Idee

Psicofarmaci, uomini e donne

Con la crisi sulle spalle
L’uso dei medicinali è in aumento a causa della crescente farmacologizzazione del quotidiano, che inizia nell’ambulatorio del medico di base. È favorito da un paradigma culturale che accetta il ricorso alle sostanze come rimedio privilegiato, rapido ed efficace. Ma esistono differenze di genere. I risultati di una ricerca sul campo

Alessia Fiorillo*

L’uso degli psicofarmaci è in aumento a causa della crescente farmacologizzazione del quotidiano, che inizia nell’ambulatorio del medico di base. È favorito da un paradigma culturale che accetta il ricorso a sostanze come rimedio privilegiato, rapido ed efficace. Che differenze ci sono, in questo quadro, tra uomini e donne? È possibile un’analisi di genere sul consumo degli psicofarmaci? I risultati di una ricerca sul campo.

Nella società attuale si è diffusa una «cultura del farmaco» che ha favorito il ricorso alle sostanze, legali o illegali, come supporto in situazioni di stress che richiedono un aumento delle performance quotidiane sia in ambito lavorativo che familiare. La «sfida chimica» ai limiti del corpo e della persona [1] ha consolidato l’idea che le sostanze possano essere utili nella gestione di ogni tipo di difficoltà della vita: relazionali, emotive ed affettive ma anche collegate al normale ciclo di vita e ai cambiamenti ad essa connessi. In questo quadro si è inserita una ricerca condotta da un gruppo dell’Università di Perugia coordinato dal Prof. Ambrogio Santambrogio, pubblicata dalla Morlacchi Editore (la scheda è consultabile qui). Ribalta ne ha già scritto qualche tempo fa analizzando i risultati dell’indagine campionaria svolta con i consumatori di psicofarmaci. In questo pezzo, invece, cercheremo di rileggere, in una prospettiva di genere, le interviste effettuate con medici di medicina generale (MMG) e farmacisti. Rimandiamo al libro citato per un approfondimento degli altri aspetti trattati nella ricerca. Possiamo dire subito che secondo la maggior parte degli intervistati, le donne fanno un uso maggiore di psicofarmaci rispetto agli uomini; solo alcuni affermano che tutto sommato non c’è differenza quantitativa tra uomini e donne. Dalle interviste, tuttavia, emergono delle variazioni in atto: l’incremento del ricorso agli psicofarmaci da parte degli uomini, soprattutto in giovane età, e un abbassamento generale dell’età in cui vengono assunti.

La soglia di sopportazione della sofferenza come prodotto socio-culturale

Le difficoltà sul lavoro, indotte dalla crisi economica, accomunano uomini e donne. Il peggioramento delle condizioni di orario, l’abbassamento dei salari e l’oscillazione della retribuzione sono il prodotto del processo di precarizzazione dell’impiego. L’alternanza tra periodi di inattività e momenti di lavoro intenso e prolungato sono fattori di stress che hanno abbassato la soglia di sopportazione delle difficoltà e, in alcuni casi, hanno facilitato il ricorso al farmaco o la ricaduta nell’uso di sostanze. Allo stesso modo il processo di isolamento dei lavoratori e la crescita di casi di mobbing, dovuti anche alla riduzione del personale, hanno prodotto stati d’ansia generalizzati e diffusi. L’incremento delle separazioni e dei divorzi, la perdita del patrimonio e l’abbassamento del tenore di vita sono difficoltà che, nella popolazione adulta, producono alterazioni del sonno. In questi casi ansia e depressione sono il prodotto di uno squilibrio biochimico, uno stato patologico o sono l’esito della pressione culturale e psicosociale dell’ambiente di vita?

Sicuramente i fattori culturali e psicosociali giocano un ruolo predominante. Proprio per questo il ricorso al farmaco potrebbe in alcuni casi essere ritardato, a patto però che, come alcuni medici sottolineano, venga potenziato il dialogo con il paziente e attivato un supporto relazionale o una terapia psicologica, laddove necessario e sufficiente a sostenere le risorse endogene della persona. A conferma dell’incidenza del fattore culturale e psicosociale piuttosto che di quello fisico-biologico, i medici affermano che gli stranieri ricorrono meno agli psicofarmaci perché hanno una maggiore capacità di adattamento, di resistenza alle difficoltà e molta più motivazione nel superamento degli ostacoli che si presentano nel percorso di vita.

Rileggere le interviste in una prospettiva di genere

Analizzando i fattori differenziali tra uomini e donne, vediamo che il dato più significativo è l’attribuzione della depressione delle donne alla menopausa e al parto. Se da una lato i due momenti in questione sono ad alto rischio per la tenuta psicologica della donna, è anche vero che sono passaggi del ciclo di vita sottoposti ad un monitoraggio medico-diagnostico precoce e intenso [2]. La prescrizione di psicofarmaci per queste problematiche è quindi la conferma dell’esistenza di un processo di medicalizzazione crescente confermato dagli intervistati.

“La cosa che maggiormente determina la problematicità nella donna è la menopausa: c’è questo evento che determina una maggior prevalenza e una maggior incidenza di disturbi psicologici; ed è quella che molto spesso gestiamo noi, anche perché è una patologia… noi la definiamo sottosoglia!” (Medico).

Dalle narrazioni di medici e farmacisti emerge un immaginario relativo al disagio maschile e femminile che ripropone la dicotomia di genere elaborata in antropologia da Lévi-Strauss: le motivazioni del disagio riflettono gli ambiti di vita quotidiana che appartengono culturalmente alla sfera d’azione femminile e maschile, ovvero la sfera familiare per le donne e il sostentamento economico della famiglia per l’uomo.

“Diciamo da noi sono più le donne, sono più agitate! (ridacchia) e sono anche più depresse. I farmaci sono sempre quelli più o meno: Paroxetina, che è un antidepressivo, e il Lorazepam (…). Le donne perché c’hanno i figli, poi c’hanno i problemi della casa, poi c’hanno i problemi di lavoro, poi c’hanno problemi proprio di carattere… sono fatte in un certo modo, poi c’hanno gli anziani dentro casa, oppure ce l’hanno fuori ma comunque li devono badare… C’hanno sicuramente uno stress che giustifica qualche volta l’uso di farmaci” (Farmacista).

“Mah… prima prevalentemente penso che fosse il sesso femminile un pochino più… in cui la patologia ansioso depressiva era più rappresentata. Effettivamente, adesso, forse anche il sesso maschile… o forse perché ci son meno remore, insomma… a farlo presente. Forse perché probabilmente gli uomini in questo momento sono più coinvolti, proprio per i motivi socio economici di cui parlavamo prima, perché… per quanto nelle famiglie si lavori entrambi, sia l’uomo che la donna, ormai, però il maschio è quello che dovrebbe, in genere… che ha il ruolo di chi lavora, di dare il supporto economico alla famiglia. Molte famiglie ancora sono sostenute dal lavoro soltanto di una persona, che in genere è l’uomo; con le difficoltà economiche che ci sono, magari, gli uomini sentono queste difficoltà e forse… ” (Medico).

Le differenze di genere nel disagio restituiscono in maniera stereotipata anche il modello sociale di espressione dell’emotività: le donne appaiono più sensibili e più fragili, con un carico di lavoro domestico molto pesante; gli uomini sono più introversi e più resistenti, sicuramente meno disponibili a parlare dei problemi sia che riguardino le difficoltà economiche che il disagio interiore.

Alle donne viene attribuito un disagio diffuso anche se lieve, legato alle oscillazioni ormonali e alla «verità storica» che le vede più predisposte alla tristezza e alla malinconia; gli uomini sono considerati meno soggetti ad oscillazioni d’umore ma il loro disagio sembra non essere diagnosticato in quanto tale.

“[Le donne] capiscono meglio il loro problema, però le patologie delle donne sono sempre meno gravi di quelle degli uomini. Per esempio un depresso uomo è sicuramente molto più serio perché non lo ammette, non lo accetta e quindi si crea un circolo vizioso. Le donne sono completamente diverse, molto spesso le donne… c’è un retaggio culturale che dicono: «forse soffro un po’ di esaurimento!». Le donne sono tacciate come isteriche, esaurite; loro se ne rendono conto ma il loro disagio sicuramente è minore… forse gli viene fatto notare dai maschi, dagli uomini… perché altrimenti possono essere delle banali reazioni a delle situazioni… [Per gli uomini è una cosa diversa] gli uomini hanno paura del giudizio, soprattutto quello del proprio sesso: c’è questa virilità che è come se si scontrasse. Le donne non ce l’hanno questo, sono più abituate a parlare tra loro” (Medico).

“La donna, secondo… per l’opinione che me so’ fatta io… riesce a risolvere meglio! Perché gli uomini che s’ammalano, la malattia gli dura molto di più delle donne! Ci sono anche gli uomini, eh?! Che c’hanno problemi! Però quelli che s’ammalano sono cose abbastanza lunghe! Abbastanza, cioè… la donna… probabilmente – che ne so – c’ha anche delle variazioni di tipo ormonale – no?! – che contribuiscono…! Per esempio è molto tipico l’uso in menopausa, perché la menopausa c’ha delle modifiche comportamentali, di carattere e anche fisiche, no?! Per forza! Sotto certi aspetti la donna è anche motivata nel deprimersi, no?! Eh… però c’ha capacità de ripresa, insomma, salvo alcune eccezioni! Ma l’omo che sta male è ‘n disastro!” (Medico).

Dalle interviste è evidente che, ancora oggi, il «retaggio culturale» per cui le donne sono soggette maggiormente ad esaurimento nervoso rende la crisi più accettabile socialmente ma impedisce un’analisi approfondita dei cambiamenti in atto: nessun intervistato si è mai soffermato a mettere in relazione la reattività emotiva della donna con la difficoltà di conciliare il lavoro economico remunerato, salariato o precario che sia, con gli obblighi del lavoro di cura dell’intera famiglia ascendente e discendente. Per quanto riguarda gli uomini, il carico emotivo rispetto alla necessità di provvedere al mantenimento della famiglia può sfociare in forti stress e ansie da prestazione; in caso di difficoltà e fallimento la paura del giudizio sociale e familiare sembra condizionare maggiormente gli uomini e la stigmatizzazione sociale della malattia appare molto più forte.

Il mondo interiore femminile, descritto come articolato e complesso, è socialmente riconosciuto in quanto tale e l’espressione della fragilità è accettata come “naturale”. Il mondo interiore maschile, considerato per secoli inopportuno, è rappresentato come insondabile; d’altra parte il controllo delle emozioni da parte dell’uomo è sempre stato indice di virilità. Ne consegue che le donne appaiono più propense a parlare dei propri problemi emotivi e affettivi, mentre gli uomini tendono a non parlare del proprio disagio e soprattutto a non riconoscerne i sintomi.

Affrontare la crisi: quali differenze tra uomini e donne?

Nell’immaginario degli intervistati, il disagio femminile è definito gestibile, mentre quello maschile è considerato grave. Il disagio delle donne sembra più lieve ed è frequente che venga superato, anche in tempi brevi; il disagio maschile necessita di trattamenti lunghi e spesso sfocia in patologie più gravi che richiedono l’intervento dello specialista. Le donne accettano maggiormente il proprio stato e ricorrono facilmente al farmaco, gli uomini tendono a negare i problemi e, anche se ritardano il ricorso agli psicofarmaci, assumono spesso antidepressivi o antipsicotici.

“Diciamo per quanto concerne lo standard medio, il più delle volte quelli che afferiscono all’osservazione del medico di famiglia sono donne, diciamo quelle più rappresentative, sono quelle… (…) di cultura media… Quella che è la mia osservazione è che il disturbo depressivo nella donna è più frequente! Però viene vissuto in maniera… più contestualizzato! Tende a parlarne meglio, a parlarne più… con maggiore facilità, per cui si riesce in un certo qual modo ad avere, ad avere un intervento farmacologico tutto sommato – almeno per quella che è la mia esperienza – più… come possiamo dire, …di dosaggi inferiori, meno hard. L’uomo invece, quando arriva, il maschio quando arriva e ti parla dei suoi problemi depressivi o di ansia, è già in una fase più avanzata rispetto alla donna. È come se ci fosse maggiore difficoltà ad accettare il proprio quadro clinico; e quindi, quando viene alla tua osservazione sei quasi sempre costretto a interventi farmacologici, senz’altro un po’ più pesanti, più hard rispetto a quelli della donna. Dopo naturalmente ci sono eccezioni un po’ da tutte le parti!” (Medico).

Le donne sono seguite maggiormente dai MMG mentre gli uomini, poiché fanno uso di «farmaci importanti», sono necessariamente in cura presso i CSM. Dalle interviste sembra che le donne abbiamo maggiori risorse endogene, utili al superamento della crisi, mentre gli uomini dispongano di strumenti meno efficaci e rischiano il progressivo aggravamento della patologia.

“Per quanto riguarda l’efficacia dei farmaci devo dire sinceramente che vanno bene, soprattutto per le donne, perché le donne fanno quello che gli si dice: li prendono, seguono la prescrizione, ecc. Gli uomini tendono a… non a diminuire il dosaggio, a interromperlo. Gli uomini sì, lo interrompono. Sto parlando solo… non di psicosi gravi. Paradossalmente, mentre sto parlando mi vengono in mente tra tutti i miei 1500 pazienti quanti sono psicotici tra gli uomini e quanto tra le donne. E sono più gli uomini , eh sì, gli psicotici… [tra i depressi] sicuramente le donne! Ma gli psicotici che fanno farmaci pesanti, seguiti dai Centri di salute mentale sono più gli uomini. Mi sto rendendo conto ora. Io le parlo e mi vengono in mente i miei pazienti… mentre le donne sono più depresse e più ansiose. Perlomeno quelli che fanno terapia, sicuramente sì. All’uomo non viene in mente di dire la mattina mi sveglio e non riesco più a dormire, non riesco ad affrontare la cosa, difficile, molto meno, la donna sì” (Medico).

Le donne consumano prevalentemente benzodiazepine mentre gli uomini assumono antipsicotici. Ci sarebbe da verificare se l’incremento dell’uso combinato di ansiolitici benzodiazepinici e antidepressivi non venga oggi prescritto in egual misura a uomini e donne.

“Di più le donne. Perché i maschi in genere prima di arrivare a prendere un farmaco… sono più riluttanti! Le donne no. Forse perché hanno bisogno di un aiuto maggiore, però i maschi sono più riluttanti a prendere medicinali, però ci sono che li prendono perché quando il problema secondo loro diventa irrisolvibile, allora per stare meglio, per risolvere… A noi ci hanno insegnato che l’antidepressivo fa sembrare il problema più piccolo, risolvibile e ce lo buttiamo alle spalle con il farmaco, invece senza il farmaco ci sta davanti come una barriera grande da superare, insormontabile, invece con l’antidepressivo diventa risolvibile, superabile” (Farmacista).

Rapporti di genere e insorgenza del disagio quotidiano

Nella società attuale, i rapporti di genere sono in piena trasformazione così come le relazioni di coppia e le forme concrete di famiglia [3]. In questo contesto, l’analisi delle interviste pone delle domande sull’uso degli psicofarmaci nel quotidiano: la lettura di genere della sofferenza quotidiana ripropone un’opinione diffusa o è supportata dalle storie di vita dei pazienti? È una percezione modellata sugli stereotipi del maschile e del femminile o risponde a specifici meccanismi sociali? Se pensiamo, per esempio, al riferimento alla menopausa e al parto come fattori di disagio, l’incremento degli psicofarmaci può essere facilmente letto come una conseguenza prevedibile di un processo di medicalizzazione del ciclo di vita femminile che ha origine negli anni ’70. Le derive farmacologiche possono essere attualmente studiate nei loro effetti di lungo periodo, d’altra parte l’enfasi sull’approccio personalizzato delle cure e la costruzione di un modello di welfare integrato è già un tentativo di cambiare il paradigma culturale che sottende le pratiche mediche fondate sul modello biomedico.

La trasformazione delle relazioni di coppia è una realtà che incide nell’insorgenza del disagio quotidiano. La difficoltà di affrontare i cambiamenti che investono le relazioni affettive e il nucleo famigliare nel corso della vita, influisce profondamente sulle modalità di reazione individuale. L’emotività affiora e la fragilità viene curata sempre più spesso con lo psicofarmaco, tuttavia esistono ambiti che andrebbero maggiormente indagati, soprattutto in un’ottica di rafforzamento della relazione medico-paziente. La coppia, il nucleo familiare e i gruppi sociali di appartenenza appaiono spesso indeboliti e poco compatti di fronte alle difficoltà, sarebbe forse importante chiedersi quanto la reattività endogena di fronte alle delusioni sia un problema intrinseco all’individuo o al genere di appartenenza e quanto invece non sia un prodotto sociale, il frutto del condizionamento dell’ambiente di vita e dei modelli culturali predominanti.

Esiste un’altra domanda che oggi si impone a tutta la comunità scientifica: che ruolo ha la farmacologizzazione del quotidiano nei processi di cronicizzazione della malattia? L’ipotesi che, in questo, esista una differenza di genere è ancora da verificare mentre l’influenza dei processi di farmacodipendenza sul superamento della crisi è stato indicato da molti intervistati come un elemento critico ampiamente sottovalutato[4]. Gli effetti di lungo periodo dei farmaci di seconda generazione sono stati studiati dalla letteratura americana [5] e oggi, dopo più di vent’anni di prescrizioni, possono essere agevolmente valutati anche in Italia con una ricerca retrospettiva.

I modelli di genere nei “luoghi” di intersezione tra pubblico e privato

I modelli di sessualità maschile e femminile (ma non solo) vengono spesso ostentati, rielaborati, modificati e proposti in molteplici forme nella sfera pubblica dove moralità ed etica appaiono sempre meno definite e vengono spesso giocate come maschere ambigue tra seduzione, trasgressione e riprovazione. Quanto e come incide tutto questo nella sfera privata? L’ostentazione trasgressiva dei corpi e delle relazioni di potere che ha invaso il mondo pubblicitario viene raccolta nell’intimità del rapporto uomo/donna e si innesta in un processo molto più ampio di trasformazione delle relazioni di coppia. I valori su cui si fonda la famiglia non vengono più dettati dal riferimento univoco alla Chiesa cattolica e i legami di parentela sono vissuti e formalizzati in una pluralità di forme inedita e globalizzata. Le relazioni conflittuali e i divorzi crescenti sono sempre più spesso attribuiti alla difficoltà individuale di costruire nuovi modelli di genere e nuove modalità di interazione. La sessualità assume una centralità inedita nella relazione che, a volte, richiede il confronto con il proprio medico.

“Mah! Tra adolescenti… eh… non proprio adolescenti ma già ventritre/ventiquattr’anni… ‘l sa che qualche volta usano… da soli, il Viagra! Perché aumenta la durata della prestazione, no?! Lo comprano su internet! Nemmeno me lo chiedono a me! Che poi co’ la sicurezza dei farmaci presi pe’ internet! Qualche volta! Io.. m’è successo che me l’ha portato una signora… quella era dello Sri Lanka! Che ce l’aveva il marito in tasca! E era il Viagra che so’ celestine quelle di Viagra! Se riconoscono! Io non gliel’avevo segnate e… quanto c’aveva ventisei/ventott’anni, il marito! Quindi insomma sono cose che si utilizzano! E non era disfunzione erettile, lui! Perché… tre figli fatti nel giro di poco tempo! Probabilmente, capito, aumentava la performance!” (Medico).

“Mah, ci sono… molti… sono problemi economici, so’ legati alla partenza della tranquillità. Problemi lavorativi. Problemi relazionali anche. Perché se uno perde la tranquillità, la tranquillità economica, perde anche la tranquillità relazionale! In molti giovani ci sono infatti, ci sono prodotti come il Cialis, il Viagra, la Spedra ne uso tanti. […] Nella disfunzione erettile, molti dei soggetti che prendono [antidepressivi], assumono anche questo tipo de farmaci. E quindi sicuramente negli uomini è una fascia abbastanza particolare di giovani” (Medico).

Preso atto delle nuove indicazioni del DSM V che considerano potenzialmente patologico ogni aspetto della vita dell’individuo [6], la definizione dettagliata di alcune patologie – tra cui quelle legate alle nuove dipendenze, alla sessualità e ai suoi eccessi – ci invita a riflettere sulla relazione che si instaura oggi tra i modelli di sessualità proposti a livello mediatico, la vita delle persone e la classificazione dei disturbi sessuali identificati dal DSM V soprattutto nei casi patologici attualmente in carico ai servizi specialistici.

Emozioni e relazioni affettive: modelli culturali in trasformazione

L’espressione dell’emotività è un altro ambito, a mio avviso molto interessante, per mettere in relazione i cambiamenti di genere, le difficoltà quotidiane ed l’espressione del disagio. L’emotività è una sfera intima dell’individuo che è sempre culturalmente condizionata, nel senso che la sua espressione risponde a specifici modelli culturali di genere, ceto e appartenenza sociale. Attualmente si assiste ad una ridefinizione di questa sfera della vita umana, un esempio eloquente in questo senso è l’espressione dell’emotività in momenti come la nascita dei figli o la cura della prole. Il ruolo dell’uomo è cambiato così come in molti casi la cura dei figli, anche nei primi anni di vita, è condivisa; gli ambiti del maschile e del femminile non sono più nettamente separati e la compartecipazione al processo di crescita porta necessariamente ad una ridefinizione emotiva del sé, del proprio ruolo e dell’affettività. La cura dei figli è un esempio significativo, ma gli ambiti in cui l’espressione dell’emotività sta cambiando sono molteplici.

La narrazione del proprio mondo affettivo, un tempo considerata tipicamente femminile, implica una volontà di rivelare aspetti intimi e personali del proprio sé che oggi appartiene anche al mondo maschile. L’autocontrollo non è solo una prerogativa maschile e le emozioni vengono nascoste da uomini e donne in egual misura poiché l’espressione della sofferenza in pubblico è spesso considerata sconveniente. La novità a cui assistiamo, oggi, consiste nella tendenza contemporanea a depurare la vita affettiva dalle emozioni negative negandole piuttosto che dandogli voce, senso e orizzonte di senso [7]. Di fronte all’indebolimento dei dispositivi culturali di elaborazione del dolore sembra sempre più difficile restituire un orizzonte collettivo alle sofferenze individuali. L’analisi del rapporto tra individuo e comunità diventa quindi centrale per svelare i rapporti di potere che sottendono l’insorgenza del disagio e ripensare i percorsi di guarigione, riabilitazione e reinserimento sociale delle persone in difficoltà.

L’impatto sociale della sofferenza e della malattia è un oggetto di ricerca fondamentale per capire le dinamiche legate all’insorgenza del disagio e alla sua trasformazione in malattia. Nel processo di cronicizzazione incidono sia le storie di vita del paziente che l’isolamento delle persone dovuto alla stigmatizzazione sociale della crisi. L’appartenenza di genere può avere un ruolo nella cronicizzazione ma non può essere considerata una causa fondante se non all’interno di un sistema sociale, culturale e terapeutico che gli attribuisce un valore discriminatorio. La costruzione dello stigma segue modelli sociali ampiamente studiati, eppure esistono dispositivi culturali e sociali di esclusione delle persone che possono essere contrastati per ridurre il danno e facilitare il reinserimento della persona. La difficoltà emotiva, infatti, può essere accettata e supportata anche in presenza di una patologia psichiatrica considerata invalidante perché cronica.

La farmacologizzazione del quotidiano è l’unica risposta possibile?

Le reti amicali, sociali e lavorative hanno un ruolo fondamentale nell’accettazione della sofferenza e nell’organizzazione del supporto psicologico e materiale della persona, sono elementi determinanti per il superamento della crisi e sono totalmente indipendenti dal genere. Gli effetti collaterali dei farmaci, al contrario, possono essere dei fattori fortemente invalidanti. I risultati della ricerca nel loro complesso mostrano che l’uso degli psicofarmaci è in aumento a causa di un processo crescente di farmacologizzazione del quotidiano e in particolare delle difficoltà della vita e del disagio della normalità. Questo processo inizia nell’ambulatorio del MMG, si stabilizza nella gestione incrociata del paziente, ovvero nella presa in carico condivisa tra MMG e specialista in assenza di protocolli di monitoraggio obbligatori. È favorito da un paradigma culturale che accetta il ricorso a sostanze come rimedio privilegiato, rapido ed efficace nel contrasto alle difficoltà. Rischia, in tempi anche piuttosto brevi, di aumentare le richieste di presa in carico presso i SERT per problemi di farmacodipendenza.

Il fenomeno appare ancora più allarmante se si considera che i canali di diffusione della “cultura del farmaco” emersi dalle interviste sono molteplici; tra questi ci sono il rapporto genitori/figli, la formazione ai medici, che incoraggia la prescrizione di psicofarmaci e ne minimizza gli effetti collaterali considerandoli innocui e “maneggevoli”, e le campagne di informazione e di marketing fatte dalle case farmaceutiche. La farmacologizzazione del quotidiano è veramente l’unica scelta possibile?

*Ricercatrice

[1] Amendt G. (2004), No drugs, no future. Le droghe nell’età dell’ansia sociale, Feltrinelli, Milano.
[2] Ranisio G. (1998), Venire al mondo. Credenze, pratiche, rituali del parto, Meltemi, Roma.
[3] Sulla trasformazione della famiglia cfr. Saraceno C. (2003). Mutamenti della famiglia e politiche sociali in Italia, Il Mulino, Bologna; (2011), Conciliare famiglia e lavoro. Vecchi e nuovi patti tra sessi e generazioni, Il Mulino, Bologna; (2012), Coppie e famiglie. Non è una questione di natura, Feltrinelli, Milano; (2012), Cittadini a metà: come hanno rubato i diritti degli Italiani, Rizzoli, Milano; Laras G., Saraceno C. (2010), Onora il padre e la madre, il Mulino Bologna.
[4] Per l’analisi delle criticità derivanti dai processi di farmacodipendenza, si rimanda a Fiorillo A. (2016), Lo psicofarmaco: equilibrio precario e stabilizzazione chimica (pp. 235-290), in Santambrogio A. (2016), op. cit.
[5] Cfr. l’opera di P. Breggin [http://breggin.com/].
[6] Per un’analisi dell’inflazione diagnostica cfr. Frances A. (2013), Primo, non curare chi è normale, Bollati Boringhieri, Torino.
[7] Cfr. Coppo P. (2005), Le ragioni del +dolore. Etnopsichiatria della depressione, Bollati Boringhieri, Torino.
Foto di copertina tratta da www.pixabay.com

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