Opinioni

Ripartire: quel moto perenne in conflitto con la vita

La morte in agguato determinata dal coronavirus aiuterebbe a definire i contorni. Aiuterebbe. Ma il condizionale è il modo verbale dell’insufficienza. Indica una potenzialità che ha bisogno di una condizione favorevole per trasformarsi in atto. Nel nostro caso manca l’energia per l’innesco. È assorbita da altro: da un moto che si autoalimenta con se stesso e perciò fa il vuoto intorno. Non consente altro. Movimento e vuoto.

La morte in agguato imporrebbe di fermarsi e distanziarsi. Ma ciò è in conflitto insanabile col moto perenne del produrre, divoratore di energie e di ragioni che quindi, in condizioni come quelle che ci stanno toccando di vivere, diventa incompatibile con la salvaguardia della vita stessa.

La morte in agguato retrocede così dalla posizione di priorità da cui difendersi. Diventa subcategoria del produrre, incorniciata nella scelta del male minore. Dove il male minore è la morte stessa, essendo il male maggiore lo stop alla produzione.

Questa è la radice nascosta degli appelli a riaprire, qualunque sia la cosa da riaprire, fatta eccezione per i parchi, oasi di riproduzione di vita per una volta esentata dal produrre. È una radice così contorta da provocare le vertigini che sa accendere l’orrido. E quindi viene edulcorata da dogmatismi che ne celano l’essenza, che è l’incompatibilità attuale con la vita.

È pressoché impossibile riconvertire il modo di vita di milioni di persone in due mesi. Ma il moto perenne assorbe l’energia anche solo per pensarla, una riconversione, pure parziale. E la spinge nel ripostiglio delle cose inservibili. L’idea di garantirsi, come comunità, per il periodo necessario, le sole cose irrinunciabili alla vita e di assicurarne la distribuzione anche gratuita, viene espunta perché il moto perenne impone di considerare irrinunciabili l’apertura, la produzione; qualsiasi apertura e qualsiasi produzione. Anche a costo di sacrificare l’istinto di conservazione che ci ha permesso di evolverci come specie.

La morte in agguato aiuterebbe a definire i contorni, ma il moto perenne li offusca. Così continuiamo a correre a voler riaprire, essiccati di energia e di ragione, intimamente convinti che non ci sia altro da fare, anche quando in agguato c’è la morte.

foto da publicdomainpictures.net

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