Idee

Quando il “decoro” viene messo a reddito

"Perché sdraiarsi su una panchina sarebbe indecoroso e incivile? Perché una persona civilizzata non lo farebbe. Perché una persona civilizzata non lo farebbe? Perché è indecoroso e incivile. Tutte le apparenti spiegazioni si alimentano (e quindi si annullano) a vicenda, e il residuo che lasciano è solo la sagoma del noi che si arroga il diritto di scacciare loro, gli altri". È quello che scrive Wolf Bukowski in "La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro", di cui pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore Alegre, la parte finale, quella relativa alla "messa a reddito del decoro".

Chi è […] titolare del pieno diritto ad attraversare, frequentare, vivere la città decorosa? È ormai chiaro che i tradizionali diritti civili non sono sufficienti, e che bisogna sapervi associare un comportamento adeguato, che si sostanzia in un adeguato consumo. Pur essendo cittadini, infatti, non sono cittadini decorosi (e dunque vengono allontanati o sanzionati) il turista cafone, chi mangia seduto sui gradini, chi chiede l’elemosina, chi ha comportamenti eccentrici, chi non ha casa, chi compra le birre negli alimentari bangladesi, e così via. Sulla base delle diverse proporzioni tra questi elementi costitutivi, provo qui di seguito a ipotizzare una sorta di gerarchia nel diritto di accesso alla città decorosa:

4) Al gradino più basso ci sono ovviamente i non‑consumatori non‑cittadini, ovvero i migranti poveri. Essi sono colpiti da divieto d’accesso o di permanenza, e sono sempre irregolari da un qualche punto di vista (permesso di soggiorno, di lavoro, autorizzazione commerciale…), perché le regole sono confezionate precisamente per escluderli. Ogni strategia di sopravvivenza che mettono in campo viene considerata, quando non direttamente criminale, come minimo indecorosa.

3) Appena sopra di loro ci sono i non‑consumatori cittadini. Il loro status di cittadinanza, sia esso comunitario o nazionale, non è di fatto sufficiente a garantire loro la pienezza dei diritti civili. Non potendoli però espellere dall’intero territorio né, finora, confinarli in hub e simili, essi sono scacciati dai luoghi in cui possono trovare una qualche forma di sostentamento, e cioè dalle città. Su di loro viene esercitato il pregiudizio meritocratico: se sono poveri, se dormono in strada, è colpa loro,
«non si fanno aiutare».

2) La categoria più ampia è di certo quella dei consumatori cittadini. Essi (potrei anche dire: noi) devono comportarsi bene, dimostrare di sapersi guadagnare il welfare residuo, o meglio ancora avere un’occupazione che garantisca loro il welfare aziendale. Possono essere considerati pericolosi se aderiscono a movimenti sindacali o urbani politicizzati, in quanto potrebbero bloccare il traffico o anche il semplice fluire della folla impegnata nello shopping; e di certo sono indecorosi quando non consumano abbastanza, per esempio bevendo birre seduti in piazza invece che al pub. In questi casi scivolano assai facilmente nella categoria 3, e possono essere manganellati, stigmatizzati e tormentati senza troppe formalità. Nel regime attuale, prima di una riforma meritocratica del diritto di voto (auspicata da molti, soprattutto tra gli attivisti della sinistra istituzionale), questi cittadini consumatori ne sono appunto titolari. Curiosamente, ma coerentemente, la retorica elettorale, eminentemente nelle tornate locali, non sarà volta però a catturarne il consenso in nome di reddito, diritti, welfare… ma cercherà piuttosto il loro voto promettendo di attirare più turisti. Siccome coi like e le stelline dei turisti ancora non si compongono le giunte comunali, tocca infatti trovare qualcuno che voti al posto loro, ispirandosi il più fedelmente possibile alle recensioni di TripAdvisor, e sono appunto i cittadini consumatori a trovarsi addossato questo onere.

1) In cima alla gerarchia, ovviamente, c’è il turista. Egli è il consumatore non‑cittadino, quintessenza del soggetto sgravato da legami e bisogni sociali, privo di necessità che non possano essere soddisfatte dal denaro che egli stesso porta in dote. Poiché è totalmente depoliticizzato, è interamente utilizzabile politicamente: ogni aggressione delle autorità nei confronti della vita urbana viene infatti giustificata dicendo «non possiamo dare una brutta immagine della città ai turisti», e la discussione è chiusa. In ultima istanza non è neppure necessario che il turista esista nelle proporzioni attese, perché il suo ruolo principale è quello del vitello dorato con le sneakers a cui la politica neoliberale si rivolge per legittimare sempre nuove estrazioni di valore da spazi e servizi pubblici, mobilità… Di conseguenza, anche quando i più mirabolanti progetti turistici dovessero fallire, i profitti continueranno a fluire nelle tasche giuste: il successo è un piacere, ma non è indispensabile. Lo scopo ultimo è infatti semplicemente la totale messa a reddito della vita urbana.

Il bello, con il suo corollario di storia, di autenticità, eccetera, e il decoro sono alleati oggettivi di questa aggressione in nome del turismo. Il Pigneto, quartiere talmente pieno di bello e di storia da far venire l’acquolina in bocca a chi li vuole banalizzare e servire in tavola, nonché laboratorio a cielo aperto della gentrificazione romana, è il posto giusto in cui celebrare la simbiosi tra squali e pesci pilota, tra chi se magna la città e chi gli pulisce i denti, ovvero tra la multinazionale degli affitti a giornata e i cittadini ossessionati dalla pulizia:

Domenica antidegrado al Pigneto. A promuoverla l’associazione Retake Roma insieme agli Host di Airbnb e l’associazione Pigneto Vivo. Oltre 50 le persone radunate impegnate a rimuovere le pubblicità abusive da cestini, segnali stradali e serrande. […] «Appuntamenti con grande partecipazione, come questo al Pigneto, servono a incoraggiare le persone a rispettare i luoghi che frequentano, a stimolare gli amministratori a curare gli spazi urbani e a dimostrare che tutti possono fare qualcosa per Roma», racconta Simone Vellucci, Presidente di Retake Roma.

L’amministrazione, cioè la politica, il «fare qualcosa per Roma», è il decoro, cioè il bello. D’altronde lo stesso concetto, identico, è espresso dall’assessore bolognese Aitini: ripulire i pali e i muri, anzi nella fattispecie farli ripulire gratis dai richiedenti asilo, significa «contribuire a dare una mano per il miglioramento della città, che noi identifichiamo con un miglioramento del decoro urbano». [1]

Se quindi la politica è il decoro, e il decoro è il bello, il decoro altro non è che estetizzazione della politica. L’affermazione di questo bello fa ampio uso di

un certo numero di concetti tradizionali – quali i concetti di creatività e di genialità, di valore eterno e di mistero –, concetti la cui applicazione incontrollata […] induce a un’elaborazione in senso fascista del materiale concreto.

Nella città come opera d’arte messa a reddito viene simulato un movimento verso i ceti popolari, e questo tramite l’identificazione della vita urbana con l’ologramma propagandistico che li comprende [2] e, nel medesimo tempo, viene congelato lo sviluppo di quella stessa vita urbana, in modo da conservarla simile a quell’ologramma, e non si risparmia alcuno strumento repressivo per farlo. Sul piano della legittimazione culturale, mentre procede all’ipocrita esaltazione dei saperi popolari, e talvolta persino delle lotte proletarie di ieri, il potere urbano si dota invece di una nuova aura o autenticità per via sacerdotale (Unesco e simili) e tramite il rituale par excellence del neoliberismo, cioè il meccanismo meritocratico di candidatura e competizione per ottenere il proprio bollino di autenticità ed eccezionalità. [3]

«Il fascismo cerca di organizzare le recenti masse proletarizzate senza però intaccare i rapporti di proprietà», scrive Walter Benjamin nel 1935; e «tende conseguentemente a un’estetizzazione della vita politica». E, poco oltre: «[t]utti gli sforzi in vista di un’estetizzazione della politica convergono verso un punto. Questo punto è la guerra»; [4] perché solo la guerra, in ultima analisi, consente appieno la conservazione degli attuali rapporti di proprietà, delle attuali diseguaglianze, senza cedimenti, senza redistribuzioni di sorta.

Quella guerra è già in corso.

[1] “La sfida di Bologna: ‘Una città più pulita grazie al volontariato dei richiedenti asilo”, La Repubblica Bologna (on line), 1 giugno 2018.
[2] “Parco tematico Quartieri Spagnoli. Un’inchiesta sul boom del turismo”, Napolimonitor.it, 26 dicembre 2016.
[3] Il «valore unico dell’opera d’arte autentica trova una sua fondazione nel rituale», scrive Walter Benjamin, perché «le opere d’arte più antiche sono nate […] al servizio di un rituale, dapprima magico, poi religioso»: L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1991, p. 26. La citazione precedente è a pagina 19.
[4] Ibid., p. 46. La prima stesura, in tedesco, è del 1935; la prima edizione, in francese, dell’anno successivo.

* Wolf Bukowski è guest blogger del sito dei Wu Ming, Giap, collabora con Internazionale ed è autore per Alegre di La danza delle mozzarelle (2015) e La santa crociata del porco (2017).

[Dalla quarta di copertina de La Buona educazione degli oppressi]: È in corso da anni una guerra, combattuta tra le strade delle città, contro poveri, migranti, movimenti di protesta e marginalità sociali. Le sue armi sono decoro e sicurezza, categorie diventate centrali nella politica ma fatte della sostanza di cui son fatti i miti: Furio Jesi chiamava idee senza parole gli artifici retorici di questo tipo, con cui la cultura di destra vagheggia fantomatici «bei tempi andati» di una società armoniosa. Lo scopo è cancellare ogni riferimento di classe per delimitare un dentro e un fuori, in cui il conflitto non è tra sfruttati e sfruttatori ma tra noi e loro, gli esclusi, che nel neoliberismo competitivo da vittime diventano colpevoli: povero è chi non si è meritato la ricchezza. Il mendicante che chiede l’elemosina, il lavavetri ai semafori, il venditore ambulante, il rovistatore di cassonetti, dipinti come minacce al quieto vivere. I dati smentiscono ogni affermazione ma non importa, la percezione conta più dei fatti: facendo appello a emozioni forti, come la paura, o semplificazioni estreme, come il «non ci sono i soldi» per le politiche sociali, lo scopo delle campagne securitarie diventa suscitare misure repressive per instillare paure e senso di minaccia. A essere perseguita non è la sicurezza sociale, di welfare e diritti, ma quella che dietro la sacra retorica del decoro assicura solo la difesa del privilegio. Sotto la maschera del bello vi è il ghigno della messa a reddito: garantire profitti e rendite tramite gentrificazione, turistificazione, cementificazione, foodificazione. Wolf Bukowski ripercorre come l’adesione della sinistra a questi dogmi ha spalancato le porte all’egemonia della destra. Una perlustrazione dell’«abisso in cui, nel nome del decoro e di una versione pervertita della sicurezza, ci sono fioriere che contano come, e forse più, delle vite umane».

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