Comunità

Perugia, il gazebo che si mangia la storia

A Perugia è stato posizionato un gazebo nel luogo che, tra le altre cose, ispirò Giosuè Carducci. Così è stato occupato un posto che è una sorta di luogo dell'anima per residenti e turisti, e che ha perso la sua natura in onore del commercio. È una metafora che va al di là del luogo e della città coinvolti, che ci dice come gli spazi pubblici si vanno assottigliando sempre più per obbedire a logiche e interessi sempre meno pubblici e comuni

Il gazebo nello spazio antistante il belvedere di Perugia ai giardinetti, così vengono chiamati i Giardini Carducci in fondo a Corso Vannucci, è l’atto conclusivo di un costante esproprio di spazio pubblico andato avanti per anni nel centro della città. Iniziato con la presenza ogni anno più invadente dei tavolini, con la sosta selvaggia delle auto, con auto e furgoni che sempre più spesso e numerosi attraversano Corso Vannucci di fatto non più isola pedonale, con i giardini di Piazza d’Italia trasformati in una rotatoria automobilistica con il risultato che se porti bambini a vedere i pesciolini nelle due fontane devi stare attento a non farteli sfuggire di mano altrimenti rischiano di finire sotto un’automobile.

Dove ora si trovano i giardinetti e il gazebo era il secondo centro di Perugia che possiamo solo immaginare grazie a stampe e disegni. Sotto di essi è scritta la storia di Perugia, ne era consapevole Giosuè Carducci che da quel luogo ove “or ride amore e ride primavera / ciancian le donne e i fanciulli al sol” ha trovato ispirazione per il suo “canto d’amore”. C’è la storia degli etruschi; della città dei Baglioni con quanto è rimasto delle loro torri e palazzi, della bellissima chiesa di Santa Maria dei Servi, della Sapienza nuova; della Rocca Paolina; del nostro Risorgimento e dell’inizio del Novecento; ora quella delle scale mobili, di Burri e del suo incontro con Beuys, di Romeo Mancini.

Ci sono pure i fatti imprecisi e impalpabili della memoria creata da generazioni di perugini che come un pendolo nei secoli passati hanno percorso il tragitto da un centro all’altro della città, dall’inizio del Novecento arrivando fino al belvedere per vagare con il pensiero e lo sguardo oltre di esso sul paesaggio e i monti che lo circondano. Memoria – fatta anche di valori immateriali come sguardo e tramontana – che ha dato senso e sentimento al nostro essere comunità. Lo ha raccontato bene Sandro Penna, uno dei grandi poeti del Novecento italiano e il più grande poeta perugino di sempre “Ma tutti ci si poteva poi rivedere, era quasi certo, al passeggio del “corso”. C’erano delle ore in cui era difficile non essere presenti. L’assente era sospettato in disgrazia. Noi giovani poi consideravamo un dovere fare il “corso” molte volte, anche se soffiava d’inverno la “tramontana”. E dovevamo lo stesso arrivare a toccare il parapetto sulla magnifica vallata, di cui abbiamo parlato, giacché era quest’ultimo il tratto più gelido, come si può immaginare, il più eroico”. (Sandro Penna, Perugia, in “Un po’ di febbre”.). Memoria scritta perfino nella nostra tradizione popolare come dimostrano le ragazze perugine cantate dalla Brigata pretolana che “van’ pel corzo a otto e otto”

Da questo luogo pubblico che informalmente si riempiva e svuotava i perugini ora sono messi ai margini espropriati di memoria collettiva da sosta selvaggia, tavolini e gazebo. Di fatto ospiti poco graditi se si limitano a passeggiare, a parlare, a guardare e guardarsi, incontrarsi senza consumare. Spazio comune e sentimentale nel quale da tempo è reso impossibile quel gioco di reciproci sguardi e l’andare liberamente in fondo al corso, gettare lo sguardo verso il paesaggio, perdersi in esso.

Diranno che c’è la crisi e quel gazebo ai giardinetti è stata una scelta dovuta a essa. Argomento trito e ritrito, detto e ridetto che, come dimostra la sua ripetitività, non ha risolto nessuna crisi lasciando il centro della città sempre più sciatto, sempre più invaso da sosta selvaggia e tavolini, sempre più anonimo. Con l’evidente paradosso che mentre il cuore della città è sempre più espropriato di spazi pubblici nei centri commerciali nati per fini mercantili sono previsti spazi liberi che consentono il gioco degli sguardi, il correre dei bambini, il ritrovarsi, il parlare, il passeggiare senza essere costretti a slalom tra auto e tavolini perché evidentemente fanno bene al commercio.

Allora ci si dovrà pur far venire dei dubbi, chiedersi se è scelta avveduta marginalizzare l’uso informale per turisti e perugini del centro della città. Se è saggio dimenticare che sono le persone che fanno la città, e la città è lì dove donne e uomini, di ogni generazione ed estrazione sociale si ritrovano e vivono. E che senza di loro non c’è né bellezza, né comunità.

Per tornare al gazebo diranno che è poca cosa, che c’è di peggio, che è struttura mobile, che comunque consente d’accedere alla balconata. Si può, anche se non più come prima. È anche probabile che peggio arriverà se a Perugia continueremo a pensare sia normale ciò che accade, a non porci domande, a non chiederci il perché di quello che vediamo e le sue conseguenze.

A non ricordare che alcuni anni fa nelle Marche ci fu una rivolta culturale da parte di cittadini e associazioni ambientaliste perché a Recanati nel colle che sta oltre la siepe che Leopardi cantò ne “L’infinito” volevano costruire un resort che la soprintendenza delle Marche e il ministro della Cultura bloccarono perché gli “interminati spazi” e “sovrumani silenzi” di Leopardi sono un valore per tutti gli italiani.

Ebbene, quello che si poteva fare andando liberamente verso la balaustrata dei giardinetti e la “magnifica vallata”, come l’ha definita Penna, era un valore. Un andare verso il nostro infinito. In quell’infinito ci sono Perugia e l’Umbria. Ci siamo noi.

Nella foto, il gazebo posizionato nei Giardini Carducci di Perugia

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