Opinioni

Il problema non sono “i fascisti”, ma la democrazia

Ha senso vedere il fascismo dappertutto e usare questo termine in maniera indiscriminata? Il problema sono "i fascisti" o le democrazie, che si stanno svuotando?

“Non credo che abbia alcun senso, né storico, né politico, sostenere che oggi c’è un ritorno del fascismo”. Lo scrive Emilio Gentile nel suo ultimo Chi è fascista. Allievo di Renzo De Felice (che ha dedicato l’intera vita allo studio del fascismo e di Mussolini in particolare, partorendo una monumentale biografia di quasi 10.000 pagine), Gentile sostiene che leggere la contemporaneità con le stesse categorie del passato può essere un passo falso. È giusto “cercare dappertutto” il fascismo? “Mi sono sentito dare del fascista – ha detto – perché non davo un voto alto ad uno studente; oppure, vengono chiamati fascisti i genitori che vietano ai figli l’uso del telefonino”. È che siamo abituati ad etichettare come “fascista” tutto ciò che ha a che fare con l’autoritarismo e il razzismo, anche con il nazionalismo e il populismo. Un errore: se parliamo di fascismo, si legge nel libro, dobbiamo riferirci ad un’esperienza storica ben precisa, definitivamente sconfitta dall’antifascismo.

Fascista è chi fascista si definisce

Anche perché razzismo, xenofobia e nazionalismo sono fenomeni emersi prima del fascismo. Per cui, oggi, secondo Gentile, è fascista solo “chi si considera erede del fascismo storico”, pensa e agisce secondo le sue idee e i suoi metodi e milita in organizzazioni che vi si richiamano espressamente. Oltretutto, l’uso indiscriminato del termine può avere delle pessime conseguenze sul piano politico, perché distoglie l’attenzione dalle reali minacce per le democrazie. Che rischiano di suicidarsi per i loro difetti, non perché ci sono “i fascisti”. Il problema “non è tanto quello di andare a caccia del fascista sotto altre spoglie”, ma di vedere realizzati i principi fondamentali della Costituzione. Invece, viviamo in una “democrazia recitativa”, dove “il popolo sovrano è chiamato periodicamente a esercitare il diritto di voto, come una comparsa che entra in scena solo al momento delle elezioni, per poi tornare dietro le quinte, mentre sulla scena dominano caste, oligarchie, consorterie, generatrici di diseguaglianza e corruzione”. È quello che accade “quando il metodo democratico, cioè la scelta dei governanti da parte dei governati, è dissociato dall’ideale democratico, cioè la creazione di una società di cittadini liberi ed eguali”.

Qui c’è la questione: il consenso elettorale può legittimare ogni azione, anche contro i diritti umani. E il fascismo non c’entra niente: è l’effetto di una crisi interna alle stesse democrazie, che, ricorda ancora Gentile, si basano non solo sul consenso della maggioranza, ma anche sulla tutela delle minoranze e l’equilibrio dei poteri. Se questi principi vengono meno, “non si ha più una democrazia, ma si entra in una delle forme di autoritarismo, che possono essere tante, non necessariamente fasciste”. Democrazie che tendono, strumentalizzando il principio della sovranità popolare, a trasformarsi in oligarchie, in cui “il popolo sovrano conta sempre meno: non nel momento del voto, ma in quello, fondamentale, del controllo dei governanti“. In Turchia, Russia, Ungheria, non c’è il fascismo, perché i governi ottengono il consenso alle elezioni (quanto libere non si sa, dice Gentile), e il fascismo nega per principio e in pratica il concetto stesso di sovranità popolare.

Il fascismo è “eterno”?

Eppure, c’è chi, come Umberto Eco, preoccupato di un certo modo di essere fascista ancora presente, scriveva che “loro non debbono farlo più”. Ma chi sono “loro”, cioè i fascisti? Sarebbe difficile, scriveva il grande studioso, “vederli ritornare nella stessa forma in circostanze storiche diverse”. Il problema è che “dietro un regime e la sua ideologia c’è sempre un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni“. Che non sono affatto tramontati. La tesi di Eco è che “si può giocare al fascismo in molti modi, e il nome del gioco non cambia”. Un gioco “può essere o non essere competitivo, può interessare una o più persone, può richiedere qualche particolare abilità o nessuna, può mettere in palio denaro o no”; ma sempre un gioco è, e ha in comune con tutti gli altri delle “somiglianze di famiglia”.

Eco individua le caratteristiche tipiche di quello che chiama “Ur-Fascismo” o “fascismo eterno”: il tradizionalismo; l’irrazionalismo; il culto dell’azione per l’azione e il rifiuto del pacifismo; il sospetto per la cultura, per gli atteggiamenti critici e per gli intellettuali; il rifiuto del “disaccordo” e delle distinzioni, la paura della differenza e la xenofobia (“contro gli intrusi”); la frustrazione individuale o sociale che ne è alla base e l’appello alle classi medie a disagio; il nazionalismo (che dà identità sociale a chi ne è privo); l’ossessione per il complotto; il disprezzo per i deboli e l’elitismo popolare; il machismo (“invidia penis permanente”); l’idea di popolo concepito come una qualità, un’entità monolitica che esprime la “volontà comune” interpretata dal leader (a proposito: Eco scriveva, nel 1995, che “nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo TV o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la voce del popolo“); l’uso di una neolingua dal lessico povero e dalla sintassi elementare, per limitare il ragionamento complesso e critico. Secondo Eco, è possibile “eliminare da un regime fascista uno o più aspetti”, ma “lo si potrà sempre riconoscere per fascista”. Chi incarna, oggi, tutte le belle cose che abbiamo detto è “ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili”. Come sarebbe confortevole “se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane’!”; troppo semplice: invece, “ahimé, la vita non è così facile”; l’Ur-Fascismo “può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti”. Bisogna perciò smascherarlo e “puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”.

Umberto Eco – Fonte: Wikipedia

Fascismo? No, post-fascismo

Come Gentile, anche lo storico Enzo Traverso è contrario all’uso del termine fascismo come “passepartout semantico”. Non ci aiuta a capire fenomeni molto differenti tra loro; anzi, “più che ad analizzarli, il ricorso alla nozione di fascismo serve a condannarli secondo una tendenza tipica della nostra epoca a trasformare la morale in categoria cognitiva”. Sapere se le nuove destre coincidano con l’idealtipo fascista è un esercizio “piuttosto sterile”. Per questo, Traverso propone il concetto di “post-fascismo”, che permette sia di individuare gli elementi nuovi rispetto al fascismo storico, sia di stabilire con esso una continuità nella trasformazione. Perché se il fascismo del XXI secolo non si presenterà con il volto di Mussolini o Hitler, sarebbe comunque sbagliato pensare che le nostre democrazie non siano in pericolo.

Il post-fascismo è “privo dello slancio vitale e utopico dei suoi antenati” e nasce in un epoca post-ideologica: limitata, cioè, da un “presentismo” che ha come orizzonte solo le scadenze elettorali. Perciò, “non ha l’ambizione di mobilitare le masse in nome di nuovi miti collettivi” e “non vuole far sognare il popolo”: permette solo di esprimere la protesta e promette l’ordine economico, sociale e morale. Soluzioni che sono sempre un ritorno al passato: la moneta nazionale, la riaffermazione della sovranità, il ripiego identitario, la protezione di chi si sente “estraneo in casa propria”. Niente di rivoluzionario, ma quanto di più conservatore, se non reazionario. Le nuove destre creano e sfruttano la paura e si presentano come un “baluardo contro i nemici che minacciano la gente comune” (la globalizzazione, l’Islam, l’immigrazione, il terrorismo). Ovviamente, l’odio verso lo straniero è il punto cardine. Lo straniero è il nemico, “un elemento corrotto che influenza i corpi sani della nazione come un virus e li corrode come un cancro”. Proprio la gente comune, scrive Traverso, somiglia molto alla figura dell'”attaccabrighe” creata da Cabu (uno dei fumettisti francesi assassinato nell’attentato alla sede di Charlie Hebdo) negli anni settanta: maschilista, omofobo, antifemminista, razzista, menefreghista sull’inquinamento e ostile agli intellettuali.

Attenzione, però: le nuove destre sono a loro agio con la modernità nell’uso efficace dei media e delle tecniche di comunicazione. Ed hanno conquistato una specie di monopolio della “critica al sistema”, senza neanche mostrarsi troppo sovversive e non avendo bisogno di competere con la sinistra. È vero che non sono un interlocutore credibile per le élite dominanti; per diventarlo, “bisognerebbe passare attraverso il crollo dell’Unione europea” e ricreare in qualche modo l’instabilità diffusa degli anni venti e trenta. Cosa diventerà il post-fascismo? Entrerà nel conservatorismo democratico (come Alleanza Nazionale, per esempio), oppure si radicalizzerà ancora di più? Ad oggi non possiamo saperlo, scrive Traverso. Certo, il secondo è uno scenario da brividi.

E allora?

In conclusione: il pericolo fascista c’è realmente? O parliamo di fascismo troppo “a vanvera”? Le tre diverse posizioni che abbiamo esaminato ci danno forse gli strumenti – se combinate in una specie di tesi-antitesi-sintesi – per venirne a capo. Da un lato, come sostiene Gentile, il fascismo storico non tornerà più ed è del tutto inutile vederlo dietro ad ogni decisione politica (peggio ancora ogni comportamento) che non ci piace o sa anche vagamente di destra; dall’altro, è veramente difficile non sentire odore di ventennio in tanti aspetti della vita collettiva di oggi: ha ragione Eco a dirci di non abbassare la guardia e scorgere anche in controluce le manifestazioni del “fascismo eterno”. È che le nuove destre radicali (è la posizione di Traverso) si pongono sia in continuità con il fascismo storico, sia in evidente trasformazione: qui sta il punto più importante, che è poi il rischio che le democrazie parlamentari si depotenzino e si svuotino dei loro contenuti fondamentali. La questione non è se c’è o non c’è il fascismo; è se c’è o non c’è la democrazia.

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