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Reddito per tutti, perché solo per i poveri non basta

Le misure di sostegno al reddito rivolte solo ai poveri (come il Reddito di Cittadinanza) troppo spesso non fanno uscire dalla povertà e non "aboliscono la miseria". Troppi sono gli individui che ne restano fuori, per diversi e seri motivi. Un "reddito per tutti" risolverebbe questo problema. Alla radice.

Il Reddito di Cittadinanza attualmente in vigore è una misura selettiva, riservata solo a chi è in difficoltà economica. Non è universale, cioè rivolta a tutti, indistintamente. Del resto, in ogni paese europeo è così: i sostegni al reddito sono solo per i poveri. Apparentemente, non fa una piega: conviene concentrare le (già risicate) risorse del bilancio pubblico solo su chi ne ha realmente bisogno, e non concedere un sussidio a tutti. Un argomento difficile da contrastare per chi perora la causa del Reddito di Base Incondizionato, quello per tutti e senza condizioni.

Eppure, non è così semplice. Perché le misure selettive (come il Reddito di Cittadinanza), semplicemente, troppo spesso non fanno uscire dalla povertà. Ci sono moltissimi studi che dimostrano, dati alla mano, che in nessun paese europeo questo tipo di misura è in grado di “abolire la miseria”; tutt’al più, ne riduce la diffusione e ne diminuisce l’intensità. Che non è poco, ma certo non può bastare. Questo accade perché le misure selettive non coprono tutto e non coprono tutti. Tecnicamente, si chiamano buchi della selettività. Andiamo con ordine.

Le misure solo per i poveri “non coprono tutto”

La soglia per accedere alle misure selettive in tutti i paesi europei è inferiore a quella della povertà effettiva (e il Reddito di Cittadinanza non fa eccezione). Il sussidio è differenziale, cioè colma il divario tra un eventuale reddito percepito e questa soglia di accesso, e non tra un eventuale reddito percepito e la soglia effettiva di povertà. Facciamo un esempio: poniamo che la soglia di povertà di un paese (corrispondente, di solito, al 60% del reddito mediano) sia di 600 euro al mese. Chi ha redditi inferiori a questa soglia, è tecnicamente povero. In quello stesso paese esiste una misura di sostegno al reddito; la soglia per accedervi, però, non corrisponde a quella della povertà effettiva, ma è più bassa (è così in tutti i paesi europei): per accedere alla misura occorre percepire, poniamo, meno di 400 euro. Il sussidio coprirà la differenza tra 400 euro (e non 600) e i redditi eventualmente già percepiti. Se il potenziale beneficiario guadagna già 200 euro, il contributo economico erogato sarà di altri 200 euro (200+200=400, soglia di accesso), e non di 400 euro (200+400=600, soglia di povertà effettiva). Ora, è evidente che chi percepisce il sostegno resta povero, perché i 400 euro che si ritrova a fine mese sono meno dei 600 euro che costituiscono la quota sotto la quale si è in povertà. Il divario si riduce, ma non si azzera, anche tra coloro che beneficiano dei sostegni, che restano poveri.

Le misure solo per i poveri “non coprono tutti”

Per il meccanismo descritto, esistono poveri che non accedono alla misura semplicemente perché non ne hanno diritto, percependo un reddito inferiore alla soglia di povertà effettiva, ma superiore alla soglia per cui si ha accesso alla misura. Nell’esempio di prima, chi già percepisce redditi inferiori a 600 euro, ma superiori a 400, non ha diritto al sostegno, andando ad ingrossare le fila dei poveri non assistiti. Va anche considerato che restano fuori, a maggior ragione, coloro che si trovano appena al di sopra della soglia di povertà effettiva (i quasi-poveri): quelli che, nel nostro esempio, percepiscono un reddito di poco superiore a 600 euro, in una condizione di incertezza sempre più diffusa.

Ma i sussidi selettivi non coprono tutti pure perché molto spesso anche chi ne ha diritto non accede alle misure previste: si può essere poveri perché si percepisce un reddito al di sotto della soglia di povertà effettiva o non si percepisce affatto, aventi diritto ad un sostegno perché tale reddito è inferiore alla soglia di accesso (nel nostro esempio, sotto i 400 euro), ma non essere assistiti. Come mai? Semplice: perché i potenziali beneficiari non fanno domanda. Sono i cosiddetti falsi negativi. Il fatto è che se la prestazione non è fornita automaticamente a tutti, occorre fare un “passo” che molti tra coloro che ne avrebbero diritto non fanno. Un “passo” più difficile da compiere, a parità di condizione di povertà, da donne, migranti, più giovani e meno istruiti, tanto per cambiare. Vediamo perché.
(1) Mancanza di informazione. Molti, erroneamente, ritengono di non possedere i requisiti necessari: non sono a conoscenza dei diritti che spettano loro, per scarsa informazione, spesso anche a causa di isolamento e mancanza di reti sociali. Può succedere che alcuni hanno visto respingere precedenti domande di sostegno, per cui, anche nel caso in cui le condizioni fossero mutate e si avesse diritto alla misura, non presentano di nuovo la richiesta, perché convinti di non rientrare tra i beneficiari.
(2) Oneri burocratici e complessità della domanda. Per gli individui poveri, spesso poco istruiti e con scarse competenze di base, altrettanto spesso non forniti di rete internet, deprivati quindi non solo economicamente ma anche culturalmente, gli oneri burocratici da sostenere e la compilazione di moduli difficili da riempire scoraggiano dal presentare domande di sostegno.
(3) Percorsi di attivazione complicati. La previsione di percorsi di attivazione e inserimento (soprattutto lavorativo, come nel caso del Reddito di Cittadinanza) può scoraggiare. Non tutti si sentono in grado di affrontare un impiego, anche di modesto rilievo, per tanti motivi: sensazione di inadeguatezza e scarsa fiducia in se stessi, convinzione dell’inutilità dell’ingresso, seppur sovvenzionato, nel mondo del lavoro, possibilità di sentirsi degradati se l’occupazione proposta è di rango parecchio inferiore a quella eventualmente svolta in precedenza, mancanza di tempo a disposizione per carichi di cura già complessi, etc.
(4) Benefici modesti. Se il sostegno economico è troppo basso, è possibile che chi ne ha diritto non presenti domanda, perché giudica inutile intraprendere un percorso complesso per un beneficio poco utile a farlo uscire dalla povertà.
(5) Tempistica. I tempi di attuazione non sono brevi: dalla domanda all’effettiva erogazione può passare anche un lungo periodo. Può capitare perciò che i possibili beneficiari possano essere tra gli aventi diritto in un certo momento, ma non in uno successivo, e viceversa. Questo accade soprattutto se si entra ed esce con frequenza dal mercato del lavoro.
(6) Effetto di stigma. Infine, e purtroppo, molti non presentano domanda semplicemente perché se ne vergognano: ci si può sentire con il cappello in mano o la mano tesa, quasi come se si elemosinasse per la strada.

C’è da considerare un’altro elemento: l’incompetenza, la carenza o la discrezionalità degli operatori dei servizi sociali. Nonostante il fatto che chi è in difficoltà sia proprio colui che ha più bisogno di un’amministrazione efficiente sì, ma dal volto umano, il servizio pubblico fornito può non essere all’altezza: perché gli operatori preposti non hanno le competenze adeguate (dalla fase di sportello fino all’erogazione vera e propria); perché a volte il personale manca del tutto, per cui i servizi sociali non sono in grado nemmeno di rispondere alle richieste di base; perché è noto (basta pensare all’Italia) l’utilizzo di pratiche discrezionali da parte degli operatori, comportamento frutto di incompetenza o di clientelismo. Nelle sue estreme conseguenze, la discrezionalità fa sì che su due soggetti con gli stessi diritti, uno abbia accesso ad una misura, l’altro no. Ma la discrezionalità può manifestarsi anche in situazioni meno evidenti: la diversità con cui si viene accolti in un ufficio, l’aiuto nella compilazione di una domanda, l’attenzione nella verifica dei requisiti, l’atteggiamento generale nel controllo del percorso di inserimento socio-lavorativo, l’eventuale somministrazione di sanzioni, etc.

Tra l’altro, le misure selettive implicano l’esistenza non solo dei falsi negativi, cioè coloro che non ricevono una prestazione pur avendone diritto, ma anche dei falsi positivi, cioè coloro che ricevono una prestazione pur non avendone diritto. Quelli che, per qualunque motivo, occultano il proprio reddito ed evadono il fisco, usufruendo indebitamente della spesa sociale.

Tagliare con l’accetta: dare un reddito a tutti

È indubbio che un sostegno universale come il Reddito di Base Incondizionato, erogato a tutti indistintamente e senza condizioni, elimini alla radice i problemi che abbiamo visto, in particolare il fatto di non coprire tutti i poveri. Il reddito per tutti, per definizione, farebbe tabula rasa degli errori di inclusione. Impossibile sbagliare bersaglio, perché il bersaglio, semplicemente, non ci sarebbe: se tutti (anche i non poveri) hanno diritto ad un reddito, nessuno (nessun povero) rischia di non riceverlo. Di solito, di fronte a questa proposta si argomenta (tra mille altre critiche) che non ci sono i soldi. Obiezione non corretta, come hanno dimostrato una quantità enorme di studi: è un po’ lunga da spiegare, ma intanto possiamo accontentarci dicendo che chi riceve un sostegno pur non avendone bisogno (i non poveri) potrebbe molto semplicemente “restituire” quanto percepito, attraverso l’imposizione fiscale. Per esempio: un individuo con un reddito di 2.000 euro non ha bisogno di nessun sostegno; c’è però un reddito per tutti, erogato, appunto, a tutti, anche a questo individuo; se però questo reddito viene tassato esattamente come gli altri redditi percepiti, ecco che lo stesso individuo lo restituisce per intero. E allora, si dirà, perché dare a tutti un reddito, se poi chi non ne ha bisogno deve restituirlo? Perché così facendo, tutti quelli che ne hanno bisogno lo ottengono, senza buchi e discriminazioni.

Foto tratte da www.pixabay.com.

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