Comunità

Piccolo commercio, lockdown e presidi di comunità

Il ricordo di una piccola commerciante di un comune della Toscana può farci riflettere sul ruolo dei centri storici, sulla vivibilità, sugli stili di vita e di consumo. Addirittura sul modello di sviluppo, ora che usciamo (in teoria) dal lockdown. "Si aprono spazi di riflessione", scrive Cristian Pardossi, "che possono incrociare il destino della rete di piccolo commercio, soprattutto dei generi di prima necessità, che in questi mesi è tornata ad essere un presidio per molte persone che non potevano recarsi al più vicino supermercato".

Lunedì ha riaperto tutto. Ma non voglio scrivere di questo, ché già lo hanno fatto in tantissimi, e quando tutti parlano dello stesso argomento non so perché ma mi vengon meno le parole. Voglio invece approfittare di questo giorno simbolico in cui molti hanno tirato su la saracinesca per ricordare una commerciante storica di Castelfranco, piccolo centro in provincia di Pisa, che ci ha lasciati nelle ultime ore. Prima con la sorella e poi con il marito Gino (scomparso pochi mesi fa), Ivona è stata una delle colonne portanti della rete di commercio di vicinato del nostro centro storico. Per chi come me è nato “lì nel mezzo” – ma anche per chi viveva “fuori”, perché allora i negozi erano in centro e si andava “in paese” a comprare pane, latte e carne – la bottega di Ivona è stata una tappa fissa.

Da bimbetto mi piaceva esser inviato per commissioni nei negozi: il banco della frutta di Corrado in “piazza del prete”, la latteria di Ivona, la mesticheria di Franco, la cartoleria di Udilia, la merceria di Gisella e Lorella, il negozio di Rigoletto, quello di dolciumi di Varo, dal Pasqualetti o dalla Nina. Avevano tutti un loro profumo particolare, che se chiudo gli occhi riesco ancora a sentire.

Il negozio di Ivona era tra i più grandi del centro, andava da strada a strada e c’era di tutto, persino lo scottex e i detersivi. Entravi e già sentivi quel profumo misto di panini, prosciutto cotto e sgombro nelle latte. Lei dietro il bancone intenta a servire qualcuno; ogni tanto c’era da aspettare in fila, anche perché Ivona non ha mai venduto e basta: le piaceva ascoltare i suoi clienti – anche se questo era motivo di qualche bonario battibecco con Gino. “Mimmo/a che ti do?” – era la tipica frase con cui ti accoglieva quando veniva il tuo turno – “vuoi questo? è bellino friabile”.

Per molti anni penso non ci sia stato adolescente che non sia entrato almeno una volta per comprare un panino, un pacchetto di patatine, una pasta la domenica, una lattina di aranciata durante il classico giro in centro. Gino e Ivona c’erano sempre, fino a tardi: io abitavo nella stessa via del negozio, e se la sera mi affacciavo li vedevo andare via col buio, curvi sulle loro biciclette, per poi essere di nuovo lì al mattino presto, al servizio dei clienti.

Ivona ha vissuto l’apogeo e la crisi del commercio all’interno del centro storico. Tema ostico su cui ci si confronta ovunque da trent’anni, ognuno tendendo a dimostrare che nel proprio paese le cose vanno peggio rispetto a quelli accanto. La tendenza – ahimè – è generale, e ha colpito la stragrande maggioranza dei centri storici “normali”, per effetto di molti fattori concorrenti. Non ultime le modalità di vita di ciascuno di noi, in un gioco di reciproche influenze con le dinamiche del mercato. Ricette magiche non ce ne sono; tutt’al più ci sono tentativi, sperimentazioni: chi punta sugli eventi, chi sul grande investimento, chi sull’intreccio tra riuso di spazi e forme di collaborazione tra abitanti.

Ora usciamo da due mesi di distanziamento e chiusura temporanea di molti esercizi commerciali. Vedremo quanto davvero ci sono serviti per ripensare stili di vita, cambiare modello di sviluppo e dinamiche che lo governano. Certo si aprono spazi di riflessione che possono incrociare il destino della rete di piccolo commercio – soprattutto dei generi di prima necessità – che in questi mesi di lockdown è tornata ad essere un presidio per molte persone che non potevano recarsi al più vicino supermercato.

Una riflessione che interroga tutti: dai commercianti stessi passando per i decisori politici fino ai consumatori, perché i cambiamenti esigono una messa in gioco da parte di tutti. Non so dire se davvero ci saranno cambiamenti, so però che se i centri storici torneranno ad essere luogo di relazioni, di scambi, di vita vera, aperta, imperfetta, composita, sono sicuro che persone come Ivona che ci hanno sempre creduto ed investito ne sarebbero orgogliose.

Foto di copertina di Castelfranco di Sotto da Wikipedia.

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