Idee

Le persone in concreto, cioè la democrazia

È vero che moltissimi sono a loro agio con i valori di destra, e molti sono proprio fascisti; ma sono tantissimi quelli "attratti da quei partiti perché avvertono che nessun altro ha a cuore i loro problemi". Se fosse disponibile un linguaggio differente, "molte persone potrebbero vivere e affrontare la loro situazione in maniera diversa e unirsi alla lotta progressista". L'analisi di Chantal Mouffe nel suo ultimo libro, "Per un populismo di sinistra".

Sentite qua: “molte delle domande articolate dai partiti populisti di destra sono domande democratiche, cui bisogna fornire una risposta progressista“; domande che vengono dai ceti più bassi, da quelli più colpiti dalla crisi e dall’austerity. È troppo comodo bollare la Lega (diremmo dall’Italia) di essere neofascista, o prendersela con coloro che la votano, a cui semplicemente mancherebbe la necessaria “cultura”: demonizzare gli avversari in questo modo è “politicamente castrante”. Non è giustificare quello che fanno i populisti di destra, ma “rifiutare di attribuire ai loro elettori la responsabilità per il modo in cui le loro domande sono articolate”. Il problema sono le risposte che si danno e “fornire un lessico differente per orientare quelle domande verso obiettivi più egualitari”. È vero che moltissimi sono a loro agio con i valori di destra, e molti sono proprio fascisti; ma sono tantissimi quelli “attratti da quei partiti perché avvertono che nessun altro ha a cuore i loro problemi”. Se fosse disponibile un linguaggio differente, “molte persone potrebbero vivere e affrontare la loro situazione in maniera diversa e unirsi alla lotta progressista”.

Le persone e le emozioni

Questo è uno dei concetti meglio espressi da Chantal Mouffe nel suo Per un populismo di sinistra, un libro scritto per dare indicazioni su come costruire un soggetto popolare in grado di lanciare una nuova egemonia finalizzata al recupero e all’estensione della democrazia. Attenzione, se queste parole già vi mettono di cattivo umore e state per non leggere più, in preda alla noia del solito “parlarsi addosso” politichese, vi diciamo che siete fuori strada. Alla base dell’affermazione che si vuole recuperare ed estendere la democrazia ci sono considerazioni di questo tenore: “le persone non lottano contro il ‘capitalismo’, contro un’entità astratta” e “vi sono sempre situazioni concrete che spingono all’azione”. L’errore dei politici della sinistra è stato troppo spesso (almeno nei periodi più recenti) quello di evitare di “confrontarsi con ciò che le persone sono nella vita reale, preferendo soffermarsi su come avrebbero dovuto essere secondo le loro teorie”: ritagliandosi il ruolo di chi svela la verità sulla situazione della gente, o, diciamo noi, di chi alza o punta l’indice, di chi si mette in cattedra e spiega agli altri come si deve pensare e vivere, e in qualche caso, come ha scritto Luca Ricolfi, addirittura quali sono le emozioni giuste da provare. Insomma, il registro della Mouffe è tutto il contrario del politichese e del “militantese”.

Il problema di tanti progressisti è che non afferrano le dinamiche politiche perché troppo spesso chiusi “in una cornice razionalista” e incapaci di mobilitare la dimensione affettiva delle persone. La lealtà alla democrazia, si legge nel libro, non è basata su un’argomentazione razionale, ma sulla partecipazione in forme di vita specifiche. Ecco perché serve rivolgersi agli individui cercando di raggiungere le loro emozioni, serve connettersi con i valori e le identità popolari, essere “in consonanza con i problemi che le persone incontrano nelle loro vite quotidiane”, “partire da dove si trovano e da cosa provano, offrendo una visione del futuro che dia speranza, anziché restare nel registro della denuncia”.

Radicalizzare la democrazia

Quale speranza? Non c’è bisogno di uscire dalla cornice liberaldemocratica, non serve fare la rivoluzione. Gli spazi già ci sono, e sono quelli della democrazia liberale, fatta di divisione dei poteri, suffragio universale, sistema multipartitico, diritti civili. Ma bisogna radicalizzarla, la democrazia, perché quegli spazi, quei principi non sono stati applicati in maniera soddisfacente e profonda. Anzi, con l’avvento della postdemocrazia, in cui, secondo la mirabile analisi di Colin Crouch, l’equilibrio tra gli interessi delle grandi aziende e quelli degli altri gruppi sociali è nettamente sbilanciato sulle prime, si è assistito alla perdita di sovranità popolare, al declino del ruolo dei parlamenti e più in generale alla riduzione dell’influenza dei cittadini nelle scelte politiche. La democrazia, così, sembra una faccenda che riguarda un’élite, come nell’epoca predemocratica. E quindi occorre insistere, oggi più che mai, sull’applicazione reale e concreta dei principi di libertà e uguaglianza: che poi sono il succo della democrazia stessa, appunto.

Ma come si può radicalizzare la democrazia? La risposta è abbastanza semplice, anche se implica un percorso molto complicato: bisogna “unire i puntini (Mouffe non lo scrive, ma il senso è quello) e “costruire il popolo”, creando “una maggioranza popolare indipendente dalle affiliazioni politiche precedenti”. Il ragionamento è questo: crisi, austerity e neoliberalismo hanno ampliato notevolmente il campo del conflitto e coloro che sono colpiti dalle decisioni politiche attuali sono molti di più degli elettori “di sinistra”. Oggi si può fare riferimento a un elettorato più vasto, dato che le forme di subordinazione e discriminazione sono molto numerose e non coincidono più solo con quelle di natura economica. Ci sono quelle che derivano dalla devastazione ambientale (che colpiscono chi vive in territori compromessi), dalla discriminazione di genere (le donne sono sempre le più penalizzate), da quella etnica (gli immigrati) e via seguendo. In più, le identità politiche non sono più “espressione diretta delle posizioni oggettive nell’ordine sociale”: vuol dire che un operaio vota Lega, un pariolino la sinistra, uno che vive nella periferia romana Casa Pound.

Certo, questa eterogeneità, di gran lunga superiore rispetto al passato, rende più complessa l’articolazione delle domande democratiche in una volontà collettiva. E infatti è tutt’altro che facile “costruire il popolo”. Ma bisogna farlo, secondo Mouffe, e bisogna farlo combinando le diverse lotte di resistenza e le diverse domande democratiche (ne avevamo parlato anche qui). L’unità va trovata, come accennavamo, nella “identificazione con una concezione democratica radicale di cittadinanza” e nella “opposizione comune all’oligarchia, a quelle forze che impediscono strutturalmente la realizzazione del progetto democratico”. Il riferimento al cittadino è fondamentale, perché permette di riprendere la tradizione più genuinamente democratica, l’essere parte attiva della comunità politica (il “noi”), l’importanza dell’azione collettiva, del valore della dimensione pubblica, del controbattere alla visione individualistica dominante, della possibilità che le persone possano avere voce ed esercitare i loro diritti.

Unità e pluralità

Ma, se si crea un popolo, non verrebbe negata la pluralità, non verrebbero cancellate le specificità delle singole lotte, fuse in unico pastone? No, secondo Mouffe, perché il popolo non è un soggetto omogeneo in cui tutte le differenze sono ridotte all’unità: il processo in cui si articola permette di stabilire una specie di equivalenza tra tante domande eterogenee, preservando la loro differenziazione. Insomma, “le differenze non collassano in un’identità, ma restano attive”. Se leggiamo bene, è come se ci fossero più livelli: le singole persone fanno le singole battaglie, chi contro l’inquinamento, chi contro la mafia, chi per rivendicare salari migliori; oppure, anche senza militare, vivono in una periferia degradata o credono che sia giusto non lasciare in mare gli immigrati, per esempio. Bene, ci deve essere un piano superiore in cui battaglie, valori ed esperienze di vita in qualche modo si articolano e danno origine a qualcosa che li unisce, trovando una specie di minimo denominatore comune. Secondo Mouffe, questo qualcosa è il popolo e l’ingrediente che lo tiene insieme è il riferimento ad una democrazia radicale, cioè alla libertà e all’eguaglianza.

Per fare tutto ciò, potrebbe servire, tra le altre cose, un leader che “cristallizzi gli affetti condivisi”. Del resto, è difficile che movimenti politici importanti non ne abbiano avuti. Senza paura di trascendere nell’autoritarismo, perché tutto dipende dalla relazione che si stabilisce tra leader e popolo: se la direzione non è dall’alto verso il basso, ma il contrario, il leader può essere considerato un primus inter pares. E serve anche impegnarsi nello Stato, che, per Mouffe, è ancora uno spazio decisivo. Bisogna confrontarsi con i diversi suoi apparati (senza nulla togliere a chi non vuole farlo), per trasformarli e metterli al servizio di un processo di radicalizzazione della democrazia.

Il pamphlet di Chantal Mouffe si sofferma soprattutto su ciò che unisce, e non su ciò che divide; un approccio utile e condivisibile. E il fatto che si citi Gramsci a ripetizione non può che farci piacere.

Foto di copertina tratta da Pixabay

Altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!