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Referendum

Perché no
Non è vero che il Sì riforma e il No conserva, e neanche che le procedure si snellirebbero L'Italia con la Costituzione del 1948 è cresciuta Intervista al professor Mauro Volpi

Fabrizio Marcucci

Il professor Mauro Volpi mi riceve nel tardo pomeriggio dopo essere stato per due ore davanti a una platea di studenti di Giurisprudenza a spiegare un pezzo di legge fondamentale dello Stato. Sei ore a settimana per un semestre per illustrare ai futuri laureati le fondamenta del nostro vivere in comune. “Mi dia un attimo, registro la lezione al computer”, mi dice dopo avermi fatto entrare nella sua stanza al primo piano della facoltà arredata nel segno dell’essenzialità: una scrivania, un paio di sedie e librerie e poco altro, tra cui spicca la tessera ad honorem conferitagli dall’Anpi, l’associazione dei partigiani italiani. Sta incorniciata e appesa in alto proprio dietro la sedia su cui sta seduto, in posizione evidentemente non casuale.

Docente di Diritto costituzionale all’università di Perugia, Volpi ha un curriculum lungo dieci pagine da cui estrapoliamo che tra le altre cose è stato membro laico del Consiglio superiore della magistratura. Nell’anno accademico 2008-2009, in tempi non sospetti, ha tenuto la prolusione alla cerimonia inaugurale sul tema “Il valore della Costituzione a sessanta anni dalla sua entrata in vigore”. Oggi fa parte di quella nutrita schiera di accademici impegnati per il No al referendum del 4 dicembre. Impegnato davvero. Non passa settimana che non lo si trovi a qualche incontro pubblico a spiegare perché secondo lui la riforma voluta dal governo è da respingere. Nei prossimi giorni presenterà un appello per il No sottoscritto da 230 persone umbre di varia estrazione di cui è stato l’ispiratore. La Carta del ’48 è un po’ come la stella polare per i marinai, per Volpi. Questa familiarità rende le considerazioni del professore sulla riforma oggetto del referendum di una lucidità inesorabile nello smontare alcuni dei luoghi comuni che circolano intorno alla questione: non è vero che i procedimenti verranno velocizzati se passasse la riforma, tutt’altro; non è il No ad essere conservatore, ma il Sì che semmai potrebbe portare indietro l’Italia; non è vero che la Costituzione ha ingessato il paese, anzi; e, infine, il No non è alle riforme, bensì alla Grande riforma, quella figura retorica inventata una trentina di anni fa, con la quale già allora si voleva cambiare l’assetto del paese riducendone gli spazi di partecipazione e rappresentatività a favore di un decisionismo privo di fondamenta.

La Costituzione è la casa comune nella quale
si deve riconoscere un paese, non  può
diventare il programma del governo

Professore, perché questo impegno per invitare gli elettori a votare No?

Per diversi motivi. Intanto ritengo che per un costituzionalista sia un dovere intervenire nel momento in cui si tentano di cambiare 47 articoli della Carta. E poi perché la Costituzione è la casa comune in cui si riconosce un paese, non può diventare il programma politico di un governo, che per definizione è di parte. La riforma che sarà oggetto del referendum è stata votata da una maggioranza che sostanzialmente ricalca quella di governo, con qualche fuoriuscita nel Pd rimpiazzata dal soccorso dei parlamentari fedeli a Verdini ed ex leghisti. E non a caso, la riforma spacca il paese in due come una mela. C’è mezza Italia che non la vuole. Siamo ben lontani dall’idea di casa comune rappresentata dalla Carta del ’48. Se poi entriamo nel merito, qualora la riforma dovesse passare, si preannuncia una conflittualità latente tra le due Camere, perché il Senato, altro che ridimensionato, può praticamente intervenire su tutto, cosa che certo non agevolerebbe l’accelerazione dei processi legislativi tanto sbandierata. Ancora: il rapporto Stato-Regioni risulterebbe totalmente sbilanciato, con un accentramento forte dei poteri e con gli enti territoriali ridotti a una sorta di grandi province. Ci sono settori importanti come l’industria, l’agricoltura e l’artigianato dove non è ben chiaro chi abbia la titolarità, se lo stato centrale o le regioni, cosa che può dare adito a ulteriori conflittualità e rallentamenti. La riforma non si applicherebbe alle regioni a statuto speciale. Insomma, un pasticcio, senza considerare che la composizione del senato sarebbe di doppiolavoristi, cioè di persone elette come consiglieri regionali e sindaci che dovrebbero andare a Roma, nominate dai consigli regionali, per occuparsi di questioni per cui non sono stati eletti; e senza considerare che agli italiani è sottratto il potere di votarli, i senatori.

C’è una confusione frettolosa che ricorda molto quella della riforma delle Province, con i consigli anche in quel caso non eletti dai cittadini, e con tutto ciò che ne è conseguito in termini di problemi nei rapporti tra enti. Solo che se possibile in questo caso la questione è ancora più grave, trattandosi della Costituzione e non di una legge ordinaria. Da cosa dipende secondo lei questa approssimazione?

Sì, la questione ricorda in parte quella delle province e anche in quel caso a pagare le conseguenze sono stati i cittadini poiché quegli enti sono stati svuotati, ma al tempo stesso gli sono rimaste delle competenze da gestire senza però soldi, competenze tra l’altro non da poco come scuole e strade. Qui c’è qualcosa di analogo. Per esempio: la legge elettorale è stata approvata prima della riforma costituzionale, con un autentico ribaltamento delle priorità, poiché la legge elettorale dovrebbe servire ad applicare la riforma costituzionale, qui invece è la legge elettorale che dà la linea. È l’esatto contrario di ciò che andrebbe fatto. Poi c’è la questione relativa al Senato, che è assurda sia nei termini di come si verrebbe a comporre quel ramo del Parlamento, non eletto dai cittadini, sia delle competenze, che sono molte e come ho detto potenzialmente portatrici di instabilità e conflitto con la Camera. Per eliminare il bicameralismo paritario peraltro, basterebbe una modifica dell’articolo 94, quello che prevede che il Governo debba avere la fiducia di entrambe le Camere. Una via molto più semplice che non avrebbe spaccato così il paese.

Questa riforma è un passo indietro
in senso conservatore, si riducono gli spazi
di rappresentatività e partecipazione

Ma c’è anche un’altra questione, alla base di questa riforma, che la rende confusa: quella della governabilità, che è un concetto ambiguo. Cioè, si dice: questo paese ha avuto troppi governi che non gli hanno consentito di progredire. Bene: io penso che la stabilità dei governi vada perseguita, ma che se un governo opera male debba andare a casa prima possibile. La governabilità non può diventare un totem, insomma. Per di più se, come in questo caso, sul suo altare si sacrificano la rappresentatività e la partecipazione, che sono ingredienti imprescindibili per una democrazia. Questa della governabilità è una questione antica, emersa dai tempi della Grande riforma di craxiana memoria. Con essa si vuol fare un passo indietro in senso conservatore: cioè restringere gli spazi di discussione e partecipazione a favore del potere di decisione del governo. Ma non è colpa della Costituzione se si sono avuti 63 governi in settant’anni, bensì della frammentazione del sistema politico. Inoltre si dimentica che la Costituzione attuale ha consentito all’Italia di compiere passi da gigante: questo era un paese rurale che è diventato la quinta o sesta potenza mondiale, sono stati sanciti i diritti dei lavoratori con lo Statuto degli anni settanta; c’è stata, sempre negli anni settanta, la riforma del diritto di famiglia con l’equiparazione tra coniugi che prima non c’era; c’è stata la riforma della sanità con l’istituzione del servizio sanitario nazionale. Insomma, in questi anni sono stati fatti dei passi in avanti giganteschi in termini economici, di rapporti tra generi e nel mondo del lavoro. Invece a sentire certe ricostruzioni sembra che per settant’anni siamo stati immobili. È falso: ci siamo mossi in avanti proprio sul solco tracciato dalla Costituzione casa comune del 1948.

In questo tentativo di restringimento degli spazi di partecipazione e rappresentatività non vede però una coerenza con la storia d’Italia degli ultimi venti-trent’anni? E non trova che questa semplificazione in senso decisionista trovi consenso in ampi strati della società italiana più sensibili alla presa di decisioni che non alla qualità delle decisioni stesse? E poi, non crede che questo processo di verticalizzazione del potere abbia in qualche modo a che fare con l’assetto complessivo dell’Europa, in cui si vanno facendo sempre più forti le tendenze verso un governo dall’alto anche contro i voleri dei popoli, come testimonia la vicenda della Grecia?

Beh, quando parlo di Grande riforma, il senso è questo. E le origini dell’idea di Grande riforma sono antiche. Sì, penso che ci sia una coerenza del restringimento degli spazi di partecipazione e rappresentatività che verrebbe prodotto dalla riforma con alcune delle tendenze in atto. In questo senso è significativo il tasso di populismo che c’è nella propaganda del Sì contro la politica in generale. Come se la politica fosse produttrice di male in sé. Ora, occorre fare molta attenzione perché questo tipo di concetto può portare molto lontano.

Capisco che la tentazione di solleticare
la pancia degli italiani con l’antipolitica è forte,
ma bisogna essere attenti nel maneggiarla

E se si culla l’antipolitica può esserci qualcuno domani che a sua volta è più antipolitico di te e che porta a restrizioni maggiori delle tue. Capisco che vellicare la pancia degli italiani possa essere una tentazione forte per acquisire consenso, ma invito anche a una presa di coscienza. C’è anche una coerenza della riforma con la tendenza alla verticalizzazione del potere, come dice lei, di alcune istituzioni europee e più in generale di alcuni poteri: è nota la vicenda del gigante della finanza Jp Morgan che in un documento del 2013 ha invitato gli stati europei a ridimensionare le costituzioni uscite dalla lotta antifascista. Ed è noto come la Grecia sia stata sottomessa dalla Troika, cioè da un organismo formato da Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale, tre soggetti di cui gli ultimi due non hanno alcun rapporto con istituzioni democraticamente elette. Anche per questo ritengo che il Sì sia conservatore, nel senso che quello che si propone è un ritorno indietro, al restringimento di spazi che sono stati faticosamente aperti proprio grazie alla Costituzione del 1948. E per questo sono convinto che il No guarda avanti. Perché solo evitando la Grande riforma, si può dare fiato a riforme come quelle che hanno cambiato in meglio questo paese.

Il logo della campagna per il No al referendum costituzionale del 4 dicembre

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