Idee

Salvini e noi, gli anti

Salvini, l’uomo in divisa contro cui ci scagliamo è il simbolo di una costruzione a cui si è arrivati attraverso tappe e decisioni di cui siamo stati spettatori e a volte pure complici. Se ne vogliamo uscire (bene) dobbiamo guardarla (bene) questa realtà

Tra le novità estetiche del governo Lega-M5S c’è l’ostentazione continua di indumenti militari da parte del ministro dell’Interno. Perdonerete l’ovvietà, che però ai fini del ragionamento che si vuole sviluppare qui va ribadita come punto d’inizio: non si tratta di accadimenti casuali. Salvini così, col suo stesso corpo fatto simbolo, in maniera permanente e subliminale, mentre in voce è impegnato ad affrontare altre questioni, fissa le sue priorità e le indica al pubblico che lo guarda in foto e in video: la sicurezza è minacciata, io sto dalla parte dell’ordine e di chi lo mantiene. E allo stesso tempo sussurra alle persone che quegli indumenti li indossano tutti i giorni per lavoro: io sto con voi, siete un pilastro del mio fare politica. Entrando – o se non altro tentando di entrare – in empatia con chi per statuto detiene il monopolio dell’uso della forza.

Laura Marchetti, in un interessante articolo pubblicato su il manifesto, ha analizzato cosa questo sfòggio militaresco significhi dal punto di vista di Salvini, soffermandosi sul guadagno che il ministro conta di ottenere dall’esibizione del suo corpo fasciato in abiti che rimandano all’idea di comando. Marchetti estende il suo approfondimento fino all’estrema conseguenza: attraverso il simbolismo del capo col corpo in divisa se ne riformula un’autorità primitiva, sacrale, a-temporale sui corpi dei sudditi, fino al potere (estremo, appunto) di dare la morte, e si giunge così alla regressione pre-democratica, tribale dell’essenza del potere salviniano.

L’analisi di Marchetti è raffinata. E preziosa. Perché offre lo spunto di partire dalla base – chiedendosi quanto e come giovi a Salvini mostrarsi in divisa – per arrivare a porsi altre domande. Cosa c’è fuori da Salvini?, qual è la platea alla quale egli si rivolge dal suo palco di ministro e capo?, come mai un quarantacinquenne che in Italia, nel 2018, viene nominato ministro dell’Interno, sente di potersi avvantaggiare dall’esibizione dei panni del comando? Come mai, nonostante l’immagine del capo in divisa per decenni sia stata esecrata in questo paese e nessuno abbia mai avuto finora il coraggio di rispolverarla, oggi un quasi giovane ritiene, con qualche buona ragione, di potersene giovare nel proporla? Una delle risposte possibili è che la proposta di Salvini, seppure incarna quella di un potere finanche rozzo e pre-democratico, è smart perché offerta in maniera informale, apparentemente al passo coi tempi, si veda l’uso dei social, nonostante la rigidità verticistica a cui è ispirata; si modella su un bisogno – e promette di soddisfarlo – che è quello di una parte consistente di popolazione: salvarsi dal caos, e come in un naufragio attaccarsi al primo corpo galleggiante che si trova pur di non affondare. Uno scenario molto meno apocalittico però di come può apparire.

Il pensare di potersi avvantaggiare dall’ostentazione dei simboli del comando, il fatto che il tipo di esercizio del potere proposto da Salvini colga successi, paiono delle novità, ma sono frutti di lunga maturazione. Salvini sposta l’asticella un po’ più in là, ma non introduce niente di inedito. Incarna una tendenza alla gerarchizzazione, al dirigismo verticistico in ambito sociale, che hanno preso forma e durano da decenni in Italia. Si possono fare degli esempi in maniera didascalica perché il fenomeno è assai ampio. Ma è cruciale cercare di capirlo, se si vuol tentare di opporsi non tanto a Salvini in sé, ma al salvinismo, cioè all’idea di potere e società che Salvini incarna, che va molto al di là del personaggio.

Nel mondo del lavoro la progressiva erosione di diritti nelle contrattazioni collettive e l’assoluta solitudine dei precari assorbiti nei nuovi lavori (nuovi perché al di fuori del tipo di produzione fordista e scoperti dalle tutele tipiche del novecento) ha esposto schiere di magazzinieri, facchini, giornalisti, camerieri, operai, ricercatori, impiegati al volere (spesso assoluto) del capo. All’obbedienza. L’esempio lampante – ce ne sono a centinaia – è quello della donna con due figli, di cui uno con disabilità, licenziata da Ikea perché si opponeva a un trasferimento che non le consentiva di conciliare tempi di vita e di lavoro. Licenziamento confermato dal giudice del lavoro, che ha in qualche modo suffragato giuridicamente il principio secondo cui la vita delle persone è da subordinare a quella dell’azienda. Nella sanità, è del 1992 – ventisei anni fa, Salvini aveva 19 anni – la legge con la quale le Unità sanitarie locali vennero trasformate in aziende sanitarie locali. Una modificazione lessicale che è una metafora solenne di come si è contribuito all’estensione di una logica verticistica, come è quella tipica di una azienda che opera nel mercato, in un ambito, quello della salute, che fino ad allora aveva ottemperato a un principio di universalità. A poco vale il rilievo che quella riforma rispondeva alla necessità di rendere più efficienti le vecchie Unità sanitarie locali: queste sono continuate a essere terreno di scontro su appalti e nomine per potentati politico-economici più o meno opachi. Solo che nel frattempo l’idea che l’aziendalizzazione – e quindi la gerarchizzazione e la verticizzazione – degli stessi servizi che tengono insieme una comunità fosse cosa buona e giusta è penetrata a fondo nel discorso pubblico. Un’ubriacatura che ha ammorbato e continua ad ammorbare, nonostante risultati spesso assai negativi, diversa parte del mondo politico, al di là e al di qua di Salvini. Nella scuola, di riforma in riforma, si è giunti a fare dei presidi una sorta di manager con poteri assai accresciuti rispetto a qualche decennio fa, e con scuole che si fanno la concorrenza per conquistare iscritti a colpi di manifesti 6×3 nelle strade, come se fossero dei supermercati qualsiasi. Nel campo delle riforme istituzionali, basta appena far notare che sono anni che si sente parlare solo di potenziamento dell’esecutivo in una repubblica che sarebbe parlamentare. In campo macroeconomico, sono anni che si propinano ricette dall’alto sostenendo che non ci sono alternative e tacciando di eresia chiunque provi ad affermare il contrario.

Tutte, o quasi, le decisioni prese negli ultimi decenni
sono andate nella direzione di un distacco
verso l’alto del soggetto che prende decisioni

Tutte, o quasi, le decisioni prese negli ultimi decenni sono andate nella direzione di un distacco verso l’alto del soggetto che prende decisioni dagli oggetti delle decisioni stesse, da tenere in basso. Tutto il discorso pubblico è stato ispirato dal principio della verticizzazione, della catena comando-obbedienza a scapito della messa in discussione. E su tutto questo si è innestata la crisi nella quale navighiamo ormai da più di un decennio, che ha portato a un generalizzato impaurirsi delle persone, le quali hanno reagito a loro volta chiudendosi, difendendo – o pensando di difendere – quel poco che rimane, erigendo barriere, esigendo telecamere, controllo, decoro. Come a voler cercare e mantenere fuori un ordine che non trovano più dentro di loro. Aggiungendo così un di più di verticismo, di ostracizzazione del critico, che si tende a far coincidere col deviante. E tutto questo si è accompagnato a un ulteriore fenomeno: quello della ricerca dei colpevoli più che delle cause, delle punizioni più che della prevenzione, della espulsione della discussione in favore della decisione. Si tratta di tutti fenomeni: gerarchizzazione, verticismo, ricerca dei colpevoli (che spesso diventano capri espiatori) e dell’ordine che portano a una sfera sociale militarizzata in cui si puntano le armi sulle categorie con meno difese, alla ricerca di capri espiatori su cui far convergere una rabbia cieca le cui ragioni sono altrove. Una militarizzazione che va di pari passo con la propaganda. Anche qui, a titolo di esempio: si è sentito dire diverse volte al ministro dell’Interno, in risposta a sindaci e presidenti di regione suoi avversari che lo hanno criticato sulla gestione dei migranti, di pensare alle case popolari, tentando di portare dalla sua dei poveri cristi senza casa aizzandoli contro i più poveri di loro e contro l’opposizione buonista che pensa agli stranieri ma lascia soli gli italiani. Bene: nel contratto di governo Lega-M5S, si prevede un piano per l’edilizia penitenziaria, ma non ce n’è traccia di uno per l’edilizia residenziale pubblica: è un’idea di società che fa il paio con le divise, o no? E comunque, divise o non divise, l’idea dell’uomo capace di comandare, del leader solo al comando, la vediamo oggi nella sua plastica estetica militaresca con Salvini, ma ce la portiamo dietro almeno da Berlusconi, passando per Renzi: altrettanti uomini della provvidenza, singoli su cui si sono concentrate le speranze di una moltitudine disorientata. L’abdicazione a dire la propria, anche di noi anti, l’adesione a un modello letale per chi crede nell’apertura e nel progresso, è stata l’altra faccia della verticizzazione e della gerarchizzazione.

Andrebbe tutto bene se vivessimo in società
prospere e felici, ma dal 2006 al 2016
il consumo di antidepressivi è cresciuto del 30 per cento

Andrebbe tutto bene, se vivessimo in società prospere e felici, il cui benessere potrebbe essere ben gestito da un comandante in capo. Invece siamo in crisi perenne dal punto di vista economico, e dal 2006 al 2016, secondo il rapporto Osservasalute 2017 dell’Università Cattolica del Sacro cuore, il consumo di farmaci antidepressivi è cresciuto in questo paese del 30 per cento. Sintomo tangibile, questo, di un malessere diffuso, sotterraneo, livoroso, le cui escrescenze macroscopiche nascondono un sottobosco infetto. La cui diffusione va ben oltre il salvinismo.

L’antidoto che serve è radicale, dovrebbe cioè andare alle radici. Dovrebbe denunciare non tanto Salvini che ne è il frutto, quanto i semi della militarizzazione e del verticismo, moderne ghigliottine sociali della cui affermazione molti di noi che oggi ci sentiamo al di sopra di ogni sospetto siamo stati complici, vuoi con silenzi-assensi, vuoi con pratiche attive, vuoi con disattenzioni giulive, vuoi con analisi sballate. Dovrebbe esaltare con pratiche inedite la comunità consapevole e partecipante, con tutto ciò che questo comporta in termini di educazione, formazione, pratiche, discussioni, tempi, obiettivi; lo scopo dovrebbe essere di migliorare le vite che facciamo tutti, davvero, non a parole. Dovrebbe avere al proprio centro, l’antidoto, lo spazio pubblico e la fatica della presa di decisioni in seguito alla discussione, mettendo a nudo l’inefficacia e le illusioni delle scorciatoie verticistiche e ansiogene. L’antidoto sta nelle pratiche reali di riappropriazione e nel favorirle e difenderle, sta – per assurdo ma neanche troppo – nella volontà di più panchine nelle piazze, laddove chi predica legge e ordine (e non è solo Salvini) le panchine vuole toglierle a tutti affinché non ci dormano i barboni. La soluzione è insomma lunga, perché radicale, contro uno spirito dei tempi che vorrebbe invece soluzioni qui e ora a problemi ultradecennali.

Può sembrare un orizzonte troppo ampio, questo, per poter essere preso davvero in considerazione. Perché invita a rivedere anche noi, affetti da antisalvinismo oggi e da antiberlusconismo ieri. Quell’essere anti, benché sacrosanto e istintivo, è stata un’autoassoluzione: ha cioè cercato i colpevoli, ma non le radici dei problemi. Che sono quelle di una società chiusa che dovrebbe fare lo sforzo, anche inventando, di tornare a riempire di vita i deserti che sono diventate le città. Che se sono diventate deserti dipende un po’ anche dagli anti che si sono autoassolti. Dovremmo avere il coraggio di gridare forte e chiaro che se l’umanità ha fatto progressi è perché c’è stato sempre qualcuno che ha disobbedito, ha cercato, altrimenti oggi staremmo ancora nelle caverne a obbedire alla tradizione. Dovremmo disobbedire alla chiusura, ripensare alle nostre vite, a quelle di tutti. Ritrovarci all’aperto e rivendicare la discussione prima della decisione. Senza comunitarismi posticci e ridicoli, ma con la consapevolezza che la chiusura ci porta alle divise. La chiusura anche nostra, che siamo gli anti, e che però il nostro essere anti dovremmo direzionarlo efficacemente.

Dice Marchetti che dovremmo riscoprire l’agorafilia, il piacere della piazza, e siamo di nuovo d’accordo con lei. Se l’agorafilia diventasse pratica prevalente, il capo in divisa tornerebbe a farci ridere come un film di Charlie Chaplin.

Foto di copertina tratta da www.pixabay.com

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