Editoriale

Sardine, affinità e divergenze

Qualcuno ha scritto da qualche parte “meglio le sardine che niente”. E ci mancherebbe. Il movimento-geyser che si appresta sabato 23 novembre a riempire la piazza di Perugia dopo quelle di Bologna e di Modena ci restituisce però un gioco di vuoti e di pieni che vale la pena di affrontare. Il vuoto è quello della rappresentanza istituzionale dell’al-di-qua di Salvini, da cui ormai non solo si può ma si deve prescindere anche per la riuscita di una mobilitazione; della sua totale inadeguatezza che dura da anni, della sua perdita di vista di qualsiasi orizzonte che sia al di là dei corridoi di qualche Palazzo. Non è un caso che le periferie, sia delle città più grandi che della regione stessa, abbiano massicciamente votato contro il partito che governava con un monocolore l’Umbria, l’ultima a cadere. Chi sta lontano dal centro, dall’istituzione immobile in cui vengono prese decisioni con modalità e logiche che sfuggono alla logica, non sente di farne parte e vota di conseguenza. E paradossalmente, si allontana proprio chi dovrebbe essere accolto, essendo i potenti perfettamente in grado di curarseli da sé, i loro interessi, anche a prescindere dalle istituzioni. In Umbria – e non solo – è stato fatto più o meno il contrario negli ultimi anni; il luccichìo della medaglia di una sanità che funziona (ed è vero) non è riuscito più ad abbacinare e coprire il vuoto di prospettiva generale nello sconquasso del precariato esistenziale che ha affossato ormai due-tre generazioni. E il personale politico di quel Pd monocolore è stato di fatto decapitato, cosa che dovrebbe consigliare ai superstiti di cambiare definitivamente rotta, condotte e compagnie, sempre che siano in grado di farlo. La sinistra radical-barricadera invece è senza rappresentanza istituzionale ormai da anni, e qualcosa vorrà pur dire.

Il gioco innescato dalle sardine in eruzione però è fatto anche del pieno delle piazze invase da migliaia di persone che dicono no. E qui però sorge un problema notevole, che solo in parte ha a che fare con l’inettitudine tanto della cosidetta sinistra in giacca e cravatta, quanto di quella radicale. Perché sono decenni che quel popolo si mobilita a ondate e si autoconvoca solo per dire no. Non che non sia importante alzare argini, solo che a volte occorrerebbe tentare anche di irregimentarle e dirigerle, le acque, non solo contenerle. E non vuol essere, questa, una di quelle critiche vacuamente centrate su un generico principio propositivo. Il problema è che se non ti occupi mai dello spazio pubblico, se non riesci mai a rivendicare un controllo comune dei servizi pubblici, se accetti una scuola che ti chiede il contributo volontario perché non ci sono abbastanza soldi, se non trovi il coraggio di esigere il diritto a un’esistenza non precaria, se ti sta bene un ministro dell’Interno che magari non fa morire la gente in mare ma si accorda con degli aguzzini per fargli fare il lavoro sporco a casa loro. Ecco, se succede tutto questo, prima arrivi a Berlusconi, poi a Salvini. E allora sei costretto periodicamente a rispolverare il mito fondativo della Resistenza, anche se non hai resistito a niente. Anzi: hai lasciato fare, ti sei affidato a un personale politico sbagliato, ti sei accontentato.

Non è una critica alle sardine. Ci confonderemo sabato con le migliaia di sardine che saranno a Perugia e saremo contenti di farlo, pensando che sia utile. È un modesto contributo alla discussione, questo, un invito a non autocelebrarsi, perché c’è ben poco da celebrare. Il male non è solo Salvini; il male è quello che non siamo capaci di essere noi. Resistere non basta, occorre recuperare la voglia di guardare avanti, di raccogliere chi sta in periferia ed è finito tra le braccia del Truce. Per farlo occorre dismettere tutto, o quasi, del passato, non basta gridare al pericolo fascioleghista. A fare giustizia di un partito inutile ai più in Umbria ha pensato l’elettorato; a costruire deve cominciare a pensare chi negli ultimi venticinque anni si è limitato a resistere. Deponendo parole lise, liturgie stucchevoli, facendo un passo indietro rispetto a giovani rimasti illesi, lo stanno dimostrando, nonostante le macerie che gli sono state rovesciate sopra. Occupando spazi, facendoli diventare beni comuni. Anzi, facendo diventare bene comune le città. È una cosa più difficile e al tempo stesso più facile e divertente dell’eleggere un consigliere, dell’avere un assessore o un ministro. Che sono perfettamente inutili se incapaci di uscire dai corridoi di un Palazzo, se fanno accordi con gli aguzzini, se dimenticano le periferie umane in cui il precariato ha devastato vite che ora si ribellano come possono. E spesso gli capita di farlo male.

In copertina, foto tratta dal profilo Flickr di Brian Gratwicke

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