Percorsi

Rifugiati

In un Tiglio
Come funziona una struttura che accoglie i rifugiati? Chi ci vive? Quanto costa? Come vengono gestiti i soldi? Un viaggio all'interno di una comunità a porte aperte per smontare i luoghi comuni venati da razzismo che spesso si sentono ripetere sull'argomento

Marco Vulcano

Nei borghi d’Italia capita che l’eco della storia sia forte al punto da fondere insieme presente e passato. Così in Umbria, nel piccolo abitato longobardo di Ferentillo, le storie dei viaggiatori di ieri, racchiuse nel locale museo delle “mummie” in cui si possono ammirare soldati napoleonici e intere famiglie cinesi arrivati fin qui non si sa come né perché, si intrecciano con quelle di chi oggi transita per questo minuscolo paese in cerca del proprio futuro, come gli ospiti de “Il Tiglio” (in omaggio al grande albero che ombreggia l’edificio durante la calura estiva). Una comunità di accoglienza per richiedenti asilo/ titolari di protezione internazionale gestita congiuntamente da Arci e Caritas.

“Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati del ministero degli Interni (Sprar), di cui questa struttura fa parte – spiega Alessandro, uno degli operatori – è nato nel 2002. Si tratta di una rete di accoglienza finanziata tramite bandi che premiano i progetti ritenuti idonei dal ministero. Requisito fondamentale per accedere ai fondi è quello di coinvolgere le istituzioni locali, come il Comune di Ferentillo, che in quanto proprietario dell’immobile da noi incassa ogni mese 1500 Euro per acqua, luce, gas e manutenzione della struttura”. I ragazzi che stanno qui, oltre a vitto e alloggio, hanno diritto a un pocket money di 60 Euro al mese. Soldi utilizzati per telefonare a casa e comprare le sigarette. In pochi riescono a risparmiare qualcosa.

Ogni nostra spesa deve essere rendicontata,
non si capisce come possa essere accaduto
quello che è successo con Mafia Capitale

Tommaso di Arci, ci tiene a puntualizzare: «Ogni nostra spesa deve essere rendicontata e giustificata. L’utilizzo dei fondi è vincolato e dobbiamo chiedere l’autorizzazione al servizio centrale del ministero per comprare qualsiasi cosa. Se non riusciamo a spendere tutto il nostro budget, i finanziamenti inutilizzati non ci vengono erogati. Non capisco proprio come sia stato possibile ciò che è emerso dall’inchiesta Mafia Capitale, dove alcune cooperative sembrerebbero essersi intascate diversi milioni di Euro senza che nessuno sapesse niente».

Al Tiglio lavorano complessivamente 10 persone, un operatore per ciascun minore ospitato. Un numero elevato, ma solo in apparenza. Qui viene infatti garantito ogni tipo di attività educativa e di integrazione, compresi la cura di un orto e l’organizzazione di partite di calcio. “Un formidabile mezzo di integrazione con i bambini italiani, gli unici con i quali siamo riusciti a fare qualcosa – dice Valeria Cerasoli, responsabile del progetto di accoglienza –. La gente in paese ci percepisce perlopiù come un corpo estraneo”.

Il personale, in servizio 24 ore su 24, notte compresa – un obbligo per le comunità con minori – si occupa praticamente di tutto; dalla scuola allo sport, dall’insegnamento dell’italiano all’inserimento lavorativo con tirocini attivi, dalle relazioni con l’anagrafe e la questura all’acquisizione della tessera sanitaria e alle pratiche per la richiesta di asilo.

“Qui – sottolinea Vladimiro, uno degli operatori di comunità – non ci sono orari di visita, spesso sinonimo di scarsa trasparenza. Chiunque può venire in ogni momento a vedere come funziona questo posto”.

Quasi tutti gli ospiti della struttura sono arrivati in Italia per combinazione, alcuni addirittura senza nemmeno saperlo, nei modi più disparati. In fuga dalle guerre dell’Occidente, cercando di mettersi in salvo nel caos seguito al crollo di vecchi regimi, per evitare persecuzioni politiche o per scappare da schiavitù e violenza sessuale.

Le drammatiche vicissitudini in cui sono incorsi questi ragazzi sono tutte state raccontate alle Commissioni Territoriali per la Richiesta di Protezione Internazionale e raccolte in un piccolo opuscolo.

Molti di loro frequentano corsi di formazione professionale, poiché l’obiettivo è quello di trovare subito un lavoro e guadagnare qualche soldo, ma non tutti. A. (indichiamo solo l’iniziale del nome, come chiesto dal diretto interessato ndr), emigrato dal Gambia all’età di 15 anni, è al primo anno di liceo turistico, dove nonostante qualche difficoltà con la matematica si trova davvero bene. “Appena arrivato in Italia – dice – pensavo che tutti fossero razzisti e ignoranti. È grazie alla scuola se ho capito che non è così. Sono emigrato dal Gambia perché lo zio con il quale vivevo, un rappresentante del principale partito di opposizione – l’’U.D.P. (United Democratic Party) – è stato costretto a fuggire per evitare persecuzioni politiche e la stessa sorte sarebbe toccata anche a me. Tornare nel mio Paese – continua – è impossibile. Il presidente Jammeh, salito al potere con un golpe militare nel 1994, vuole impedire che escano notizie dal Gambia e ai fuggitivi che rientrano spettano i lavori forzati, ovvero la morte”. A proposito di chi vorrebbe rispedirli indietro.

Vengo dall’Egitto, dove tuttora stanno
i miei genitori e i miei fratelli, non c’erano
abbastanza soldi per emigrare tutti

Y. arriva dall’Egitto, dove ha lasciato madre, padre e fratelli. «Che io dovessi lasciare il mio Paese – racconta – lo ha deciso mio padre, spinto dalla grave situazione dopo la destituzione di Mubarak. Me lo ha comunicato solo all’ultimo momento. La mia famiglia è ancora lì, ma difficilmente potrà raggiungermi. I soldi per il viaggio potevano bastare solo per una persona e hanno scelto me, il più piccolo».

Le storie che si incrociano al Tiglio raccontano di un mondo lontano, eppure stranamente familiare. Trasformando all’improvviso in sguardi, volti, carne e sangue l’abituale rumore di fondo dei drammi migranti che popola le cronache. Entrando nella struttura non è difficile fare quattro chiacchiere davanti a una partita di calcio in streaming – la passione principale sono le squadre spagnole – con chi è sopravvissuto nel deserto, chi ha subito la violenza della polizia libica post-Gheddafi ed è salvo solo perché riuscito a evadere dalle carceri, chi è entrato in Europa grazie a una rete pakistana che consegna passaporti inglesi falsi a Dubai e chi, salvato dalla Marina Militare Italiana, ha visto affondare la propria barca e morire 90 compagni di viaggio.

Tutti loro, al massimo 6 mesi dopo il conseguimento della maggiore età lasceranno la comunità. Alcuni entreranno in progetti per richiedenti asilo maggiorenni, altri proseguiranno verso mete diverse. C’è però anche chi ha già deciso di restare, e da migrante ora lavora nell’accoglienza, come i due operatori Masood e Sene.

Il primo, afghano ed emigrato dopo la guerra, è arrivato in Italia per caso, dopo aver lavorato nelle piantagioni di pistacchi in Iran, raccolto arance e piselli in Grecia e attraversato Turchia e Macedonia. Qui ha fatto un’infinità di lavori. Tutti in nero, con paga da fame. «I miei amici sono andati tutti in Inghilterra e nemmeno io volevo restare in Italia – racconta Masood – ma una famiglia mi ha praticamente adottato, iscrivendomi anche a scuola guida. L’italiano l’ho imparato per leggere il codice della strada». Ora, oltre ad aver preso la patente di guida, è in servizio civile al Tiglio. La speranza è quella di proseguire su questa strada.

Il secondo, emigrato dal Senegal in Francia quando aveva 30 anni, ora ne ha 46. Appena arrivato in Italia ha venduto borse, poi ha lavorato in una fonderia nel Milanese. «Ho dovuto lasciare il lavoro in fabbrica perché avevo documenti falsi, ma la mia copertura è saltata durante la sanatoria. Così mi sono trasferito a Terni, trovando lavoro in un’azienda dolciaria dove ho visto cose incredibili. Lavoravo 15 ore al giorno, ma mi pagavano metà stipendio in nero e a fine mese mancavano sempre dei soldi. Mi rubavano le ore. Nei primi due mesi – prosegue – ho perso 10 kg e in un anno di lavoro sono riuscito ad andare al bagno durante il turno una sola volta, alle due di notte e di nascosto. Tutti avevano paura del padrone. Anche gli ispettori del lavoro dissero che andava tutto bene». Sua figlia è in Senegal, dove sta per iscriversi all’università. Quando ne parla, il suo sguardo si accende: «Quando sto in Italia penso al Senegal, quando sono in Senegal penso all’Italia. Ho rovinato la mia vita e quella di mia figlia cercando di raggiungere qualcosa che non avrò mai. L’emigrazione è la cosa più brutta». Sua moglie è italiana e insieme hanno già pianificato di trasferirsi in Senegal tra 5 anni. Per il momento si occupa di aiutare vite in fuga, come era la sua fino a qualche anno fa.

In copertina, immagine tratta da www.pixabay.com

Altri articoli

Un commento su “Rifugiati

  1. Nelle strutture di accoglienza sono presenti rifugiati, ma c’è un problema serio ed una prospettiva davvero preoccupante. Il problema è determinato dal fatto che il sistema proibizionista e ideologico delle immigration policies, fino al 2008 mitigato da ipocriti decreti flussi e successive regolarizzazioni, è oggi schiacciato sulle richieste di asilo. L’esito è sotto gli occhi di tutti: regolamenti macchinosi (i tre di Dublino), mole di domande rigettate con conseguente aumento del numero di persone senza permesso (quelli che non ottengono neppure l’umanitario) e mafie che ingrassano nel traffico tra i differenti confini, agendo direttamente sulla disponibilità allo sfruttamento di chi percorre queste rotte. Poi aggiungi le crisi ed i conflitti che sono aumentati nel mondo e l’interesse delle organizzazioni che gestiscono l’accoglienza e che sono diventati veri protagonisti dell’assistenzialismo. Ci sono progetti lodevole, passioni e valori che condivido, ma è il sistema nel suo complesso che è indifendibile, proprio perché credo che il tema dell’asilo sia serio. A questa situazione si aggiunge una prospettiva davvero inquietante: la volontà dell’attuale governo che, per compiacere la retorica delle destre, renderà obbligatorio lo svolgimento di un’attività lavorativa in cambio dell’accoglienza. Siamo di fronte alla “profughizzazione” del lavoro. Una cosa devastante! Io credo che le organizzazioni che si occupano di accoglienza e/o i loro operatori si troveranno di fronte alla propria coscienza e alla necessità di dire basta a tutto ciò!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!