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La salute mentale è uguale per tutti?

Chi ha un basso livello di istruzione, redditi peggiori, scarsa rete sociale e non lavora rischia parecchio di più di soffrire di depressione o ansia cronica. Intervenire "a monte" e rendere gli individui almeno pari nella possibilità di non stare bene mentalmente significa ridurre le disparità sociali.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il benessere mentale “è una componente essenziale della definizione di salute” e “consente agli individui di realizzarsi, di superare le tensioni della vita di tutti i giorni, di lavorare in maniera produttiva e di contribuire alla vita della comunità”. Uno stato di salute che non coincide solo con l’assenza di malattia, ma con la “capacità di sviluppare il proprio potenziale, con ricadute positive sul contesto sociale nel quale il soggetto è inserito”. Già, ma cosa succede se proprio il contesto e le differenze sociali ed economiche sono legate alla maggiore possibilità di soffrire di disturbi psichici?

Cosa dice l’Istat

Cominciamo con alcuni dati, quelli di fonte Istat pubblicati nel report La salute mentale nelle varie fasi della vita. Il disturbo mentale più diffuso, in Italia, è la depressione, che coinvolge (i dati sono del 2015) quasi 3 milioni di persone sopra i 15 anni (il 5,4% del totale); di queste, la metà denuncia anche sintomi rilevanti di ansia cronica grave. Nel complesso, a denunciare uno di questi due disturbi (o tutt’e due) sono 3,7 milioni di persone (il 7% della popolazione). La possibilità di soffrirne aumenta al crescere dell’età, passando dal 5,8% tra i 35-64 anni al 14,9% dopo i 65 anni, ed è più alta per le donne in età adulta, soprattutto dopo i 65 anni.

Andando subito all’aspetto che qui più ci interessa, i disturbi ansioso-depressivi si associano moltissimo a condizioni di svantaggio sociale: gli adulti colpiti che hanno un basso livello di istruzione sono il doppio dei loro coetanei più istruiti; gli anziani, sempre poco istruiti, il triplo. In più, coloro che appartengono ai due quinti di reddito più bassi (cioè quelli che stanno peggio economicamente) presentano questi disturbi con percentuali quasi doppie rispetto ai coetanei appartenenti ai due quinti più alti (4% contro 8,3%). A parità delle condizioni socio-demografiche (età, sesso, titolo di studio, quinti di reddito), poi, ad aumentare di quattro volte il rischio tra i giovani è la percezione di far parte di una debole rete di sostegno sociale (o di non farne parte affatto). Ancora: tra gli inattivi e i disoccupati tra i 35-64 anni, coloro che sono colpiti da depressione o ansia cronica grave sono rispettivamente il 10,8% e l’8,9%, contro il 3,5% dei loro coetanei occupati. Ovviamente, il numero medio di giornate di assenza dal lavoro è molto più alto (tre volte superiore) tra gli occupati colpiti da depressione o ansia (18 giorni contro 5 giorni, in un anno). Insomma, chi ha un basso livello di istruzione, redditi peggiori, scarsa rete sociale e non lavora (tutte condizioni che, a dire il vero, spesso coesistono nella stessa persona) presenta rischi considerevolmente più alti di soffrire di disturbi di depressione e/o ansia cronica.

Le conseguenze

Tutto ciò non è certo gratis: il 25% degli adulti affetti da uno di questi disturbi soffre di limitazioni importanti nello svolgimento delle attività quotidiane, il 60% di cali di concentrazione e “minore resa” e il 30% fuma abitualmente o presenta una generale tendenza verso comportamenti poco salubri. Queste percentuali scendono drasticamente tra chi ha altre malattie diverse da depressione e ansia, rispettivamente: 4,6%, 10% e 20%. In più, chi soffre di depressione o ansia rispetto a chi soffre di altri disturbi, si reca più spesso dal medico di base almeno una volta all’anno (93,1% contro 85,6%), si rivolge ad uno specialista con più frequenza (75,2% contro 64,2%) e prende più sovente farmaci (il 77,1% ha fatto uso di farmaci nelle 2 settimane precedenti l’intervista contro il 62,9%).

Infine, i suicidi. Il tasso di mortalità per questa causa, pari a 6 per 100mila residenti, è più basso della media europea, aumenta al crescere degli anni (da 0,7 tra chi ha meno di 19 anni a 10,5 tra gli anziani), colpisce quattro volte di più i maschi e più di frequente chi vive al Nord rispetto al Sud. Causa ben il 12% dei decessi tra i 20-34enni, mentre nella fascia di età intermedia (35-64 anni) l’Istat registra una sensibile crescita dal 2008, con un picco nel 2012 (8,5 decessi per 100mila residenti) e una successiva diminuzione negli anni seguenti. Anche qui, sussistono importanti differenze socioeconomiche: il rischio di suicidio è 1,4 volte più alto tra chi ha al massimo la licenza media inferiore rispetto ai laureati. Una differenza di pari entità in tutte le ripartizioni geografiche della penisola (ad eccezione del Sud) e molto più elevate per i maschi (1,6).

Dallo psicologo no

Eppure, come nota l’Istat, solo il 15% di chi soffre di un disturbo depressivo o di ansia si è rivolto, nei 12 mesi precedenti l’intervista, ad uno psichiatra o uno psicologo. Un po’ poco; forse perché, come scrive Mattia Madonia su TheVision, andare dallo psicologo è ancora un vergogna, in Italia? Madonia, citando alcuni studi sul tema, sottolinea che il 70% degli italiani considera inutile andare dallo psicologo. Più cresce il titolo di studio (e quindi la possibilità di avere redditi più alti), più aumenta la propensione a rivolgersi a uno specialista: lo fa il 14,8% dei laureati, il 7,4% dei diplomati e solo l’1,2% di chi ha la licenza elementare. Non è solo una questione di soldi: quella che permane è “la resistenza granitica del ‘bisogna farcela da soli’, l’errata convinzione che parlarne con amici e familiari sia lo stesso, o addirittura lo stereotipo dello psicologo-strizzacervelli utile solo per i ‘pazzi'”. Quando si ha un problema fisico, viene naturale rivolgersi a un medico; ma quando il problema è psicologico la situazione cambia: “un po’ perché permane l’istinto di non aprirsi e non mostrare le proprie debolezze, l’autodifesa che non consente di parlarne con uno specialista; un po’ per i falsi miti che ammantano la professione dello psicologo”.

Il consumo dei farmaci

Sono molti, invece, a prendere la pasticca. Secondo l’ultimo Rapporto Osservasalute, del 2017, il consumo di farmaci antidepressivi, misurato in DDD (senza entrare nei dettagli, si tratta della dose media assunta giornalmente da un paziente adulto), dopo un periodo di aumento costante dal 2000 al 2010, ha registrato un andamento stabile nel 2011-2012; ma, nei successivi 4 anni, c’è stato un ulteriore incremento. Se consideriamo i dati dal 2006 al 2016, questo aumento è stato del 30%; cioè, se prima si prescrivevano, poniamo, 100 DDD, oggi se ne prescrivono 130. Non è certo poco. Tra l’altro, la regione in cui l’incremento è più accentuato è l’Umbria, dove il consumo è aumentato di ben il 60%.

Tutto ciò deriva, per gli estensori del Rapporto, da cause che interagiscono tra loro: la maggiore sensibilità generale nei confronti della depressione, con una conseguente riduzione della stigmatizzazione (che però, come abbiamo detto, sembra permanere); l’ingresso nel mercato farmaceutico di nuovi principi attivi utilizzati non solo strettamente per la depressione, ma anche per l’ansia; l’impiego sempre più cospicuo in supporto alla terapia di chi soffre di patologie oncologiche e cronico-degenerative; infine, “si deve tener conto dell’aumento del consumo di questi farmaci in relazione ai mutamenti del contesto sociale, influenzati dalla crisi economica ancora in atto”.

Svantaggio sociale e farmaci

Per chiudere, è utile tornare brevemente su quanto abbiamo già pubblicato sul tema, in un articolo in cui si riportava parte dei risultati di una ricerca dell’Università di Perugia, a cui chi scrive ha partecipato. In particolare, la rielaborazione dei questionari somministrati ad un campione di consumatori di psicofarmaci umbri mostrava che chi ha una rete sociale scadente ed è più solo è maggiormente colpito dalla depressione e più dipendente dagli psicofarmaci. Invece, chi ha una buona rete sociale è più spesso soddisfatto degli effetti delle sostanze che assume. Gli occupati stabili sono meno colpiti dalla depressione e, insieme a chi ha redditi più alti, più soddisfatti degli effetti dei farmaci. Chi ha titoli di studio alti è più esposto all’ansia e all’agitazione, probabilmente perché svolge lavori qualificati, ma più stressanti. Diverso invece è il caso di chi ha redditi bassi ed è o precario o disoccupato: è anch’esso colpito più sovente dall’ansia, stavolta, quasi certamente, perché il lavoro non c’è o è incerto e insicuro. Inoltre, avere redditi bassi è associato con più prevalenza ad una maggiore dipendenza dagli psicofarmaci.

Maledette disuguaglianze

Ricorrere allo psicofarmaco, ma anche andare da uno psicologo, può essere considerato un intervento a valle, se inseriamo i disagi psichici nel contesto sociale: cioè, se pensiamo che ne soffrono con maggiore probabilità le persone meno istruite, con redditi più bassi, più sole, che lavorano troppo o in maniera precaria o non lavorano affatto. Intervenire a monte e rendere gli individui almeno pari nella possibilità di non stare bene mentalmente, significa ridurre le disparità sociali. Maledette disuguaglianze.

Foto di copertina tratta da www.pixabay.com.

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