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Così Pertini ricordava Gramsci. Quando i giganti esistevano

Gramsci è stato "certamente il cervello politico più forte, l'uomo di più vasta cultura che io abbia conosciuto lungo il mio cammino di militante politico". A dirlo fu Sandro Pertini, in una testimonianza degli anni settanta che vale la pena ripercorrere, in questi tempi di nani politici.

“Conobbi Gramsci nel carcere di Turi di Bari, dove, dopo qualche giorno dal mio arrivo, stringemmo subito amicizia”. E che amicizia: due giganti, Gramsci e Pertini. Il primo era in galera dal 1927, il secondo arrivava in quella dove era detenuto Gramsci (che morirà dieci anni dopo) nel 1930, dopo varie peregrinazioni. Non era affatto comune che un comunista (Gramsci) e un socialista (Pertini) stringessero amicizia: “Gramsci dimostrò sempre verso di me un’amicizia leale, sincera e […] in quei tempi, all’estero, socialisti e comunisti si sbranavano”.

Questa testimonianza è contenuta in uno splendido libro, Gramsci vivo nella testimonianza dei suoi contemporanei, a cura di Mimma Paulesu Quercioli, ristampato nel 2011 dalla casa editrice Iskra di Ghilarza (paese sardo dove Gramsci visse fino ai vent’anni) dall’originale della Feltrinelli, del 1977. Una nutrita raccolta di interviste a personaggi che hanno conosciuto in vita il dirigente del Pci e lo hanno ricordato ognuno alla sua maniera. Il contributo di Pertini è tra i più interessanti, perché all’incrocio tra il politico e l’affettivo. E proviene da uno dei personaggi più noti, amati (come Presidente della Repubblica) e significativi d’Italia. Un maestro, un uomo da cui attingere risorse politiche, ma soprattutto umane. Come Gramsci.

“Ascoltandoti imparo sempre qualcosa”

Pertini, nel carcere di Turi, andava sempre al passeggio con Gramsci, “perché provavo un vero piacere ad ascoltarlo: la sua conversazione era sempre elevata, era un uomo di cultura sempre di prima mano, preparatissimo; insomma, io avevo sempre da imparare standogli vicino”. E infatti gli disse: “conversare con te è sempre di grande interesse, perché ascoltandoti imparo sempre qualche cosa“. Per Pertini, del resto, Gramsci è stato “certamente il cervello politico più forte, l’uomo di più vasta cultura che io abbia conosciuto lungo il mio cammino di militante politico”.

E quando si parla di cultura, con Gramsci, ci si riferisce a qualcosa di ben preciso, che ha a che fare molto poco con l’erudizione fine a se stessa e con la spocchia da intellettuale. La cultura, come Gramsci scrisse in un articolo che abbiamo ripubblicato anche qui su Ribalta, “è organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri”. Lo spiega benissimo Pertini: “soprattutto, ricordando le conversazioni con Gramsci, mi tornano alla mente i suo discorsi sulla Torino operaia. Mi raccontava che, alla sera, dopo aver lavorato al giornale, era felice di poter prendere contatto con gli operai della Fiat. Diceva: ‘Poter stare con gli operai era un grande conforto per me, come un bagno di umanità. E quante esperienze ho tratto da quegli incontri! Sai, gli uomini di cultura devono essere come delle levatrici, cioè devono estrarre loro dalla mente dell’operaio, dal movimento operaio, tutto ciò che serve per la lotta, per la loro stessa cultura’. E aggiungeva: ‘guai a quegli intellettuali, anche d’avanguardia, che si chiudono nella torre d’avorio della loro cultura e credono che questo basti per esprimere il loro pensiero, senza stabilire legami con la classe operaia. L’intellettuale, se vuole provare la validità del suo pensiero e delle sue concezioni, deve stare a contatto col movimento operaio; chi se ne distacca gira a vuoto'”.

Pensiero e vita, teoria e pratica (prassi) politica, letture e ascolto, riflessioni e concretezza, tutto in un unico momento, in un’unica persona che vuole lottare per un mondo migliore. Alto e basso, diremmo oggi: ma forse a Gramsci questa espressione non piacerebbe, perché parlare con gli operai, per lui, non era certo connotabile come qualcosa di meno alto rispetto a leggere Marx.

Gli occhi d’acciaio

Fisicamente, nel ricordo di Pertini, per pensare a Gramsci “occorre immaginare il corpo debole di un pigmeo e, su questo corpo, la testa di un Danton”. Una testa enorme e “stupenda”. E gli occhi: “aveva gli occhi color dell’acciaio che quando si fermavano sull’interlocutore non lo mollavano più: da essi sprizzavano tutta l’intelligenza e l’ingegno del suo cervello”. Gramsci era malato, “stava solo in una cella ed era stato autorizzato a tenere penna e calamaio: gli strumenti che gli consentirono di scrive i Quaderni del carcere“. Soffriva anche d’insonnia, tra i vari disturbi che lo tormentavano: “dormiva poche ore per notte o alle volte aveva notti completamente insonni”.

Per Pertini, “in libertà sarebbe riuscito a sopravvivere ed “è falso dire che Gramsci sarebbe morto ugualmente anche se fosse stato fuori, in libertà. Fuori avrebbe potuto essere curato. Il carcere logora anche fisici sani, e stronca quelli deboli com’era il suo”. Mussolini questo lo sapeva, e non è certo un caso che mandò una mente e un organizzatore come il dirigente sardo in prigione, conoscendo benissimo le sue condizioni di salute. Doveva marcire, o abiurare, cosa che Gramsci si rifiutò di fare con una risolutezza commovente. Così scrisse in una lettera alla madre: “non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione […]. Vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”.

Un vuoto non colmato

C’è un episodio curioso che, quando parliamo di eroi nazionali, assume un connotazione diversa. Gramsci era assistito dalla cognata Tania Schucht, persona che ha certamente fatto pesare un po’ meno la sua penosa permanenza in carcere. Un giorno, alla vigilia di Pasqua, ricorda Pertini, a Gramsci arrivò, appunto dalla cognata, un pacco di viveri. Gramsci voleva condividere il pranzo con Pertini, ma il direttore non lo concesse, chissà per quale motivo.

Dicevamo dell’astio tra comunisti e socialisti. Pertini ricorda che per i comunisti, allora, “noi socialisti eravamo dei socialfascisti. Non per Gramsci, poiché egli prevedeva che un giorno vi sarebbe stata un’alleanza tra i socialisti, i comunisti e tutte le forze antifasciste. E riteneva che fosse un grave errore quello di certi suoi compagni che ancora persistevano su questa posizione nei nostri confronti”. Gramsci disapprovava questa rottura ed era per l’unità del movimento operaio; perciò, “l’amicizia concessami da Gramsci assunse per me un significato, oltre che sentimentale e umano, anche politico”.

Insomma, il pranzo di Pasqua Pertini-Gramsci, tra due dirigenti di partiti che, a quel tempo, si odiavano, non ci fu mai, ma la loro amicizia e il loro breve ma intenso sodalizio furono comunque molto forti: “Io quando appresi della morte di Gramsci, piansi“, ricorda Pertini. “Dal punto di vista affettivo, la morte di Gramsci è stata per me la perdita di un amico carissimo. Ma capii anche che si trattava di una grave perdita politica, non solo per il Partito Comunista, ma per tutto il movimento operaio italiano e internazionale. Questa morte ha lasciato un vuoto profondo, che non è stato colmato da nessuno“.

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