Idee

Riusciamo ancora a “stare insieme”?

"Chi fa da sé, fa per tre", recita l'adagio. Oggi però scontiamo le conseguenze di tutto ciò che si è fatto allargando e stirando fino all'esagerazione quell'adagio. C'entrano i cambiamenti sociali, certo, ma c'entra anche il tipo di modello economico in cui viviamo e i "valori" che veicola. Eppure, in teoria, non siamo così individualisti ed egoisti come troppo spesso sembriamo.

“È triste dirlo ma oggi per lo più funziona così: ciascuno cerca di trarre vantaggio per sé dalle situazioni senza preoccuparsi di altri nella stessa condizione. Anche questa è una vittoria del capitalismo”. Parole come bombe di Bong Joon-ho, il regista di Parasite. Parole dal significato vero, perché c’è un circolo vizioso in atto che solo ad essere ciechi non si vede: il legame stretto tra individualismo, solitudine, sfarinamento dei legami sociali e scarsa azione collettiva. E rabbia, perché l’essere soli può portare ad una frustrazione che si sfoga letteralmente sul risentimento verso gli altri (e se stessi).

Ognun per sé

Essere inseriti in reti sociali è fondamentale per il benessere di un individuo, ma la progressiva atomizzazione del vivere umano ha comportato una separatezza tra gli uomini. È forte la tendenza a non ragionare più insieme per risolvere i problemi (individuali e sociali), che vengono affrontanti singolarmente, da ognuno di noi; una fatica di Sisifo, perché molto spesso si tratta dell’esito di dinamiche collettive, alle quali il singolo non può certo fare fronte da solo. Una “perdita della collettività”, che ha dato origine, secondo alcune letture, alla solitarietà, con la t: una cambio di consonante che segna un mutamento di paradigma.

Concretamente, tutto ciò ha effetti su due questioni: la percezione di isolamento involontario (cioè la solitudine propriamente detta) e la disponibilità di capitale sociale, cioè di quella risorsa costituita dall’inserimento nelle reti, dai legami di parentela, amicizia, vicinato, insomma dallo stare insieme. Per entrambi contano moltissimo le disuguaglianze sociali, come sempre. Alcune ricerche ci dicono che, in Italia, si sente sola una persona su cinque: di più gli anziani, chi abita nei grandi centri urbani, chi ha reddito e istruzione più bassi ed anche chi è più insoddisfatto della vita che conduce (causa-conseguenza). E i maschi con età di mezzo, tra i 35 e i 65 anni: un gruppo sociale forse poco studiato finora, ma che rischia di costituire il catalizzatore degli effetti negativi della crisi del 2008 e di quella dovuta alla pandemia. Immaginiamo un uomo di 40 anni, che ha perso il lavoro o è precario, vive nella periferia di un grande centro urbano, ha un livello di istruzione basso. Ed è insoddisfatto, anche perché le prospettive, per lui, non sono un granché.

Pure per la dotazione di capitale sociale si notano disuguaglianze sociali: gli stranieri, gli operai in pensione e, soprattutto e di nuovo, i giovani disoccupati possono fare meno affidamento su qualcuno (anche economicamente) e utilizzare in misura minore le reti di cui fanno parte. Il quadro generale è quello di un restringimento delle reti stesse, che sono diventate più corte e su cui, sebbene la retorica italiana grondi di apprezzamenti almeno per quelle familiari, si può fare meno affidamento rispetto a prima.

Ma siamo migliori di come ci comportiamo

Eppure, come sostiene ad esempio George Monbiot, l’essere umano è congenitamente altruista e si aiuta a vicenda in maniera quasi spontanea; ed è migliore di come tante narrazioni ci costringono ad essere o almeno ci condizionano nell’agire. Quali narrazioni? Ci sono state trasformazioni prettamente sociali che sono alla base dei fenomeni di incertezza, futuro, rabbia, solitudine. Ma ci sono anche ragioni che vanno individuate nel sistema economico. Sempre secondo Monbiot, egoismo e individualismo derivano anche dalla tendenza al perseguimento delle mere soddisfazioni materiali, quel maledetto consumismo che è ormai cifra dei nostri tempi da un po’ e che ci infila in un tunnel di gratificazioni immediate ma sterili. Il tutto rafforzato dal funzionamento di un capitalismo “che assegna un prezzo ad ogni cosa, senza attribuire valore a nulla” e che promuove la competizione e l’individualismo come valori fondanti della religione secolare del XXI secolo: “la storia della natura competitiva ed egoistica […] l’abbiamo sentita ripetere così spesso, e con tale eleganza e persuasività, che abbiamo finito per accettarla come definizione di quello che siamo”, modificando la percezione di noi stessi e il nostro vivere. Ecco perché sottovalutiamo il nostro altruismo e forse siamo migliori di come ci comportiamo.

Il capitalismo, oggi

I meccanismi del capitalismo contemporaneo hanno grandi responsabilità, vista anche la tendenza, almeno nelle società occidentali, ad andare dal più al meno, invece che dal meno al più. A livello collettivo, il funzionamento dell’economia odierna ha nettamente favorito la diffusione di valori che corrispondono a ciò che Naomi Klein chiama “storie perniciose”: narrazioni che favoriscono l’avidità, il mercato spinto, il valore dei soldi, lo sfruttamento della natura, lo svuotamento del pubblico, l’idea che chi è vulnerabile meriti il proprio destino. E proprio la “giustificazione dell’avidità” si configurerebbe come caratteristica del capitalismo contemporaneo. Che vive e prospera in Stati e poteri pubblici che non sono affatto minimi e non è che lascino il libero mercato svilupparsi senza mettere becco, come avrebbero voluto i liberisti tradizionali. Sono interventisti: devono cioè garantire attivamente le condizioni affinché il mercato prosperi, creare settori in cui i privati possano fare profitti, individuare aree della società in cui sia possibile fare impresa. Al limite, trasformare l’intera società in un’impresa, sottoponendo alle regole del mercato e dei guadagni qualsiasi settore del nostro vivere insieme.

Ma perché il capitalismo contemporaneo è diventato, almeno in prevalenza, quello che è oggi? Secondo moltissimi studiosi, per effetto di una lotta di classe dall’alto, per cui, a partire dagli anni settanta, per frenare l’ascesa e il potere dei lavoratori, accresciuto dopo la seconda guerra mondiale per effetto di politiche espansive, si è giocata una controffensiva sul piano egemonico: di diffusione di valori (quelli di cui abbiamo parlato prima) e di effettivo potere, politico ed economico. Controffensiva vincente, perché ha infilato in contropiede il neo-keynesismo del dopoguerra, in un momento di grande difficoltà. La storia è nota: le politiche pubbliche si sono via via concentrate su liberalizzazioni, privatizzazioni di settori e beni pubblici, riduzione delle tasse per i più ricchi, tagli alla spesa pubblica e sociale, meno regole e più flessibilità per i lavoratori, diminuzione dei salari. Insomma, le “storie perniciose” diffuse a livello culturale si sono tradotte in interventi concreti e voluti, che hanno avuto come effetto inevitabile l’aumento delle disuguaglianze sociali. Tutto questo, senza che all’orizzonte si profilasse e si profili a tutt’oggi una qualche visione differente e plausibile: There Is No Alternative, nient’altro è possibile, il sistema è “ovvio”. Così è e così sarà, per sempre.

Performare

A livello individuale, tutto questo non poteva non avere conseguenze. Margaret Tatcher affermava, nei tremendi anni ottanta, che la società non esiste e che occorre badare a se stessi. Messaggi che sono alla base dello sviluppo di quella che è stata chiamata società della prestazione, esito di un individualismo spinto fino al massimo e che implica il “fare da sé” e il considerarsi “imprenditori di se stessi”. La performance individuale, in un sistema del genere, diventa ovviamente centrale; ciò vuol dire che ognuno deve assumersi (in quanto deve badare a se stesso) la responsabilità anche dei propri fallimenti, le colpe di questa costrizione alla libertà. Una libertà che, in realtà, è solo illusoria: perché se ognuno fa di sé un’impresa, diventa in realtà servo di se stesso, dello sfruttamento di se stesso, senza veri e propri “padroni” (che comunque esistono ancora, in carne e ossa). La concorrenza tra individui diventa la regola, ed è proprio in questo contesto che si diffonde il concetto di capitale umano, da utilizzare, appunto, per l’impresa di sé. In una continua richiesta di flessibilità, capacità di adattamento, disponibilità al cambiamento, coinvolgimento anche emotivo nel lavoro che si fa. Una concorrenza che ha favorito un vivere sociale in cui esistono tanti io senza un noi, scrivono Chicchi e Simone, e un conseguente e cospicuo indebolimento dei legami sociali.

Vivere insieme

Ecco perché è cruciale il tema della solitudine, delle reti, del vivere insieme. Certo, c’è solitudine e solitudine. Quella voluta “è un momento di distacco dagli altri che ci consente di guardare verso di noi, di cercare quali emozioni sincere nascono in noi”, sostiene Eugenio Borgna; quella non scelta e frutto di costrizione “fa accrescere la sofferenza, la fragilità e il destino di persona perduta”. Ovviamente, a destare preoccupazione è la seconda, vera tragedia dell’Italia, secondo Giuseppe De Rita: “non c’è ricchezza di rapporti umani e così l’individuo incorpora le proprie ansie che, in solitudine, diventano rancori”.

Secondo lo scrittore Paolo Giordano “tra solitudine e rabbia sociale non c’è più nemmeno un rapporto di causa-effetto. Sono compenetrate. Sentirsi una monade sociale mette assieme la frustrazione per la propria irrilevanza e il risentimento verso l’altro”. Invece, “una rete sociale viva è fondamentale, perché non ci rendiamo conto di quanto sia facile nella vita scivolare dentro la solitudine. Bastano pochi anni, alcuni fallimenti, un lasciarsi andare troppo a lungo”. E “più la gente si sente sola e più è manipolabile. Divide et impera, mi pare che valga oggi come non mai”.

Tutto ciò che abbiamo descritto è lo scenario in cui si è inserita la pandemia, dopo. Si era già soli prima. Forse suonerà un po’ retorico, ma il coronavirus una possibilità probabilmente ce la dà: è vero che aggraverà e sta già aggravando le disuguaglianze sociali (senza pensare al costo di vite umane), ma è anche vero che potrebbe costituire uno scossone salutare per le nostre società, un’occasione d’oro. Come due braccia che ti prendono per le spalle e ti dicono “ohi, ci sei? ti rendi un po’ conto di come vanno le cose? non è che c’è bisogno di qualche cambiamento? vogliamo cominciare?”.

Foto tratte da www.pixabay.com

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