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Quando l’impresa passa in mano ai lavoratori

Questo è l’estratto di una ricerca su due esperienze di particolare rilievo: il worker buyout e gli spazi sociali recuperati, due opzioni alternative alle crisi e alle chiusure aziendali. Ne emerge un quadro variegato, ma caratterizzato da moltissimi aspetti positivi: il potenziamento delle possibilità di autorealizzazione di lavoratori e lavoratrici, la messa in pratica di un modello realmente cooperativo, la risposta concreta alla disoccupazione e le ricadute positive sull'economia nazionale

Cosa sono

Con l’espressione worker buyout (WBO) si intende una formula di ristrutturazione aziendale, recupero o conversione nel quale i dipendenti acquistano una quota di proprietà della società che li impiega (Vieta 2016). Nella sua più recente interpretazione il buyout implica anche la direzione dell’impresa da parte dei lavoratori, direttamente, o attraverso la nomina di un consiglio di amministrazione. Mentre l’origine di un WBO può trovarsi in un processo più o meno conflittuale, gli spazi sociali recuperati (SSR) sono, di solito, fenomeni più controversi. Essi nascono in contesti nei quali sono presenti al contempo un conflitto di lavoro, attori altamente politicizzati e difficili condizioni per il ripristino della funzione originaria dell’azienda. Gli spazi sociali recuperati nascono con l’occupazione di aree e strutture precedentemente utilizzati dall’impresa e con una conversione di queste in chiave multi-funzionale; inoltre essi sono normalmente costruiti sulla base di un progetto ideologico e coinvolgono spesso anche attori esterni all’impresa.

Senza alcuna pretesa di esaustività sul fenomeno, lo studio condotto ha cercato di metterne in evidenza le specificità di WBO e SSR rispetto al caso delle empresas recuperadas argentine e di tratteggiarne una panoramica, soffermandosi su alcuni aspetti reputati particolarmente significativi. Si è voluto mostrare come l’espressione generalista “fabbrica recuperata” si riferisca a una pluralità di fenomeni differenti e come possa essere analiticamente più interessante distinguere tra WBO e SSR e, all’interno del primo caso, tra WBO negoziati e conflittuali (questi ultimi più vicini alla fattispecie della fabbrica recuperata argentina).

La ricerca

La ricerca condotta ha permesso di individuare sul territorio italiano, al 31 dicembre 2016, 73 casi di aziende recuperate dai propri lavoratori, il 95% dei quali appaiono rientrare nella fattispecie del WBO negoziato. È tuttavia opportuno chiarire che, data la frammentarietà delle informazioni disponibili in merito al fenomeno complessivo e l’ambiguità terminologica talvolta riscontrata, non è sempre stato possibile associare ogni caso rilevato a una specifica modalità di recupero. La regione che registra la maggiore frequenza è l’Emilia Romagna che da sola copre il 28,7% del totale.

Si evidenzia come la frequenza e la distribuzione di tali esperienze di recupero in Italia sia correlata a una pluralità di fattori, sia macro che micro. Tra i primi assumono un’indiscutibile importanza le contingenze macro-economiche, in particolare misurate attraverso variabili quali il tasso di disoccupazione su base nazionale, il tasso di crescita del prodotto interno lordo e il saldo commerciale del Paese. Tra le variabili macro si rileva anche la presenza di opportunità legali che garantiscano percorsi istituzionalizzati per il buyout e il riavvio (o la conversione) delle attività. Tra le variabili micro, invece, si rileva in modo particolare la specificità del tessuto socio-economico locale. La distribuzione delle esperienze di recupero, in particolare nella forma del worker buyout, mostra una maggiore densità nelle aree della cosiddetta “Terza Italia” e in quelle aree caratterizzate dalla presenza di distretti industriali. In quest’ottica riteniamo che elementi altamente impattanti sulla scelta, sulle modalità e sugli esiti del recupero siano la specificità della produzione (produzione manifatturiera tradizionale, alta intensità di lavoro, livello tecnologico medio-basso) e la presenza di un elevato capitale sociale che si sostanzia in una fitta rete di relazioni, in un alto indice di senso civico e in un rapporto virtuoso tra enti locali, privati e imprese. Tali risultati sono confermati dal recente studio di Monni et al. (2017), per i quali le imprese recuperate dai lavoratori sono principalmente cooperative ad alta intensità di manodopera in grado di competere in diversi settori, dal momento che il loro obiettivo principale, lo scopo mutualistico, non mira a massimizzare i profitti e gli investimenti, ma si concentra sul mantenimento dei posti di lavoro, di redditi costanti e profitti da reinvestire in innovazione e nella valorizzazione della cooperativa.

La resilienza sociale

Per resilienza sociale si intende la capacità di una comunità di resistere a shock esterni alla propria infrastruttura sociale (Adger 2000). L’idea di resilienza implica l’interpretare le discontinuità come potenziali opportunità di riconfigurazione di un assetto sociale in una modalità più adeguata alle mutate condizioni ambientali. La capacità di resistere allo shock esterno, nel nostro caso una grave crisi economica, è senza dubbio presente in tutte le esperienze di recupero. Se, tuttavia, è vero che parlare di resilienza significa parlare di un meccanismo che integri tanto la persistenza, quanto l’adattamento e la trasformazione (Keck e Sakdapolrak 2013), è anche vero che essa si riferisce a un processo elastico che produce cambiamento senza compromettere l’identità della comunità in questione. È stato infatti evidenziato come, in comunità dotate di un alto grado di resilienza, cambiamenti nelle strutture e nelle funzioni si verifichino assieme al mantenimento di un forte senso identitario (Rotarangi e Stephenson 2014). Le esperienze di WBO (negoziati o conflittuali) e le empresas recuperadas appaiono tutte caratterizzate da un alto grado di resilienza, nella misura in cui esse sono state in grado di 1) assorbire l’impatto derivante da uno shock esterno, 2) dimostrare capacità e prontezza di risposta e 3) mettere in atto un processo (guidato o meno) che avesse come esito una trasformazione interna senza pregiudicare la funzione del sistema e l’identità del gruppo.

Le esperienze di recupero di aziende in crisi da parte dei lavoratori forniscono una prova empirica di come la resilienza sociale sia fondamentalmente influenzata dalle istituzioni e dalle reti sociali che permettono di accedere a risorse, materiali e non, che ampliano esponenzialmente le possibilità di adattamento e gestione del cambiamento. In tutti i casi di recupero aziendale è evidente come tanto le connessioni orizzontali quanto quelle verticali vengano attivate, a seconda delle contingenze specifiche, sin dalle primissime fasi della riconversione. Il capitale sociale è risultato essere una componente fondamentale, tanto quanto la capacità di mobilitare risorse a livello individuale per farle convergere all’interno di un progetto unitario. In tutte le esperienze abbiamo riscontrato una capacità di adattare risorse e strutture esistenti a nuove condizioni operative, nonché una abilità di rispondere alle crisi attraverso processi che hanno prodotto un rafforzamento dei legami interni. La ridondanza è stata considerata da Norris et al. (2008) uno dei tre fattori primari, assieme alla robustezza e alla rapidità di risposta, nel valutare la capacità di resilienza di una comunità o un sistema. Nei casi analizzati uno degli elementi principali su cui può essere valutata la ridondanza è la presenza di un capitale iniziale per avviare le attività. Nel caso dei WBO negoziati e conflittuali il capitale viene ottenuto attraverso la devoluzione dell’indennità di mobilità o del TFR e il sostegno delle società finanziarie quali CFI e Soficoop. La possibilità di accesso a risorse alternative una volta venuto meno il capitale privato è stato un elemento fondamentale nel sostenere la resilienza dei gruppi coinvolti.

In questo senso, la ridondanza, e con essa la resilienza di un sistema sociale, dipende in larga misura anche da fattori esogeni.

Il rapporto con il territorio

Le empresas recuperadas argentine sono caratterizzate da una forte connessione con il proprio territorio e con la propria comunità, intrattenendo con questa una serie di attività culturali, educative, di formazione professionale, attività legate alla salute ecc. (Kasparian 2013). Allo stesso modo, è stata registrata una forte compenetrazione tra SSR e territorio, compenetrazione che è alla base stessa del progetto e che porta i promotori a intendere gli SSR come beni comuni, ossia, come abbiamo definito in precedenza sulla scorta di Mattei (2011), non solo un set di risorse o beni di consumo inquadrabili nei termini di un rapporto di proprietà, ma piuttosto una forma di rapporto qualitativo tra contesto, individui e comunità che si innesta su di una visione del mondo non più economicistica, basata sulla scarsità e sulla competizione, ma ecologica, basata sulla sostenibilità, la cooperazione e la responsabilità collettiva. Tale compenetrazione è stata rilevata in misura molto minore per i WBO conflittuali, per i quali il concetto di commoning non è una chiave interpretativa applicabile, nonostante permanga una apertura al territorio sulla base di specifici progetti e iniziative di natura sociale. Per quanto attiene infine ai WBO negoziati, i rapporti con il territorio sono invece principalmente di natura economica, limitati in gran parte a scambi commerciali e partenariati produttivi. Nondimeno, viene evidenziata un’etica sociale alla base di questi scambi nella misura in cui essi contribuiscono a preservare il tessuto produttivo locale impedendo la dispersione del know how e delle piccole realtà artigianali.

La produzione e il rapporto con il mercato

Per quanto attiene a questa dimensione, si è registrata una certa similarità tra le due tipologie di WBO e le empresas recuperadas, mentre si distinguono profondamente gli spazi sociali recuperati. La maggiore attenzione al welfare e alla componente sociale del lavoro non implica un rifiuto del mercato. I WBO e le fabbriche recuperate argentine continuano a operare all’interno di una economia di mercato e continuano, nella maggior parte dei casi, a offrire lo stesso prodotto o gli stessi servizi che offrivano prima della crisi. La solidarietà e la valorizzazione umana all’interno della dimensione produttiva e il subordinare il perseguimento di profitti privati alla redistribuzione collettiva del valore devono comunque incontrarsi con delle esigenze prettamente economiche, che garantiscano la solidità dell’azienda, la sua sostenibilità e, in certa misura, la sua competitività sul mercato. Naturalmente, vi sono innumerevoli differenze di grado tra le varie esperienze. La componente sociale e solidaristica è maggiormente evidente nei WBO conflittuali e nelle empresas recuperadas, ancorata a una specifica cultura politica o a un pregresso di lotta comune. Nei casi di WBO negoziati questa è temperata dalla performatività economica dell’azienda. Gli SSR invece si caratterizzano per un netto abbandono dell’economia di mercato e per una riconfigurazione degli spazi e delle strutture abbandonate in chiave polifunzionale. Qui il principale obiettivo diviene fornire servizi e una struttura di supporto al lavoro, e solo in via accessoria una (limitata) produzione di beni.

La democrazia interna

Le esperienze di recupero innescano tutte un processo che porta, anche qui con gradi differenti, all’instaurazione di una micro-democrazia all’interno delle rispettive aziende o spazi. Il lavoratore acquista attraverso questo processo titolarità e possibilità di esercizio di un potere di gestione e indirizzo, all’interno della propria attività, dal quale prima era escluso. Il processo di democratizzazione all’interno del luogo di lavoro aumenta quel senso di political efficacy individuale (Pateman 1970) che trasforma l’azienda (o lo spazio recuperato) in un luogo capacitante (nel senso utilizzato da Sen), in grado di favorire la ricomposizione del ruolo di lavoratore e di cittadino sulla base di un esercizio continuativo del potere gestionale e decisionale all’interno della propria attività lavorativa e della responsabilità che ne consegue. La dimensione egualitaria dell’assemblea dei soci e i meccanismi di inclusione sui temi importanti sono stati messi in evidenza da molti intervistati. Resta una suddivisione formale in livelli che tuttavia non sono più gerarchici, ma meramente operativi. Il consiglio di amministrazione non appare più come un gruppo dirigente separato dal corpo aziendale, ma come un semplice organo amministrativo che rimette sistematicamente all’assemblea plenaria le decisioni sulle tematiche di maggiore importanza. Ciò vale sia per i WBO negoziati che per quelli conflittuali. Nelle empresas recuperadas, sulla base della letteratura acquisita, si riscontra invece un più importante tentativo di decostruzione dei processi formali, al fine di rendere quanto più possibile orizzontale l’organizzazione interna. Similmente, lo stesso tentativo viene posto in atto dagli SSR. Nonostante anche in questi si possa riscontrare l’esistenza di una pluralità di livelli organizzativi, la maggiore frequenza di assemblee plenarie e gli espliciti sforzi per la concettualizzazione di temi quali il potere, la partecipazione, l’eguaglianza ecc., nonché la vicinanza a un’idea dello spazio recuperato come common, rendono queste esperienze più concretamente orizzontali, democratiche e inclusive.

Un modello utile, un circolo virtuoso

In conclusione, le esperienze di recupero di aziende in crisi o fallite da parte dei lavoratori mostrano un potenziamento delle possibilità di autorealizzazione ed autonomia degli stessi, costituendo un modello utile a disarticolare l’ipotesi della leva della disoccupazione come meccanismo di disciplinamento politico (Kalecki 1943). La politica di sostegno alle cooperative dei lavoratori incide sul mantenimento del pieno impiego, e, nella sua seconda formulazione, senza andare a impattare sulla spesa pubblica, dal momento che i finanziamenti erogati dalle società finanziarie devono essere restituiti nell’arco di 10 anni. Tali politiche mostrano un esempio di circolo virtuoso che produce una serie di ricadute positive per l’economia nazionale nel suo complesso. Tali ricadute possono essere sintetizzate in 3 componenti principali: i) mantenimento dei livelli occupazionali, ii) preservazione del gettito fiscale; iii) salvaguardia della produzione nazionale. Se, come sostiene Wright (2012), ogni sistema economico è un hybrid costituito da socialismo, capitalismo e statalismo, il punto diviene come ampliare e potenziare la componente sociale di un sistema economico e contenere quella capitalistica. Jossa (2010) fornisce una propria lettura di quelle che potrebbero essere le principali strategie per il potenziamento della componente sociale all’interno di un sistema economico. Se si considera un sistema di cooperative come un sistema “meritorio”, in quanto produttivo di esternalità positive (ad esempio, l’equa ripartizione del plusvalore, il mantenimento dei livelli occupazionali, il contributo alla preservazione della filiera, il rapporto diretto tra democrazia economica e democrazia politica), allora è possibile immaginare due strade che possano portare a un maggiore sviluppo e implementazione di questo sistema all’interno di una strategia simbiotica. La prima è quella di concedere alle cooperative di lavoratori benefici fiscali e creditizi in misura dei benefici che queste arrecano alla comunità. La seconda è proprio quella della trasformazione in cooperative le imprese capitalistiche in crisi. Non è dunque auspicabile rimettere la sorte delle imprese autogestite alla sola selezione del mercato. Naturalmente le varie forme di imprese recuperate dai lavoratori devono essere prima di tutto economicamente sostenibili, dal momento che senza sostenibilità economica verrebbe meno anche la possibilità di queste esperienze di veicolare specifici contenuti sociali e politici. Ma quando anche le cooperative non dimostrassero una maggiore efficienza in termini economico-finanziari, un sostegno a queste esperienze è comunque auspicabile nella misura in cui i vantaggi che assicurano alla collettività siano tali da rendere le imprese cooperative più efficienti sul piano sociale.

*Luca Antonazzo è autore di Vincere la crisi, di cui questo articolo è un estratto. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Human and Social Sciences presso l’Università del Salento ed è attualmente Research Associate presso la Cardiff University. Si interessa di tematiche riguardanti la resilienza sociale, la cooperazione e le trasformazioni del lavoro.

Riferimenti bibliografici

Adger N. W. (2000), Social and ecological resilience: are they related?, in “Progress in Human Geography”, 24 (3), pp. 347–364.

Jossa B. (2010), Sulla transizione dal capitalismo all’autogestione, in “Moneta e Credito”, 63(250), pp. 119-155.

Kasparian, D. (2013). De alianzas y solidaridades. Las articulaciones no mercantiles en las empresas recuperadas de la Ciudad de Buenos Aires, in “Observatorio Social sobre Empresas Recuperadas y Autogestionadas”, 8, pp. 1–16.

Keck M., Sakdapolrak P. (2013), What is Social Resilience? Lessons Learned and Ways Forward, in “Erdkunde”, 67(1), pp. 5-19.

Mattei U. (2011), Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Bari.

Monni S., Novelli G., Pera L., Realini A. (2017), Workers’Buyout: The Italian experience, 1986-2016, in “Entrepreneurship and Sustainability Issues”, 4(4), pp. 526-539.

Norris F. H., Stevens S. P., Pfefferbaum B., Wyche K. F., Pfefferbaum, R. L. (2008), Community resilience as a metaphor, theory, set of capacities, and strategy for disaster readiness, in “American Journal of Community Psychology”, 41, pp. 127-150.

Pateman C. (1970), Participation and democratic theory, Cambridge University Press, Cambridge.

Rotarangi S. J., Stephenson J. (2014), Resilience pivots: stability and identity in a social-ecological-cultural system, in “Ecology and Society”, 19(1), 28.

Vieta M. (2016), Workers’ buyout, in Bernardi A., Monni S. (eds.), The cooperative firm. Keywords, Roma Tre University Press, Roma, pp. 23-28.

Wright E. O. (2012), Taking the social in socialism seriously, in “Socio- Economic Review”, 10(2), pp. 386-402.

Foto di copertina di Peter H. tratta da www.pixabay.com

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