reato, in politica; e, se messo insieme al ragionare e al partecipare, porta frutti positivi.

Sono giorni di strenua campagna elettorale in Emilia Romagna. Il 26 gennaio 2020 è la data prevista per le votazioni della nuova giunta regionale. Matteo Salvini, da modus operandi della sua figura politica, il 14 novembre presenzia al Paladozza di Bologna, a sostegno di Borgonzoni, candidata della Lega. Ed è questa la circostanza che vede l’emergere di un nuovo protagonista sulla scena dell’agorà politico: il Paladozza può contenere circa 5.740 persone mentre sul “crescentone” di Piazza Maggiore si può arrivare fino a 6.000. Strette come sardine, queste avrebbero manifestato civilmente la loro indignazione contro le pratiche comunicative e narrative dei partiti populisti.

Sembra strano, ma anche se alcune testate giornalistiche hanno dato ampio risalto a quella che spesso è stata dipinta come una paradossale opposizione dell’opposizione al governo, in realtà i fondatori del movimento si sono affrettati a definire il flash-mob di Bologna come una manifestazione di coscienza politica contro una comunicazione che non è politica, ma che cavalca e alimenta l’onda delle insoddisfazioni, delle paure e della rabbia degli italiani. E il riferimento alla componente emozionale diventa ancor più diretto quando, all’indomani dell’esordio a Piazza Maggiore, che ha raccolto circa 14 000 persone, viene diffusa la “Carta dei valori delle sardine”, un breve vademecum che vuole guidare nei principi l’azione degli aderenti e dei partecipanti, senza riferimenti diretti ai partiti politici.

La Carta dei valori e le emozioni in politica

Al primo punto della carta viene criticato fermamente il modo di fare propaganda della politica che poggia fermamente sui mezzi mediali e sulla propagazione di fake news; occorre una politica che sappia concretamente spiegare ciò che accade, affidandosi a numeri e a statistiche che sappiano tracciare uno scenario più realistico, piuttosto che alle immagini volte a colpire la sensibilità dell’opinione pubblica.

Si badi bene, seppur in questo senso le sardine sembrano voler riaffermare il primato della razionalità in netto contrasto con la sfera emozionale, rispolverando il cogito ergo sum cartesiano, è vero altresì che già al punto tre queste definizioni si aprono a uno spettro di opportunità più ampio. Allora, “le emozioni vanno allineate al pensiero critico” (punto 3), alla razionalità si potrebbe dire, in modo da configurare l’individuo agente, per usare il termine coniato da una delle sociologhe capostipiti della sociologia delle emozioni, Arlie Hochschild, come Homo Sentiens: un soggetto che coniuga emozione e ragione nel suo agire sociale, che prova a comprendere un significato di un sentire tenendo uno spazio critico nella propria vita quotidiana che gli permette di riflettere sugli eventi, sulle proprie azioni e su quelli degli altri nonché sulle interazioni sociali che coinvolgono la propria esistenza.

Ed è in questo senso che le emozioni, solo accostate alla ragione, possono avere una duplice valenza ermeneutica: quello che proviamo non è che un indizio sulla conoscenza di noi stessi e della realtà circostante e solo analizzando razionalmente ciò che sentiamo possiamo non fermarci al pregiudizio. Ciò appare ancora più importante se si considerano le emozioni come prodotti sociali e non meramente stati innati e confusi della psiche umana.

Come sostiene Gabriella Turnaturi, gli stati del sentire sono aspetti della condotta umana e al pari di altri si costituiscono socialmente; sono regolamentati dalla società su come debbano manifestarsi e cambiano nel corso della storia, creando valori, credenze, ideologie e comportamenti. Ed è proprio su quest’ultimo orientamento che le sardine sembrano si stiano concentrando, mettendo l’accento sul valore negativo che possono avere le emozioni e sul quale i partiti considerati populisti lavorano per raggiungere un consenso che sia il più ampio possibile. In un’Italia provata dalla crisi economica e del welfare, con una forbice della ricchezza che si allarga sempre di più, tali argomenti fanno gola ai partiti politici che più che alla risoluzione dei problemi, tendono a giovarsene con risposte semplicistiche e con slogan che arrivano direttamente all’opinione pubblica.

Rappresentano esempi di marketing emozionale i video postati sui social networks, il modo di apparire in televisione, il linguaggio usato e il continuo riferimento alla difesa della patria e della sua cultura tradizionale che non tralascia nemmeno simboli e richiami alla religione cristiana. Così, come accade con le pubblicità dei profumi, dove non è la fragranza stessa che può essere venduta, ma si punta all’emozione che quell’essenza può dare per convincere il consumatore ad acquistare, allo stesso modo gli esponenti di questo tipo di politica cercano di parlare alla pancia delle persone, per trasmettere indignazione, paura e malcontento e assurgendosi quali protettori dell’interesse e della tradizione popolare.

In questo modo si può spiegare il punto 4 della “Carta dei valori delle sardine”, dove, in netta contrapposizione con lo slogan “prima gli italiani”, sono le persone tutte che vengono prima; prima innanzitutto degli account social, fittizi o meno che siano, ma che comunque, nascondono le persone dietro una tastiera.

La piazza: quando manifestare significa tornare alla realtà

In questo senso, la piazza diventa il luogo privilegiato dell’azione, poiché, come recita sempre il punto 4 della Carta, “è parte del mondo reale”: i luoghi pubblici servono alle persone a riappropriarsi di una realtà deviata dalle percezioni date dagli strumenti mediali e dalle risposte preconfezionate ai problemi sociopolitici. I luoghi pubblici, facilitando le interazioni faccia a faccia, rappresentano il dove può venirsi a formare quella che Jürgen Habermas, quasi sessanta anni fa, ha definito come sfera pubblica: una dimensione pubblica di privati generata nei luoghi dove gli individui si radunano creando un pubblico che si impegna in dibattiti critici e propositivi e dove si può pervenire ad un’opinione ragionata; una produzione dello spazio dal basso, imprescindibile per produrre opinione informata e svolgere le funzioni di critica e di politica.

Se ciò rappresenta una netta contrapposizione con il mondo virtuale, dal quale le sardine sembrano voler prendere le distanze, è vero altresì che senza questo strumento, non si sarebbe mai potuto arrivare ai risultati ottenuti in termini di organizzazione e di numeri raggiunti in piazza. La contrapposizione, piuttosto, sta in quello che può garantire un luogo fisico, a differenza di internet, in termini di partecipazione concreta ed emozionalmente autentica. Il punto 5 della carta sottolinea, appunto, l’importanza della partecipazione, e in modo indiretto quella delle emozioni come strumenti di conoscenza che tale partecipazione veicola. La partecipazione è corredata da obiettivi che possono essere definiti finali: avere influenza sulle leggi, sulle decisioni politiche e sugli orientamenti dei gruppi politici. Ma essa conserva anche un obiettivo intermedio nell’essere parte, strettamente legato alla dimensione identitaria degli individui, che si sviluppa con e nella partecipazione: la visibilità, il “far sentire la propria voce” anche grazie al linguaggio comunicativo emozionale.

“Sentire” è importante

Sentire permette di dar voce ai propri stati emotivi che con la forza della ragione vengono condivisi, e, quando narrati, permettono la costruzione della propria identità e in relazione con gli altri, di un’identità collettiva alla base dell’azione. Un modo, questo, che permette a una parte di popolazione di sfuggire a quella che Elisabeth Noelle-Neumann ha definito spirale del silenzio, analizzando il potere persuasivo dei media che, enfatizzando opinioni e sentimenti prevalenti, riduce al silenzio le opzioni minoritarie e dissidentiCome afferma Martin Heidegger in Essere e tempo, senza addentrarci troppo nella sua filosofia esistenziale, è indispensabile per gli uomini rendersi conto che si è all’interno di un mondo, Dasein (l’esser-ci), e per farlo gli stati d’animo assumono valenza importante perché le conoscenze prodotte dall’analisi razionale sono superficiali se confrontate con l’esperienza immediata e con quello che provoca. Per Heidegger, insomma, l’essere umano è il solo essere vivente per cui l’esistenza assume davvero un senso; prima esiste e poi si definisce. Mutuando Jean-Paul Sartre potremmo dire che “l’uomo non è nient’altro che ciò che fa di se stesso”.

Quindi, essere agenti, impegnarsi nel confronto per adottare pratiche sociali, entrare nella sfera pubblica per argomentare e manifestare le proprie emozioni, non assume significato solo in relazione al conseguimento di risultati utili alla pluralità ma è anche uno strumento identitario che permette di conoscerci e riconoscerci nel mondo, uno strumento che dà senso al nostro esserci e che fa sentire vivi. Possiamo azzardarci ad ampliare il paradigma di Edmund Husserl del sento dunque sono, che già modificava la locuzione cartesiana del cogito ergo sum. “Sento, partecipo e dunque sono”.

Il soggetto che diventa protagonista, è l’homo sentiens di Hochschild, un soggetto che percepisce le proprie emozioni, ma non si lascia trasportare da esse ma: “le maneggia, le modella, le butta nell’agone della sfera pubblica, le mette a confronto con quelle degli altri partecipanti e le utilizza come grimaldello per un’azione razionale”.

Io sono l’altro

Il punto 8 della Carta delle Sardine recita testualmente: “accettiamo commozione nello spettro delle emozioni. Siamo empatici”. Credo che sia proprio questa emozione, l’empatia, piuttosto che gli ideali politici, a porre una netta distinzione tra le sardine e gli aderenti ai partiti politici da cui quest’ultime vogliono prendere le distanze. Nel suo ultimo singolo, “Io sono l’altro”, che segue la scia del brano “Io” contenuto nell’album “Ecco”, Niccolò Fabi spiega efficacemente quello che significa essere empatici: “quello che vedi sono solo i miei vestiti, adesso vieni a farci un giro e poi mi dici”. L’empatia è proprio questo: per usare le parole di Laura Boella, essere empatici significa allargare la propria esperienza, renderla capace di accogliere il dolore e la gioia altrui. Un sentire che scava nell’esperienza e la approfondisce, che prende forma compiuta attraverso e grazie alla riflessività razionale: ragionare su questo sentire permette di frequentare lo spazio discorsivo in comune che essa ha costruito, e che è appunto la piazza, così da cedere una parte delle nostre sicurezze per arricchirsene in termini di confronto. Attraverso l’empatia riusciamo a evitare lo stigma nei confronti dell’altro che può portare solo alla mitizzazione, negativa o positiva che sia, senza vaglio critico.

Senza questa emozione quindi, potremmo dimenticarci che gli obiettivi di una politica autoritaria e semplicistica non sono gli immigrati, le famiglie arcobaleno, la comunità LGBT, i poltronari del Parlamento, ma ahimè, tutti noi. E forse, in fondo, è proprio questo il messaggio finale delle sardine: io sono l’altro e gli altri siamo noi.

Foto tratte dal profilo Facebook di 6000 sardine.

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