Percorsi

Ritrovare il pensiero, guardare avanti

Un incontro con l’autore Goffredo Fofi e l’antropologo Piergiorgio Giacchè diventa l’occasione per mettere sul banco degli imputati la “società dello spettacolo”, tanto pervasiva quanto vuota. Per farsi domande e tentare risposte. Per dirsi che occorre ricominciare a non collaborare

Quando Goffredo Fofi e Piergiorgio Giacchè si vanno a sedere sotto la Fontana di Nettuno e si apprestano a dare vita a quelle che saranno un paio d’ore preziose dedicate al tema della disobbedienza civile, un piccolo miracolo di disobbedienza si sta già compiendo silenziosamente. I giardini ombreggiati ai piedi delle scalette di Sant’Ercolano che costeggiano un tratto di mura della Rocca Paolina, nel cuore del centro storico di Perugia, pullulano di decine di persone scrupolosamente distanziate. La lingua di ghiaia dei giardini è troppo stretta per contenerle tutte, così donne e uomini tracimano presto in strada. E saranno le macchine in transito, di lì alle successive due ore, a dover chiedere il permesso per poter passare. La strada, nel momento in cui la parentesi di questo appuntamento rimarrà aperta, sarà delle persone in quanto tali, in carne e ossa, non delle persone in quanto conducenti di automobili. È una piccola inversione di tendenza fisica e visibile a occhio nudo. Interessa da un lato i corpi delle persone ferme in piedi in mezzo alla strada per ascoltare lo scrittore-attivista e l’antropologo, dall’altro il corpo della città, che per un attimo viene sottratto alle funzioni che svolge da decenni: intrico di segmenti sui quali transitare motorizzati e cornice al cui interno consumare. L’inversione fisica e visibile a occhio nudo ne preannuncia un’altra, eterea ma di di sostanza, che si poggerà dentro le teste degli astanti. Sarà la riaffermazione di un pensiero critico di cui non si scorge traccia nei contenitori di opinioni che vanno per la maggiore e quotidianamente ci vengono offerti. Anzi, per dirla con Fofi e Giacchè, sarà il tentativo di semplice riaffermazione di un pensiero nel deserto lasciato da un’elaborazione che ha abdicato e in cui l’azione che ne deriva è coazione a ripetere. Riecheggiano le parole di Giuseppe Mazzini citato da Fofi, quelle che stringono in un’alleanza benefica per entrambi il pensiero e l’azione: il pensiero senza l’azione non è nulla, così come è nulla l’azione senza pensiero. Bene: di pensiero non c’è più traccia, sentenzia Giacchè, e l’azione di conseguenza è quella che è: nulla, se non ripetizione di schemi dati per buoni perché affermatisi in decenni di ritiro.

La ritirata del pensiero è una prima risposta eterea che si va a depositare nelle teste di un pubblico che probabilmente è qui anche per capire come ci siamo cacciati in questo paradiso di conformismo in cui nessuno osa più forzare i confini, e se lo fa viene presto interdetto; in cui tutto è riassorbito dentro quella che Fofi, che qui fa riecheggiare Guy Debord, definisce la società dello spettacolo. Beninteso, è una risposta, ma non definitiva. Perché se il pensiero è rielaborazione, come lo definisce Giacchè, non è questa la sede per dispensare vangeli; siamo piuttosto in un posto in cui vale la pena farsi domande su cui elaborare, appunto. E allora: come siamo arrivati fin quaggiù, dove l’informazione è diventata comunicazione (cioè pubblicità), dice Fofi? Già, come ci siamo cacciati fin quaggiù, si potrebbe aggiungere, in questo spettacolo in cui si può perfino fare l’apologia del lavoro gratis (perché è meglio di niente) ma sta brutto definire l’evasore fiscale un delinquente?, in cui il termine padroni è scomparso, sostituito dal più morbido datori di lavoro, benché alcuni di questi si comportino in maniera anche più padronale rispetto a quando venivano definiti utilizzando il primo sostantivo?, in cui ci si può sbarazzare del politically correct per dire che sono i giovani a non avere voglia di lavorare, ma si deve rimanere nei binari della correttezza evitando di definire aguzzino chi sfrutta il lavoro e la disponibilità totale altrui per poche centinaia di euro al mese?, in cui valgono le ragioni di chi non ce la fa a pagare le tasse ma non quelle di chi muore di fame a casa sua e prende il primo barcone traballante affrontando il mare in tempesta pur di riuscire a salvarsi? La risposta a queste domande Fofi e Giacchè la individuano nella mancanza di un pensiero che riesca a ristabilire connessioni tra cause ed effetti, a ricostruire sulle macerie della ritirata. Ancora: nella mancanza di un pensiero che esca dagli atenei, a cui Fofi dedica parole di condanna poiché li considera cinghie di trasmissione dell’obbedienza.

Goffredo Fofi e Piergiorgio Giacchè durante l'appuntamento sulla disobbedienza civile a Perugia
Un momento dell’incontro con Goffredo Fofi e Piergiorgio Giacchè a Perugia

È così pervasiva e plastica, la società dello spettacolo, che si serve anche di formali antagonisti per preservare e riprodurre se stessa. Anche se i formali antagonisti non se ne accorgono. È così pervasiva da diventare democrazia totalitaria, dice Fofi, un posto cioè in cui chi comanda prende tutto, e alla minoranza non resta che il silenzio, la riduzione all’angolo, o il partecipare da formale antagonista in una commedia il cui copione è già scritto. E risuonano domande, nella testa di chi sta tra il pubblico. Ha senso opporsi ai meme razzisti con dei meme anti-razzisti? Ha senso fare il controcanto ai protagonisti della società dello spettacolo nella loro tana, nei loro media, secondo le loro modalità? O forse sarà il caso di provare a cambiare campo di gioco, anzi, gioco tout court, cioè disobbedire radicalmente, non solo nei contenuti, ma anche sottraendosi alle modalità e ai contenitori di espressione in cui i contenuti vengono veicolati, fuggendo dalla società dello spettacolo, lasciando soli i protagonisti, che senza antagonisti formali perderebbero perfino il senso di sé? Cioè: ha senso rimanere dentro un teatro in cui va in scena una rappresentazione in cui il tuo pensiero è ostracizzato o masticato, digerito e metabolizzato fino a essere reso inoffensivo? Sono domande, appunto. Pesantissime. A conferma che qui, ai piedi di questa Fontana di Nettuno, si pongono problemi più che dispensare certezze, come invece si fa quotidianamente nella società dello spettacolo, in cui tutti hanno un’opinione su tutto e nessuno ascolta più (ancora Fofi).

Tutto questo è successo, dice Fofi, sta succedendo perché si sono mescolate due tendenze, una antica e l’altra contemporanea: il ripiegamento nel proprio particulare di guicciardiniana memoria, e la sconfitta dei movimenti di avanzamento degli anni sessanta e settanta del Novecento che ha prodotto un afflosciamento individuale e narcisistico. Beninteso: l’individuo è sacro, scandisce Fofi, ma senza legami è niente. E i legami si sono in gran parte recisi, così siamo rimasti monadi nella società dello spettacolo, la quale, come il migliore dei registi, ci fa giocare il ruolo che gli è più congeniale, tipo l’antagonista formale, appunto. Come uscirne? L’ennesima domanda. Eccolo, il punto: non collaborando, dicono Fofi e Giacché recuperando Aldo Capitini. E quindi disobbedendo (su questo Fofi ha scritto un saggio, Elogio della disobbedienza. Facendolo in maniera dichiarata, come lo facevano gli obiettori di coscienza al servizio militare ai tempi in cui si andava in galera se si rifiutava di vestire la divisa. Per una causa pubblica e pubblicamente dichiarata. Altrimenti anche l’evasore fiscale che ruba soldi alla collettività rischia di diventare un obiettore di coscienza al fisco.

Eccola, la risposta delle risposte: disobbedire. Già, ma perché? E nella testa di chi sta tra il pubblico si affaccia una risposta, soddisfacente. Perché la disobbedienza è il motore della storia dell’umanità. Senza disobbedienza negli Stati Uniti sarebbe ancora legale lo schiavismo; senza disobbedire le donne non avrebbero mai ottenuto il diritto di votare. Se fossimo stati sempre obbedienti non avremmo inventato nulla, né tentato di capire le regole del cosmo, e neanche navigato i mari. Se non ci fossero stati dei preziosi disobbedienti la terra sarebbe ancora considerata piatta.

Solo che per disobbedire evitando di fare gesti alla disperata occorre fare massa critica; ritrovarsi, per esempio, come ai bordi di questa Fontana di Nettuno, tracimanti in strada a farsi chiedere il permesso dalle auto per passare. Bisogna uscire dalla società dello spettacolo e andare a giocare su un campo nuovo. Un campo dove si vanno ad ascoltare autori che dicono cose che nella società dello spettacolo sarebbero considerate eresie; autori che fanno “lezioni di anarchia”, come recita il titolo del ciclo di cui fa parte questo incontro messo in piedi da Edicola 518, cooperativa di un gruppo di ragazzi che ha provato a crearsi un campo nuovo con quattro metri di edicola in cui viaggiano riviste e contenuti introvabili nel resto della città e non solo. Un campo dove anarchia non è sinonimo di caos, come vorrebbe la società dello spettacolo, ma dispiegamento di individui pienamente responsabili. Un altro campo. Un altro mondo. Un’altra società.

Foto di Pete Linforth da www.pixabay.com

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