Comunità

Qui, ora, in-oltre

I commenti a margine delle elezioni regionali umbre sono forse stati ben più imbarazzanti della campagna elettorale che li ha generati. Riassumendo brevemente: nei giorni del marketing politico la demagogia del nuovo, che bacia crocifissi in cambio di rubli e fomenta disprezzo verso i più deboli in cambio di consenso, si è alternata con ritmica balzana alla vuota retorica del vecchio potere che si voleva proiettato nel futuro, al civismo improvvisato di chi, costretto ad andare a sinistra, conservava il chiodo fisso del dover proteggersi a destra e, tanto per non farsi mancare nulla, alla guerra metaidentitaria tra gli irriducibili dello zero virgola, che orgogliosi hanno istituito un più che residuale derby rosso.

Con premesse del genere era difficile aspettarsi qualcosa di positivo. Ma si sa piove, sempre sul bagnato. Così nei commenti postelettorali i nuovi trionfatori si sono trasformati in apologeti della democrazia (sia chiaro una democrazia che è tale solo se vincono loro), i vecchi potenti si sono cosparsi il capo di cenere perché incapaci di garantirsi e garantire un vero rinnovamento, gli irriducibili della sinistra hanno metabolizzato in un silenzio imbarazzato la loro evidente riducibilità, e i civici improvvisati, scioccati dalle percentuali a unica cifra, hanno dato il meglio di sé annunciando con il capo politico Di Maio una retromarcia immediata e mettendo in scena con il senatore Lucidi un’autogogna collettiva in grado di ridicolizzare il miglior Tafazzi.

Mi soffermerò su Di Maio. Partiamo dicendo: se non è l’abito a fare il monaco non è il buco a fare la ciambella. Nella situazione umbra l’unica strada da percorrere era non un’alleanza pd-5 stelle incartata con il miglior senso civico, bensì una chiamata generalizzata di messa in discussione dell’arcipelago che Grillo ha definito progressista. Di Maio forse non lo sa, ma con la visione futura il padre fondatore del movimento ha provato a levarlo dal buco senza uscita in cui si è tenacemente infilato. Eh già perché se è stato Renzi a imporre l’alleanza Lega 5 stelle costringendo, forte del potere parlamentare, i suoi al ritiro eremitico dei pop corn; ed è stato sempre Renzi, che continua a vedere i grillini come corpo estraneo alla politica, a imporre la nuova maggioranza in parlamento. In una situazione del genere o si ritorna a immaginare il futuro tracciando nuove traiettorie o si è destinati a essere mera stampella della peggior manovra di palazzo. Grillo lo ha capito, Di Maio se vuole sopravvivere ci dovrà arrivare.

È per questa banale ragione che in Umbria non era importante il buco ma era fondamentale provare a fare la ciambella. In fin dei conti il Movimento è stato creato per essere un mezzo temporaneo in grado di cambiare la politica e non un fine ultimo con la gestione del potere come unico scopo. È arrivato il momento di reinventarsi il domani, di abbandonare una volta per tutte i panni dei neo moralizzatori e di lanciarsi convinti nella nuova sfida, che non prevede retromarcia, dell’in-oltre. La pratica dell’in-oltre, che prevede allo stesso tempo internità (lo stare dentro le cose) ed evasione (l’andare oltre appunto) è prassi senza sconti che non vuole alleanze elettorali precostituite, ma incontri costituenti tra soggetti, collettivi e non, diversi che pretendono di cambiare l’ordine delle cose esistenti. Una pratica che costringe qualsiasi attore coinvolto alla rinuncia della propria identità in cambio di una identità allargata in divenire. L’andare oltre se stessi è un dovere di tutti e di ciascuno, il rimanere dentro le cose è atto imprescindibile per ritrovare il legame perduto con una collettività, così stanca della politica da preferire la demagogia di chi trasforma l’ostico della bistecca in agevole omogeneizzato con la sola imposizione delle mani (una sorta di Mago Oronzo in versione sovranista), con il bacio “ortodosso” al crocifisso (un bacio val ben una pioggia di rubli) e con una fraseologia pratica che dà del tu al fascismo. La prassi dell’in-oltre – mi dispiace per il senatore Lucidi che molto sa di massimi sistemi ma nulla conosce del territorio che lo ha eletto – che nella realtà ternana il gruppo del Movimento 5 stelle mette in campo da tempo, stando dentro le piazze che non si arrendono allo spirito della delega ma che continuano a voler produrre politica autonoma, affrontando le tematiche allargate che riguardano tutti e non solo il Movimento, cercando con l’impegno insostituibile della militanza di creare una politica di servizio della collettività e non una politica di gestione al servizio dei soliti noti. Insomma governare dicendo sì alla TAV o rassegnandosi alla mirabolante efficienza degli inceneritori è pratica che non deve interessare, è demagogia che va combattuta con la temporalità del qui e ora e la metodologia liquida dell’in-oltre.

Il buco si farà, onorevole Di Maio, l’importante è continuare a sfornare ciambelle con una visione del domani fatta di attivismo consapevole oggi. Non un passo indietro direbbero gli ortodossi, un passo indietro per farne due avanti replicherebbero i “ragionevoli”. Insomma il laboratorio (per ora fallimentare) del “progresso” è l’unica via istituzionale praticabile, se ne facciano una ragione i cantori plastici della retromarcia immediata, i gracchianti dietrologi in cerca di sedie inguattate e i consiglieri ternani che per giustificare “l’abbandono della lotta” e il cambio di casacca proclamano sentenze di morte assiomatiche. Bella ciao cantano nel frattempo le sardine tornando a riempire le piazze.

Immagiune di copertina da www.pixabay.com

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