Comunità

Noi, il reddito, la montagna e il topolino

(Un'autocritica)
Da quarant'anni la sinistra radicale parla di reddito di base ma non è riuscita a concretizzare nulla. E ora la proposta grillina, pur non avendo niente a che fare con il "reddito di base", rischia di scippare un argomento di cui si parlava quando il M5S non esisteva neanche in forma embrionale

Se siamo l’unico Paese insieme alla Grecia a non avere come forma di sostegno quella di un reddito sganciato dal mondo del lavoro, qualche ragione ci sarà. Sono 40 anni (o giù di lì) che il dibattito sul reddito di cittadinanza o sul salario garantito percorre più o meno carsicamente i terreni della sinistra di questo Paese, tempi in cui i transumani della Casaleggio spa non risultavano nemmeno tra gli embrioni, non erano cioè neanche corpi in divenire. Quarant’anni in cui gli scazzi (immancabili compagni di piazza e di strada) hanno affinato nei minimi dettagli tanto la struttura della proposta quanto la sostenibilità della stessa. Insomma il laboratorio Italia nel campo è risultato tra i più fertili sia nella definizione del diritto a sia nel reperimento dei fondi da. Quello che è mancato, visti i risultati, è stato tradurre in agibilità politica, in concretezza pratica, tale ricchezza miniaturista programmatica. Prima i dinosauri del massimalismo per i quali il reddito altro non era che un regalo ai padroni e una svendita della rivoluzione (che sarà), poi, uscendo dagli angusti orizzonti sovranisti, la gestione socialdemocratica della globalizzazione in salsa europea, sfociata nella progressiva perdita di diritti collettivi in nome di un’efficienza prestazionale nota ai più come produttività. Schroeder (che ha immesso condizioni restrittive laddove non esistevano) e non Di Maio ha rappresentato il “problema”. Il Pd (che nella sacralizzazione di un lavoro inesistente ha finito con il preferire Marchionne all’operaio della catena di montaggio) e non i 5 stelle incarna la reazione peggiore.

Insomma l’unica elementare verità che continuiamo a non raccontarci, intenti come siamo a demonizzare l’approccio workfaristico del reddito a 5 stelle, è che se la montagna ha partorito il topolino lo si deve (anche) all’incapacità di trasformare un’iperbolica teoria in dignitosa pratica. Se, cioè, il reddito pentastellato si è svuotato di senso e riempito di assurde condizioni, la colpa sta (anche e soprattutto) nel corto circuito interno alla sinistra (tutta). Sono 40 anni che si ragiona sull’inclusività progressiva (reddito per tutti) come asse portante della rivendicazione, sono 40 anni che ci dividiamo fragorosamente sulle virgole senza mai riuscire neanche ad abbozzare un misero punto. Abbiamo (per ora) perso un’altra grande occasione di incidere realmente su di un tema che ci appartiene, su un argomento che ci identifica.

Confessiamocelo: le nostre mani non hanno concretizzato le nostre idee ed è forse questo senso di “frustrazione” che eleva il tiro al piccione (non me ne vogliano i Di Maio boys), a unica pratica spendibile. Meglio denunciare con perizia e costanza la pochezza della montagna piuttosto che riconoscere le nostre mancanze nel parto del topolino. Meglio cavillare, scordandosi che qualsiasi indigente sarà pronto a dire grazie a chi gli concede un denaro altrimenti impossibile. Meglio spaccare le virgole, dimenticandosi che la pancia vuota genera mostri che potrebbero essere figli della nostra colta inconcludenza.

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