Comunità

Responsabili, uguali e differenti: ad ognuno la sua parte

Non siamo nelle mani del Fato: ognuno di noi può e deve avere, all’interno di una partita in cui le regole sono tutte da scrivere, un ruolo e una parte.

Una forma di vita volatile e tanto annunciata quanto sottovalutata si è presa la rivincita, ha occupato, senza badare troppo alla forma, il centro della scena relegando l’essere umano nell’angolo dell’angoscia e della paura. Aprendo, al contempo, potenziali praterie verso un mondo migliore o disvelando scorciatoie sfocianti in un presente fatto di gabbie sempre più vincolanti, al servizio di sistemi esponenzialmente autoritari. La realtà ci dice che tutti noi, nessuno escluso, possiamo allo stesso tempo produrre il rischio e essere contaminati dal rischio.

Non siamo nelle mani di un Fato dall’epica distopica, ma ognuno di noi può e deve avere, all’interno di una partita in cui le regole sono tutte da scrivere, un suo ruolo, una sua parte. Un comportamento responsabile è la medicina non farmacologica per eccellenza, quando di mezzo c’è un’emergenza sanitaria innescata da un agente identificato e definito nelle forme e sfuggente nella capacità immediata di trovarvi soluzione, di arrivare al rimedio universale avrebbe titolato Daniel Chavarria. Certo il concetto di responsabilità può essere reazionario se non regressivo, se considerato in termini statici, soprattutto perché contiene in sé acquiescenza verso lo status quo e assimilazione di regole (in)discutibili. Con i potenti che pretendono il potere assoluto senza attribuirsi la zavorra dei danni che producono, e i cittadini che, relegati al ruolo di silenti comparse, alla prima mossa diventano la fonte di ogni male.

Ma c’è anche una parte dinamica, che è proprio quella in grado di mettere in discussione criticamente le proprie azioni all’interno del contesto in cui viviamo, senza stare a concentrarci sempre e solo sull’agire altrui. Quando nel corpo di tutti noi può risiedere contemporaneamente il produttore di rischio (il veicolatore del virus) e l’esposto (colui che subisce il danno della contaminazione), tra lavoratori, ultras, passeggiatori, ricchi, poveri c’è “poco” da stare a distinguere. Ogni contatto fisico, avvenga esso in uno stadio, in una fabbrica, in un parco, è una possibile se non probabile fonte di contagio.

Una parentesi va aperta per parlare di chi rimane in casa, pur consapevole di non nuocere a nessuno e anzi sufficientemente certo di non far male in tal modo a se stesso e agli altri. Lo stare all’aria aperta praticando sport o camminando in solitaria, a prescindere dalla distanza, decisa per decreto, dalla propria abitazione, fa bene sia al proprio fisico e alla propria mente, sia al corpo nel suo insieme della collettività tutta. Così facendo, ascoltando pareri autorevoli nel campo, si prende confidenza in maniera lenta e progressiva con un virus, che fa comunque parte della nostra vita, pur portando con sé la concreta possibilità della morte. Un virus con cui dover fare i conti attraverso un’inevitabile e lenta immunità di gregge. Un virus a cui non si può rispondere restando barricati in casa all’infinito. Il ritorno graduale alla vita e non alla normalità comunque perniciosa del prima, più che dal mondo del lavoro e dalle sue costrizioni, deve ripartire dalle sane abitudini oggi demonizzate e messe nel tritacarne della gogna pubblica, al pari di comportamenti scellerati. La teoria dell’indistinto e del principio astratto che tutto appiattisce deradicando il senso delle cose, va respinta al mittente prima che si trasformi in indiscutibile buon senso. C’è un’abissale differenza tra chi pratica “l’aria aperta” con la regola inflessibile del distanziamento sociale e chi se ne esce da casa per noia, pur essendo magari risultato positivo all’introvabile tampone.

Torniamo al nocciolo della questione, all’evidenza spicciola del fatto che il coranavirus ha fatto saltare il banco delle compatibilità sistemiche disegnate a immagine e somiglianza del pensiero neoliberista. Oggi la salute viene prima del profitto, questa la vera novità da non stancarsi di ripetere e ripeterci. Quindi invece di stare a perdersi in “vecchie” contrapposizioni tra untori di serie a (ultras della partita Atalanta Valencia per esempio) e untori di serie b (lavoratori “essenziali” di fabbriche strategiche), è il caso di lavorare a ventre piatto per rendere vero anche domani il primato della salute sul profitto, della ineludibilità del settore pubblico, dell’urgenza di un reddito di base che non si limiti alla “condizione” temporale della quarantena e via dicendo.

I patti di stabilità scricchiolano come non mai, assumiamoci la responsabilità di non farli tornare più, magari più aggressivi di prima, partendo dalla consapevolezza delle nostre azioni. Un po’ di ciò che sarà dipende e dipenderà dal comportamento dell’io/noi e non solo da quello del tu/voi, perché in fin dei conti e ben prima della comparsa del virus, l’io, il tu, il noi e il voi albergano traballanti e spaventati sulla stessa barca. Lo dice finanche un solitario pontefice, mentre il contrito e partecipato riposo eterno della televisione commerciale si pone come suo “sovrano” antagonista alternativo.

Foto di copertina di Bruno /Germany da Pixabay.

Altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!