Percorsi

Rigenerare gli spazi pubblici. Capovolgere la prospettiva

Gli spazi pubblici sono considerati appannaggio di una maggioranza immaginata, confusi col decoro. Ci sono decine di esperienze, diverse l’una dall’altra, che testimoniano però una cosa sola: come il rafforzamento di una comunità passa dal riappropriarsi collettivamente dei suoi spazi, a partire dalla loro progettazione, e viverli

Gillett Square, a Londra, era un parcheggio abbandonato che era diventato il luogo riparato del quartiere in cui andare a farsi di crack o a smaltire la sbornia. Ora c’è una piazza che ospita qualche buona decina di eventi l’anno, tutti gratuiti. Il Leoncavallo, siamo a Milano, era un’area dismessa dove ballavano i topi che dopo la sua occupazione abusiva si è reincarnata in asilo nido, scuola materna, doposcuola, mensa popolare, consultorio, sala concerti. Sant’Agnese, ora siamo scesi a Terni, nel sud dell’Umbria, è un quartiere nato all’ombra dei capannoni di una grande fabbrica per offrire ricovero ai tantissimi lavoratori che tra fine ottocento e inizio novecento si trasferirono in questa che sarebbe diventata una città operaia grazie a loro e all’acciaieria, che negli anni d’oro arriverà ad inghiottirne nel suo ciclo produttivo quasi diecimila. Oggi i residenti di Sant’Agnese che lavorano all’acciaieria sono pochi, e non potrebbe essere altrimenti, visto che di operai in quella fabbrica ne sono rimasti appena duemila, e il quartiere si è addormentato su se stesso, perdendo anche un’occasione.

Tante storie, un solo principio

Le storie di come si trasformano le città, i loro pezzi, sono tantissime e di segno diverso. A volte traggono pure in inganno. Perché il nuovo può abbagliare, e la potenza della rigenerazione dei luoghi non è affatto detto che passi dalla realizzazione di chissà quali grandi opere. A volte basta poco: riequilibrare, ripristinare condizioni minime di vivibilità. Londra, Milano e Terni rappresentano volti diversi di percorsi finiti in maniera differente. Si potrebbero aggiungere Cardiff, Berlino, Bruxelles, Napoli, Newcastle, Lille e altri centri. Lì un gruppo di ricercatori coordinati da Frank Moulaert e Serena Vicari Haddock ha rivolto le lenti per capire che cosa rende uno spazio pubblico davvero rigenerato. Anzi: cosa significhi davvero rigenerazione urbana. Ne sono scaturiti un libro, Rigenerare la città, e una serie di casi di studio. Ma soprattutto ne sono scaturite delle conclusioni che rovesciano letteralmente luoghi comuni e ricette considerate infallibili. La rigenerazione non passa né per l’iniezione di soldi pubblici nella realizzazione di cattedrali, né per l’appalto di pezzi di città a privati che li mettono a profitto. La rigenerazione degli spazi pibblici è meglio riuscita quanto più ampio ed efficace possibile è l’uso che ne riesce a fare la popolazione che li vive. Questo è il principio generale. E da qui in poi i percorsi si ramificano e diversificano. Però, sia per quelli ben riusciti sia per quelli non andati a buon fine, la conclusione è univoca: se non c’è partecipazione non c’è rigenerazione autentica. E non solo: per converso, la partecipazione rafforza la comunità, la democrazia, la vivibilità. Non è solo questione di strade, piazze e muri. La città è una cosa viva e un concetto che va molto al di là del decoro, parola spesso malintesa perché usata come sinonimo di esclusione.

Il concerto dai balconi

Marco Coppoli accenna un sorriso, e quando finisce la frase capisco a cosa si riferisce: “Quando ce ne siamo andati c’è stato chi ci ha detto se vi presentate io vi voto”. Lui, insieme ad altri, è tra gli animatori di una cosa di cui abbiamo già trattato qui a ribalta: il concerto dai balconi a Terni. Marco mi dice che quello è l’evento finale, bello, ma che la cosa veramente sorprendente sono stati gli otto mesi di lavoro che l’hanno preceduto. Ed è successo due volte, in due aree diverse di questa ex città industriale che fatica a trovare una nuova identità. La prima in piazza del Mercato, due anni fa; la seconda a Sant’Agnese, l’estate scorsa. Due zone d’ombra, fino a qualche decennio fa cuori pulsanti di vita, ora ripiegate su se stesse a causa delle trasformazioni esterne, come un fiore a cui sia stata tolta la luce. L’idea è stata quella di rianimare quelle strade portandoci artisti e musica da far suonare dai balconi delle case. “Ti rendi conto di cosa significhi farsi aprire le case dalle persone per installare un palco sul loro balcone? – mi domanda Marco mentre racconta – C’è un investimento di fiducia notevole, e quella te la devi guadagnare”. Già. Eccola la bellezza di quegli otto mesi di lavoro, sia prima, a piazza del Mercato, che dopo, a Sant’Agnese. È la riscoperta delle persone, di luoghi che vivono anche di conflitti che si ricompongono di fronte alla autentica creazione di una cosa bella, vitale, aperta al futuro. Creazione perché il concerto dai balconi è una cosa del tutto inedita, che testimonia di come gli spazi possano rinascere con poco. Però è un lavoro vero, di ritessitura, che sfugge a qualsiasi modello. La cui soluzione è da cercare di volta in volta sul campo. Poi alla fine ti dicono: se vi presentate io vi voto. Oppure: io a Sant’Agnese tanta gente tutta insieme non l’ho vista neanche se metto insieme tutte le persone che ho visto in venti anni che ci abito. Solo che prima hai dovuto sbatterti in mille modi, cercando il rapporto personale, “le assemblee all’inizio non funzionano per niente, la gente ti parla se conquisti la sua fiducia”, racconta Marco. Così poco a poco è successo che a questi mezzi fricchettoni che non si era capito bene cosa avessero in mente, le persone andassero a portare il pranzo mentre dipingevano i murales che ridavano colore ai muri ingrigiti. Così è successo che si è tentato di restituire un significato alla parola comunità. Solo che anche le storie più belle finiscono. “In entrambi i casi, si è trattato di due progetti finanziati da un bando della Siae. Finiti i soldi noi ce ne siamo dovuti andare – spiega ancora Marco – e sul terreno che avevamo coltivato non c’è stato nessuno che è andato a lavorare. Si sarebbe potuto fare molto, e del resto il nostro scopo è proprio quello di tentare di mettere degli strumenti in mano alle persone. Evidentemente il nostro tempo trascorso lì non è stato abbastanza, ma a noi doveva subentrare qualcun altro, l’amministrazione ha latitato”.

Concerto dai Balconi
La preparazione di una cena sociale durante l’iniziativa “Concerto dai balconi” a Sant’Agnese, Terni

Via la burocrazia

La chiamata in causa dell’amministrazione aiuta a sfatare un altro dei luoghi comuni sulle rigenerazioni urbane. Quello che emerge dai racconti e dalle storie cui si sta facendo riferimento qui è un ruolo soft delle amministrazioni centrali, che negli episodi meglio riusciti fanno al massimo da facilitatrici dei processi. Perché il lievito madre delle rigenerazioni urbane degne di nome è quello dato dalla partecipazione autentica delle persone. La parabola di Gillett Square, studiata e raccontata da Michele Bianchi in un paper di Euricse, in questo senso è esplicativa. La piazza si trova nel cuore di Hackney, ex quartiere operaio del nord est londinese finito anche in un libro-reportage di Jack London sulle condizioni dei lavoratori all’alba del novecento, Il popolo dell’abisso. Qui, come in altri innumerevoli casi di città europee, la deindustrializzazione aveva dato luogo all’abbandono di immense aree e al deprivamento di strati crescenti di popolazione rimasta senza lavoro. Il capovolgimento di senso della rigenerazione urbana lo si capisce bene qui poiché a questi fattori esogeni (la deindustrailizzazione, le persone lasciate a se stesse) di volta in volta vengono date risposte consuetudinariamente accettate e prese per buone: sono quelle del giro di vite sull’ordine pubblico da un lato, e dell’appalto a privati di aree pubbliche che vengono riconvertite sulla base degli interessi del privato, non di quelli della comunità che ci vive attorno e dentro. Niente di tutto ciò è successo ad Hackney. Il vecchio parcheggio è diventato una piazza su cui si affacciano esercizi commerciali e locali di intrattenimento e il processo di trasformazione è stato guidato da una cooperativa di comunità, la Hackney Co-operative Development, che ha come mission proprio quella della riqualificazione dei luoghi e del calmieramento dei prezzi attraverso la concessione in affitto di spazi per professionisti ed esercizi commerciali a prezzi agevolati. Oggi la piazza, dopo essere stata riprogettata dalla comunità del quartiere, è gestita dal Join Action Group, un organismo che riunisce residenti, comando di polizia locale, commercianti e servizi sociali. Da quel posto non sono mai state espulse persone, semmai è stato fatto capire loro che certi comportamenti erano diventati fuori luogo in quell’area. Adesso a Gillett Square chiunque può proporre attività da svolgere, a patto che sia dimostrato che hanno una ricaduta positiva sui residenti e siano gratuite, il Join Action Group valuta e dà le autorizzazioni. Il risultato è che non solo non c’è praticamente un weekend libero; non solo è stato riqualificato un luogo, ma è rinata una comunità. Con tutto ciò che in termini anche di opportunità e di circolazione delle idee questo può voler dire. I risultati vengono monitorati, e secondo quanto riporta Bianchi nella sua ricerca, “nelle giornate dedicate alle attività padri-figli, con particolare focus sui padri divorziati, il 98 per cento dei minori coinvolti ritiene il tempo speso insieme qualitativamente meglio di quello che normalmente hanno negli altri giorni. Il 90 per cento dei padri è concorde nel dire che durante le attività hanno maturato il rapporto con i figli e conosciuto meglio alcuni loro aspetti. La maggioranza degli intervistati (32 su 45) ritiene che queste occasioni hanno migliorato le loro capacità d’interazione sociale e diminuito il senso di isolamento”. E ad analoghe conclusioni conducono le interviste agi anziani. Ecco cosa vuol dire rigenerare.

Gillett Square dall’alto

Sì, ma cos’è allora uno spazio pubblico?

Questa breve carrellata giunge a chiusura parziale di un discorso più ampio che ribalta ha voluto affrontare sullo spazio pubblico. L’ipotesi che ha guidato questi interventi è che dello spazio pubblico, delle sue destinazioni d’uso, delle sue progettazioni si ha in genere una visione monodimensionale che trascura del tutto la vita delle persone, il fatto che le persone non sono tutte uguali per interessi, inclinazioni, età. E che se si assegna allo spazio pubblico una unica funzione, che spesso va sotto l’etichetta di decoro, si escludono dalla sua fruizione diversi strati di popolazione. Non solo. Nella vulgata che guida l’azione della stragrande maggioranza degli amministratori, le progettazioni degli spazi pubblici vengono di fatto ispirate da interessi che con quelli del rafforzamento delle comunità che li vivono non hanno nulla a che fare, e che anzi spesso acuiscono le cause del malessere delle comunità stesse. Moulaert e Vicari Haddock, nel loro testo che non è esagerato definire un classico della rigenerazione urbana, tante sono le citazioni che lo coinvolgono in studi del genere, dimostrano come la prospettiva va letteralmente capovolta. Cioè che le grandi colate di cemento, le grandi opere e i tanti luoghi creati ad arte per far consumare le persone, sono il contrario del concetto di rigenerazione, se con esso si vuol significare tornare a nuova vita. La vicenda del Leoncavallo e di mille altri spazi simili tocca lo stesso tasto: occorre capovolgere la prospettiva, a volte addirittura infrangere la legge e il senso comune del decoro per restituire all’uso comune uno spazio pubblico lasciato nel degrado. Spesso addirittura, sotto lo scintillio dell’opera decorosa, si nasconde un’idea dogmatica della città, rigida, quando non contaminata da interessi solo di pochi. Al contrario, la rigenerazione urbana è quanto di più fluido ci sia. Non c’è ricetta per metterla in pratica: occorre misurarsi caso per caso con la storia di un luogo, coi suoi protagonisti, con le sue vocazioni e con le condizioni materiali che si sono venute a creare. E da lì partire, tentando di volta in volta forme di organizzazione che possono fare leva su cooperative, associazioni, gruppi informali. Un’unica cosa va evitata: la colata di cemento dall’alto, che serve a pochissimi e danneggia tantissimi; anche tanti di quelli che spesso l’approvano, inebriati da un discorso pubblico monodimensionale e del tutto inefficace.

In copertina, un artista di strada a Gillett Square (foto dal profilo facebook di Gillett Square)

Altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!