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Roma cerca casa

La situazione abitativa a Roma è drammatica: decine di migliaia di aventi diritto all'alloggio popolare, un centinaio di occupazioni e una cifra indefinibile di senzacasa. Ma qualcosa si può fare: riconvertire a uso abitativo le cubature pubbliche inutilizzate, acquistare edilizia privata invenduta (acquisendola al patrimonio immobiliare pubblico), sostenere l'auto-recupero di spazi abbandonati e, in ultima istanza, ricorrere alla requisizione di edifici privati lasciati intenzionalmente vuoti. Occorrerebbero, ovviamente, volontà politica e investimenti.

Vorrei tentare di spiegare un po’ meglio cos’è a Roma l’emergenza abitativa e come si potrebbe affrontare. Le ultime case popolari vennero realizzate una quarantina d’anni fa, grazie alle giunte Petroselli e Vetere, sia pure con criteri urbanistico-architettonici che in molti criticarono e tuttora criticano. Dopo le giunte rosse, s’interruppe ogni programma di edilizia sociale e ci si limitò ad assegnare alloggi resi via via disponibili, nell’ordine di qualche decina all’anno, una percentuale che rappresenta un decimale infinetisimale del fabbisogno. E anche nel 2008, quando si approvò il nuovo piano regolatore, non venne previsto alcun intervento di edilizia pubblica.

La conseguenza di questo vuoto di offerta, com’è intuibile, ha nel corso dei decenni sovraccaricato una domanda sociale, che ovviamente non ha trovato sbocchi, se non per quote irrisorie. E che si è perfino appesantita a causa delle massicce vendite delle case di enti e istituti previdenziali, che ha lasciato fuori dalla porta una quota (15-20% circa) di affittuari non in grado di acquistare la propria abitazione. Per arrivare così alla drammatica situazione attuale, con decine di migliaia di famiglie aventi vanamente diritto all’alloggio popolare, oltre al centinaio di occupazioni e una cifra indefinibile di senzacasa cronici, sfuggenti a ogni rilevazione ma comunque stimabili in diverse migliaia di persone.

All’origine della rinuncia a rendere disponibile appartamenti a canone sociale, ci fu la scelta (ridicola quanto sciagurata) di affidare al mercato la soluzione del fabbisogno abitativo, inaugurata ufficialmente all’indomani dell’insediamento della giunta Rutelli e ostinatamente confermata da tutte le giunte successive. Fino a quest’ultima. Se si esclude l’ospitalità assistenziale nei vari residence sparsi in città, l’unica compensazione sociale di questa decisione fu la parzialissima erogazione di un contributo all’affitto a due-tremila famiglie con redditi di sopravvivenza. In coerenza peraltro con le logiche privatistiche, poiché in entrambi i casi soldi pubblici finiscono in ogni caso nelle tasche dei proprietari immobiliari. Va da sé che, con le riduzioni di bilancio, i beneficiari di queste prerogative si sono progressivamente e vistosamente ridotti.

Non sfugge a questo punto che, nella perdurante rinuncia a politiche di edilizia pubblica, bisognerebbe ricorrere a scelte (per così dire) emergenziali. Alcune delle quali, potrebbero essere:
– riconvertire a uso abitativo le cubature pubbliche inutilizzate (caserme, ospedali, scuole, depositi, magazzini, ecc.);
– acquistare edilizia privata invenduta, acquisendola al patrimonio immobiliare pubblico;
– promuovere e sostenere una campagna di auto-recupero di spazi abbandonati (pubblici e privati), assegnandoli direttamente a quegli aventi diritto che ne garantissero la ristrutturazione in proprio;
– e infine, in ultima istanza, ricorrere alla requisizione di edifici privati lasciati intenzionalmente vuoti, così come previsto sia dall’ordinamento giudiziario (più volte confermato da sentenze di Cassazione), sia dal dettato costituzionale.

Si tratta di misure tanto concrete quanto realizzabili. Necessitano tuttavia di due condizioni, l’una legata all’altra. La volontà politica e i conseguenti investimenti. Condizioni che assorbirerebbero (nell’insieme o in gran parte) la domanda alloggiativa, spezzando il monopolio edilizio privato e calmierando sensibilmente il mercato immobiliare. Ma allo stato non ci sono forze politiche, al governo o all’opposizione che siano, disponibili a perseguire questi obiettivi. Ne consegue che a Roma continuerà a crescere il fabbisogno sociale e a lievitare la rendita parassitaria, oltre, va da sé, a intensificarsi la ritmica degli sgomberi.

Chi nel passato ha fatto scelte sbagliate, oggi ha la possibilità di correggere quelle storture e agire con risolutezza ed efficacia. Se non lo farà (cosa che temo succeda, anche se in fondo in fondo continuo a sperare che succeda), mi auguro che non si lamenti o sbraiti se c’è ancora qualcuno che ha voglia di farglielo aspramente notare.

* Sandro Medici ha lavorato per circa vent’anni a Il Manifesto, fino a diventarne direttore negli anni della prima Guerra del Golfo.

Foto di copertina di Alessandro Berrettoni da Flickr (che così commenta la foto, titolata “Senso Unico”: “La strada davanti al Serpentone di Corviale, via Poggio Verde, la fai solo in un senso. Unico, come il palazzo che le fa da sfondo”).

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